Circa un anno fa, nel maggio del 2013, Luciano Canfora in un’intervista affermava che la prima urgenza della scuola italiana era “cancellare la riforma Gelmini, ripristinare il numero di docenti necessario, rendere le classi più piccole e più umane, e – se non è utopia – rendere più dignitoso il salario dei docenti”. Maggio, come si sa, è il mese delle prove Invalsi. A questo proposito Canfora sosteneva che “Le prove Invalsi sono una mostruosità, una cosa senza alcun senso, che può servire se mai a premiare chi è dotato di un po’ di memoria più degli altri, non chi ha spirito critico. Poiché la scuola dovrebbe essenzialmente far nascere lo spirito critico, la miglior cosa sarebbe eliminare l’Invalsi e restituire i suoi test a chi li ha inventati”.

 

Da allora le cose sono molto cambiate e (incredibile dictu!) persino in peggio. Innanzitutto è mutato il clima culturale del Paese, che a quei tempi poteva contare ancora su una speranza, un guizzo d’orgoglio per un ritorno alla sobrietà, dopo il ventennio berlusconiano: in realtà, però, l’Italia si è lestamente dimostrata pronta ad adeguarsi a uno stile diverso, ma analogamente inopportuno, demagogico, istrionico. Tra l’esibizione di un assaggio di gelato e l’altra, Renzi ancora non ha fatto capire – dopo un’estate di cui provvederò in seguito a riproporre le tappe rocambolesche – dove vuole portare la scuola che, nei proclami che hanno accompagnato la sua (auto)-“incoronazione”, avrebbe dovuto avere un ruolo centrale nella politica del governo. Di venerdì scorso l’ennesimo spostamento della presentazione di un’epocale “riforma della scuola”. Né possiamo a cuor leggero credere a tutte le affermazioni della Giannini, troppo spesso sconfessata, messa in discussione o addirittura relegata ai margini dallo stesso Renzi.

Ritengo però utile riproporre una tematica (valutazione e autovalutazione) sulla quale il ministro è ritornato in maniera piuttosto costante, affermando che da settembre andrà a regime il Sistema Nazionale di Valutazione: su questa convinzione premier e ministro dell’Istruzione sembrano convergere. Rimangono – al solito, secondo una consuetudine che questo governo ha consacrato – completamente sconosciuti il come e soprattutto il quanto: con quali fondi si provvederà a introdurre un’innovazione tanto capillare? Ma a questo tipo di interrogativi, per nulla peregrini, siamo ormai abituati a non avere risposta. Prendiamo pertanto per buona l’affermazione, riservandoci di verificare (o, meglio, di attendere che il governo verifichi) quali e quanti investimenti saranno assegnati a questa novità. Che poi non è così “nuova”. Il Sistema Nazionale di Valutazione, infatti, annunciato da Giannini e ribadito ne "La Buona Scuola" di Renzi, minaccia concretamente (e spiegherò in seguito perché uso questo verbo) la scuola italiana da più di un anno. Ma per capire di cosa si tratti occorre tornare indietro di ben due anni.

Il 24 agosto 2012 il CdM licenzia uno schema di Dpr contenete il regolamento istitutivo del Sistema Nazionale di Valutazione. La bozza, grosso modo, non si discosta di molto dal testo che sarà approvato l’8 marzo seguente; il testo che diventerà definitivo, casomai, – insistendo sulla valorizzazione dell’autovalutazione – affida al SNV, oltre alla valutazione dei dirigenti scolastici, del sistema educativo di istruzione, degli apprendimenti e delle competenze degli studenti, anche la valutazione delle scuole. Il principale strumento di valutazione è configurato da un’unica tipologia di test, a cura dell’Invalsi.

 

Esattamente 3 mesi dopo, il Cnpi dà parere negativo:“[il regolamento] appare segnato da una redazione eccessivamente generica ed affrettata che rende la bozza in esame al di sotto delle esigenze maturate sul versante di questo delicato problema”. Il 20 dicembre 2012 il Consiglio di Stato si esprime in maniera favorevole, ma sollevando una serie di obiezioni che il testo presentato alle Commissioni non rileverà. Il 23 gennaio – a meno di un mese dalle elezioni politiche, con l’esecutivo di fatto scaduto e impegnato nel “disbrigo degli affari correnti” – si chiedono i pareri delle Commissioni. L’8 marzo, come si diceva, 2 settimane dopo le elezioni del 2013 che hanno cambiato completamente il volto del nostro Parlamento e portato ad una lunga fase di stallo, dalla quale – apparentemente – siamo usciti (con mezzi più o meno ortodossi), viene approvato in Consiglio dei Ministri in via definitiva il regolamento relativo all’istituzione e la disciplina del S.N.V. in materia di istruzione e formazione, per le scuole del sistema pubblico nazionale di istruzione e le istituzioni formative accreditate dalle Regioni. Il sistema si configura a “tre gambe” (Invalsi, Indire, corpo ispettivo), con il primo ente investito di un ruolo assolutamente prioritario e determinante. Nel testo approvato, al netto di qualche aggiustamento, non ci si preoccupa di raccogliere le critiche del Cnpi, né fa cenno alle indicazioni espresse dal Consiglio di Stato. 

Uno dei leitmotiv che hanno accompagnato – dal dpr 275/99 (l’autonomia scolastica) a oggi – la scomposta strategia italiana sulla valutazione, è che la scuola rifiuti categoricamente ogni intervento valutativo. La vulgata neoliberista, allo stesso modo di quella di un incauto uomo della strada, pensa che tali proteste siano state animate da un acritico rifiuto da parte del mondo della scuola (desideroso di conservare – sic! – i propri presunti privilegi) di qualsiasi forma di valutazione. Dal tentativo di rimanere – come ci accusò di essere Monti, facendo seguito a una ricca tradizione d’insulti bipartisan a noi rivolti, che ancora non si è interrotta – corporativi e impuniti.

Non è così. Dieci associazioni pubblicarono allora il documento “La valutazione: un impegno condiviso”, che prevede una proposta alternativa all’articolazione non solo del regolamento approvato, ma all’approccio che – governo dopo governo, in maniera più o meno acuta e allarmante – è stato imposto a questo tema. La Legge di Iniziativa Popolare per una Buona Scuola della Repubblica, presentata in Senato come disegno di legge lo scorso 31 luglio, prevedeva già nel 2006 l’autovalutazione degli istituti scolastici. È ricchissima inoltre la produzione di testi, analisi, proposte, approfondimenti di docenti su questo tema. Il percorso della valutazione nel nostro Paese, nonostante i numerosi richiami al mantra “ce lo chiede l’Europa”, è stato molto lontano e differente da quello dei Paesi europei che, almeno dagli anni ’80, studiano e investono sulla valutazione, individuando in essa uno degli istrumenti principali per determinare interventi e cambiamenti migliorativi nei propri sistemi scolastici.

L’introduzione in Italia della valutazione degli apprendimenti degli studenti risale al Ministro Moratti (decreto legislativo 286/2004). La sua applicazione ha creato fin da subito molte polemiche, per il piglio punitivo nei confronti delle scuole che il ministro seppe imprimere a quel testo. Il ministro Fioroni nel 2007 inserisce i test Invalsi di lingua e matematica nell’esame di Stato di terza media, ma prevede una valutazione di sistema a campione. Il tormentone “valutazione”, indissolubilmente legato, dal 2008, alle indicazioni contenute di un documento di Checchi, Ichino e Vittadini (i guru della meritevolissima Gelmini), improntato a suggestioni cielline, neoliberiste e confindustriali, propone di imporre a tutti gli studenti (su base censuaria e non a campione) la somministrazione di test (si noti che molti Paesi – quelli ai quali si dichiara di volersi ispirare – stanno retrocedendo rispetto alla quiz-mania dilagante degli ultimi lustri) anche per costruire un’anagrafe degli studenti, che li segua nel loro percorso scolastico; sul fronte degli insegnanti, l’efficacia dell’azione pedagogica così rilevata viene legata alla premialità economica (sic!). Il documento non esclude interventi drastici sulle scuole non produttive. Cade il principio della valutazione di contesto; viene messa in discussione la competenza primaria dei docenti sulla valutazione in nome di una presunta oggettività dei test; vengono inseriti nel mansionario dei docenti voci non contrattualizzate; si scavalcano presupposti determinanti per l’impianto didattico-pedagogico della scuola italiana. Per giunta, l’affidatario dell’elaborazione e della rilevazione dei test – l’Invalsi – è un istituto alle dirette dipendenze del Ministro, controllato da commissari straordinari e da un comitato d’indirizzo fin dall’inizio in orbita CL.

Marina Boscaino

Docente di italiano e latino in un liceo classico di Roma, blogger del Fatto Quotidiano e di MicroMegaOnline, e coordinatrice delll'Associazione Nazionale Per la Scuola della Repubblica. Scuola e Costituzione il binomio cui ispira la sua attività di insegnante e giornalista e il suo impegno di cittadina.
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