Qualche giorno fa, su La ricerca, Federico Batini lanciava una proposta di riflessione sulla scuola che rispondesse a domande urgenti e risultasse in proposte ragionate, concrete, realistiche. Nell'articolo che segue Marina Boscaino ripercorre le tappe che portarono, più di dieci anni fa, all'elaborazione della Lip, Legge di Iniziativa Popolare per una Buona Scuola della Repubblica: ecco la prima risposta.

Siamo nel 2003. Da poco tempo la legge delega 53 di quell’anno – la cosiddetta “riforma Moratti” – alimenta un movimento di aspro e ampio dissenso, che si oppone al testo della legge e quindi alla sostanziale abolizione del tempo pieno, al maestro unico, al portfolio, all’anticipo scolastico. Un movimento contro la scuola patinata delle “3 i”, quella degli spot accattivanti e degli innumerevoli pieghevoli pubblicitari (e pagati con i soldi del contribuente); quella che pretende di inserire il creazionismo nei libri di storia delle elementari; è la legge che istituisce l’Invalsi, ed è il periodo in cui cominciano i tagli agli organici; i supplenti non vengono più chiamati se non dopo molti giorni; la scuola superiore si “licealizza”, dando il via al definitivo decadimento dell’istruzione tecnico-professionale. Nonostante il battage mediatico, la scuola cessa definitivamente di essere oggetto di investimento per l’interesse generale. Tra i primi atti della Moratti ministro: cancellare l’aumento di un anno dell’obbligo scolastico, sancito da Berlinguer; omologare il servizio prestato nelle scuole paritarie a quello prestato nella statale. Non c’è altro da aggiungere.

In tale contesto politico quel movimento tenace e diffuso di dissenso (che ebbe il proprio momento di massimo fermento dopo la pubblicazione del primo decreto legislativo di quella delega, il dlgls 59/94) veniva tacciato (e le cose non sono cambiate: è questa la maggiore argomentazione di chi non accetta, compresi i nostri attuali governanti, il dissenso) di essere solo “contro”; di non essere propositivo.
Una critica che venne ascoltata, accettando la provocazione: e così, a Venezia, il 30 gennaio 2005, durante un’Assemblea Nazionale dei Coordinamenti in Difesa della Scuola Pubblica, nacque l’idea della Lip (Legge di Iniziativa Popolare per una Buona Scuola della Repubblica). Reinventarsi legislatori: non più e non solo volantini, articoli, megafoni, comunicati, ma commi, contesti ed iter giuridici. Precisione, studio, rigore estremo. 6 mesi dopo la legge aveva assunto una prima formulazione. In una situazione di grande mobilitazione delle basi di sindacati e partiti sul tema istruzione, si realizzava una straordinaria circostanza: la capacità di accordarsi – in totale autonomia dagli stessi partiti e sindacati e dalle associazioni – su alcuni punti fermi, partendo dalla difesa della scuola pubblica. Partecipazione diffusa ed eterogenea, anche sul piano della provenienza geografica; discussione allargata e necessità di mediazione tra i vari punti di vista; punto di riferimento comune: la Costituzione Italiana.

È così che, da un nucleo originario di un centinaio di genitori, studenti, docenti che elaborano le prime proposte, il 9 luglio, con la terza versione della bozza iniziale, parte la consultazione sul territorio nazionale, che viene costantemente rivisitata dai 53 Comitati Buona Scuola che si costituiscono in giro nella Penisola e che mettono in comune le proprie esperienze, i propri sogni, le proprie competenze. Esattamente un anno dopo l’assemblea di Venezia, tra il 21 e il 22 gennaio 2006, a Roma si tiene l’assemblea finale per il varo del testo definitivo della LIP: è in quei giorni che il testo definitivo registra la totale condivisione.

Ma una legge di iniziativa popolare non basta scriverla. Deve raccogliere 50mila firme – l’appoggio, il consenso di 50mila persone. Che sono tante. Grazie all’azione dei Comitati Buona Scuola – diventati nel frattempo più di 120 e diffusi su tutto il territorio nazionale – le firme raccolte superano le 100mila e vengono depositate alla Camera il 4 agosto 2006.

Alla legge venne attribuito il n. 1600 nella XV legislatura. La VII commissione ne iniziò la discussione ad aprile 2007. L’opposizione del PDL e del Pd e la crisi del governo Prodi del 2008 ne interruppero l’iter. Nella XVI legislatura prese il n. 1, ma non fu mai discussa, né considerata: stava per essere emanata la cosiddetta “riforma Gelmini”; nulla di più antitetico alla Lip. Dal momento che dopo due legislature le leggi popolari decadono, la proposta è stata – non senza un sospiro di sollievo, c’è da immaginare, considerando le posizioni sulla scuola che tutti i partiti di maggioranza hanno fatto registrare in questi ultimi anni – dimenticata da tanti.

Ma non da noi. Non è difficile comprendere come chi abbia messo al servizio della scuola pubblica tanto tempo, studio, passione non sia disposto a gettare la spugna facilmente.
Il 15 marzo, in un convegno a Bologna, ho ascoltato Francesco Mele e Giovanni Cocchi, tra i più lucidi artefici e animatori del “miracolo” di 8 anni fa, rievocare questa bella storia e chiamare la Lip “la nostra bambina”. Non si tratta di retorica. Ma dell’amore concreto, reale, che molti di noi – quelli in particolare che non sono stati mai in grado di non interpretare la propria professione anche in termini politici, di impegno e partecipazione – nutrono per principi e valori, per un’idea, per un concetto di società; che trovano la propria esplicitazione soprattutto negli articoli 3, 33 e 34 della Costituzione. Non è facile rinunciare quanto ci si è creduto tanto, e dopo che tante tempeste si sono abbattute sul nostro mondo, la scuola pubblica. Quindi, con qualche anno in più, ma con tanto entusiasmo, convinzione, competenza, passione, siamo tornati alla carica. È stato necessario, perché gli 8 anni che ci separano dal 2006 e da quello straordinario momento di democrazia partecipativa hanno fatto sì che, oltre che decaduta, la legge sia stata addirittura snobbata da quanti hanno creduto che quei principi e quel modello di società (inclusivo, laico, pluralista), inverati dalla Costituzione, fossero nient’altro che il romantico retaggio di un passato non più riproponibile, antico; nobile, sì, ma privo di respiro e di spendibilità per il presente e per il futuro, che devono essere entrambi e necessariamente moderni, veloci, smart.

insieme1A rileggerla, la Lip, stupisce invece ancora per la sua profonda attualità. E ci fa comprendere come non sia superata quella proposta, ma come, viceversa, sia stato il nuovo modello di società ad aver devoluto e dichiarato decaduti i saldi principi costituzionali che per anni sono stati alla base del cammino della scuola italiana. Da un certo momento in poi essi hanno iniziato a essere considerati “vetero”, superati nella sostanza, sebbene formalmente e verbalmente ancora ossequiati. Rileggere la Lip ci fa riflettere, pertanto, sulla profonda mutazione genetica e antropologica verificatasi nel Paese, determinata dal berlusconismo, dalla rincorsa che il centro sinistra ha fatto al berlusconismo, dai cloni di ogni parte politica che del berlusconismo e delle sue varianti si sono poi prodotti.

La Legge di Iniziativa Popolare opera una scelta a monte: destinare il 6% del Pil all’istruzione, come accade nella media dei Paesi europei, mentre l’Italia è oggi al penultimo posto quanto a spese dedicate alla scuola. Non si tratta, però, della solita rivendicazione relativa ai tagli che si sono abbattuti sul sistema scolastico italiano; la previsione di spesa viene finalizzata a precisi obiettivi: l’obbligatorietà dell’ultimo anno di scuola dell’infanzia (al contrario dell’anticipo della scuola primaria a 5 anni, introdotto da Moratti e che oggi Giannini parrebbe voler rendere obbligatorio). L’estensione dell’obbligo scolastico a 18 anni. Classi di 22 alunni, ripristino ed estensione del modulo e del tempo pieno nella primaria e prolungato nella secondaria di I grado: per fare una buona scuola, per avere attenzione vera per tutti, per applicare una didattica improntata sul lavoro di gruppo e sulla sperimentazione, è necessario tempo, e un numero gestibile di allievi. Dotazioni organiche aggiuntive stabili e adeguate per il sostegno, alfabetizzazione, integrazione, lotta alla dispersione e al disagio.

Si descrive una scuola che, in nome della continuità didattica dei docenti e della qualità del sistema educativo, affronta la questione del precariato, con l’assunzione a tempo indeterminato su tutti i posti vacanti. Una scuola superiore che rimanda la scelta delle proprie attitudini a 16 anni (e non a 13, come accade precocemente oggi, anche rispetto agli altri Paesi UE) con un biennio unitario e un triennio di specializzazione, ma che fino a quell’età offre a tutti i suoi cittadini (obbligando lo Stato a fornirla) – qualsiasi lavoro o studio intraprenderanno in futuro – l’opportunità di essere messi a contatto con tutti gli ingredienti necessari per una buona riuscita nella vita; che, guardando oltre l’asfittico e circoscritto panorama del mercato del lavoro e delle sue esigenze e diktat, anteponga ad esso lo sviluppo delle capacità critiche di ogni individuo.

E ancora: trasparenza e costante autovalutazione delle scuole a partire dall’ascolto degli alunni e dei loro genitori; con il contributo di figure professionali esterne, obbligo per gli insegnanti alla formazione e all’aggiornamento. Rilancio, rafforzamento ed estensione degli organi collegiali; apertura pomeridiana delle scuole; piano straordinario di edilizia scolastica.

Si tratta di una proposta: non può e non vuole avere nessuna presunzione se non quella di essere una traccia concreta e strutturata sulla quale avviare oggi un confronto vero (e non annunciato, fittizio, virtuale, formale) sulle sorti della scuola italiana; che sappia partire dall’ascolto di coloro che la vivono ogni giorno, che giorno dopo giorno ne conoscono e ne rappresentano il respiro, sempre più in affanno.

È stato significativo accorgerci come, a distanza di soli 8 anni, quel testo sia stato superato, in alcuni suoi aspetti, dallo zelo meritocratico e punitivo dei governi che si sono susseguiti da allora. In breve tempo un tema nel 2006 sostanzialmente sconosciuto, quello dell’autovalutazione (inserito nella legge di iniziativa popolare quale inedita assunzione di etica responsabilità da parte degli istituti scolastici, in un’ottica di rendicontazione sociale per il miglioramento dell’offerta, in un Paese che aveva da poco, con la legge 52/03, istituito l’Invalsi), sia stato nel corso degli anni violentemente trasfigurato. Oggi l’autovalutazione non assume più quel significato, ma è uno dei tanti passaggi che si vorrebbe imporre per configurare – attraverso la centralità di modelli di valutazione di matrice neoliberista – strumenti di controllo della libertà di insegnamento, legati a tendenze quali aziendalizzazione e privatizzazione degli istituti, alla carriera dei docenti, all’appiattimento dei saperi critici degli studenti in quizmania che semplifica, parcellizza e stravolge la tradizione pedagogica italiana, impoverisce la scuola, riduce gli studenti a risolutori di test e consumatori acritici. La cui soluzione positiva o negativa prefigura scenari punitivi e non interventi migliorativi.

Poiché la rilettura è convincente – non si potrebbe negare che la realizzazione di un simile progetto porterebbe (sebbene – o proprio perché – in totale controtendenza con tutta la politica scolastica degli ultimi anni) all’acquisizione consapevole dei saperi da parte di ogni cittadino e ad un modello di scuola emancipante, a prescindere dalle condizioni di nascita di ognuno – abbiamo ostinatamente creduto e pensato che l’unico modo per ridare respiro a quel modello era tentare una doppia operazione di adozione.

Da una parte abbiamo così lanciato la campagna “Adotta la LIP”, costruendo un sito dove la legge può essere conosciuta e, se condivisa, adottata, scegliendone e colorandone una parola. Dall’altra, in una conferenza stampa alla Camera dei Deputati, abbiamo chiesto ai parlamentari italiani di “adottare” a loro volta la legge, ripresentandola a loro nome. Qualcuno ci ha ascoltato: i senatori Maria Mussini (indipendente), Michela Montevecchi (M5S), Alessia Petraglia (Sel) e i deputati Silvia Chimienti (M5S) e Giovanni Paglia (Sel). Ai quali speriamo se ne aggiungano altri; e ai quali, per il momento, va il nostro grazie di cuore per aver creduto, come noi, che una scuola democratica, inclusiva, laica ed emancipante possa ancora costituire una irrinunciabile condizione di progresso sociale, politico, economico.

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