Il bravo Esopo, nella sua favola sulla volpe e l’uva, l’ha rappresentato efficacemente: siamo capaci di ostentare disdegno per ciò che non riteniamo alla nostra portata. Capita così che nel mondo della scuola molti, lamentando una serie di problemi effettivamente reali e oggettivi legati al lavoro sulla tesina per l’esame di Stato, ne invochino l’abolizione. Le novità in vista per l’esame di Stato del prossimo anno sembrano offrire una congiuntura adatta per proporlo.

Un tale atteggiamento, però, mi pare qualcosa di ben strano e infelice. È strano, perché il legislatore certo non potrebbe abolire qualcosa che non è stabilito formalmente. La normativa vigente, infatti, non prevede che si debba presentare una tesina; d’altra parte, si è diffusa la pratica di cominciare con essa il colloquio. Ciò ha portato a una serie di problemi, come spesso capita quando non si sta con le mani in mano. Molti però oggi vogliono risolvere tutto alla radice, abolendo addirittura questi elaborati.

La pratica intellettuale di cercare di eliminare qualcosa solo perché ne nascono problemi tradisce povertà di risorse e di prospettive. Dopotutto, se “c’è del marcio in Danimarca”, puliamo il marcio, non cerchiamo di cancellare la Danimarca dalla carta geografica. Non è solo un’esigenza di equilibrio e proporzionalità degli interventi a essere in gioco: è questione di buon senso. Questo, infatti, dice che prima di rigettare quanto emerso e diffuso in ambito educativo bisognerebbe almeno chiedersi le ragioni che lo giustificano, cioè le esigenze pratiche che lo sostengono e, soprattutto, quale sia il valore pedagogico che esso costituisce, se c’è.
Nel caso dell’elaborazione delle tesine vi sono delle ragioni radicate nella normativa (O.M. 19 maggio 2014, solo per stare al testo più recente). Questa, infatti, dice che “Il colloquio ha inizio con un argomento o con la presentazione di esperienze di ricerca e di progetto, anche in forma multimediale, scelti dal candidato. […] Gli argomenti possono essere introdotti mediante la proposta di un testo, di un documento, di un progetto o di altra questione di cui il candidato individua le componenti culturali, discutendole” (art. 16). Si tratta, mi pare, di una buona norma: essa esprime l’esigenza che il candidato cominci il colloquio su qualcosa di proprio, qualcosa che egli ha a cuore e che perciò ha scelto. Una scuola che voglia promuovere la responsabilizzazione e l’autonomia personale fa bene a favorire la possibilità di prendere l’iniziativa, lavorando su ciò che più interessa. Senonché, la presentazione di “un’esperienza di ricerca” rimanda a un pregresso lavoro la cui naturale documentazione è, appunto, la tesina. Vi sono fondate ragioni, dunque, che giustificano la pratica corrente. Il punto decisivo però deve ancora venire. Una pratica infatti potrebbe essere giustificata e diffusa, e tuttavia da rigettarsi. Va insomma dimostrato che concludere la propria formazione secondaria superiore presentando una tesina è cosa buona: solo su questa base si potrà poi continuare a difendere il valore della pratica corrente.

Non credo che si debba elaborare una tesina a conclusione del proprio percorso scolastico superiore. Ritengo però che non solo sia bene che lo si possa fare, ma anche che sarebbe bene almeno provare a farlo. Il nostro sistema attuale, con la sua apertura, non solo favorisce la possibilità, ma giustamente non penalizza il fallimento o la mancata realizzazione di un simile percorso, facendo in modo che la possibilità rimanga effettiva. Mi pare vi siano molte ragioni a sostegno del valore formativo della stesura di una tesina.
In primo luogo, si tratta – o almeno dovrebbe trattarsi – di un lavoro personale. Questo poi contribuisce alla personalizzazione del colloquio, favorendo l’espressione individuale del candidato.
In secondo luogo, la tesina è un lavoro in cui il candidato può svolgere un percorso in qualche misura autonomo di scavo e approfondimento: proprio quello che ci si aspetta da un giovane che aspiri all’indipendenza dall’ambiente protetto della famiglia e della scuola.
In terzo luogo, la tesina è un’occasione di creatività: lo studente ha così modo di esprimersi, mettendo in campo quanto appreso, al punto da mostrare qualche spunto originale o, almeno, non banale.
In quarto luogo, la stesura della tesina offre un’occasione per imparare ad argomentare. Si tratta infatti non solo di dire qualcosa, ma di mostrarne la consequenzialità, sviscerarne le ragioni, indagarne i fondamenti. Lo studente non deve dire solo “che”, ma anche “perché”.
In quinto luogo, la tesina è, in piccolo, l’esempio di un lavoro scientifico. Saperla svolgere così significa acquisire un metodo, un approccio rigoroso, una forma mentis che fa bene a tutti, ma che tornerà particolarmente preziosa a coloro che andranno all’Università. Infine, le abilità tecniche di stesura (paragrafare, disporre le note, saper citare, saper gestire immagini e testo, impaginare, etc.) sono preziose in una società che le richiede sempre di più. Insomma, ci sono fatiche che meritano di essere affrontate e il lavoro di accompagnamento e supporto degli allievi nella stesura dei loro lavori, svolto da parte dei docenti, è di questo tipo, perché sul piano formativo ci sono valide ragioni per compierlo.

Gian Paolo Terravecchia

Cultore della materia in filosofia morale all'Università di Padova, si occupa principalmente di filosofia sociale, filosofia morale, teoria della normatività, fenomenologia e filosofia analitica. È coautore di manuali di filosofia per Loescher editore. Di recente ha pubblicato: “Tesine e percorsi. Metodi e scorciatoie per la scrittura saggistica”, scritto con Enrico Furlan.

 
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