Il collega Marco Guastavigna ha ragione: il pamphlet sulla “Buona scuola” del Governo Renzi del 3 settembre 2014 oscilla, graficamente parlando, tra un libro di fiabe e uno di ricette. A parte questo, è però la “polpa” (non parlavamo di ricette?) che conta, e su questa “polpa” vorrei articolare qualche breve considerazione; ciò anche perché va riconosciuto che a chiedere di fargli conoscere il parere degli addetti ai lavori è stato lo stesso premier Matteo Renzi, il quale senza dubbio ha avuto il merito di far tornare la scuola oggetto di dibattito.

Ma non posso non premettere a tutto ciò una verità, una personale verità. E cioè che del documento governativo ho subito letto con attenzione la prima parte, quella relativa al reclutamento (punti 1, 2 e 3) e alla formazione e alla carriera docente (punto 4). E mi sono pure impegnato – dannazione… – a cercare di seguire i numeri della “operazione assunzioni”, dal punto di vista finanziario; ma, lo confesso, l’ho fatto solo fino a che sul sito web di tutti i giornali non è arrivata l’immagine del Ministro Marianna Madia che, con un’espressione tra l’addolorato e lo stupefatto, ha annunciato (più o meno) che abbiamo le “pezze al sedere”, che soldi non ce ne sono, e che di rinnovi contrattuali per gli statali non se ne parla proprio. Tutto ciò mentre il colorato pamphlet ipotizzava un impegno economico superiore ai tre miliardi di euro (sic!) per le massicce immissioni in ruolo dei nuovi docenti…
Dunque non so più, a questo punto, se prendere sul serio i numeri del Governo; mi piacerebbe – e lo dico senza polemica – che qualcuno davvero mi dicesse a che distanza siamo, come Paese, dal baratro di montiana memoria; e capire se i numeri del pamphlet non siano solo un coraggioso ma irrealizzabile tentativo di buttare il cuore oltre l’ostacolo, di superare quel precariato per cui l’Europa ci sanziona, senza fare però i conti con il nostro portafoglio pieno di ragnatele, come scriveva il poeta latino Catullo.
Ma voglio essere fiducioso: i soldi (o almeno un po’ di questi) ci saranno, e si procederà in questa direzione. Se così è, però, mi permetto due piccole osservazioni sulla “filosofia” generale che ispira i primi punti, evitando (se non strettamente necessario) di entrare troppo nello specifico.
La prima è sul reclutamento dei nuovi docenti: 150.000 di loro sarebbero assunti quasi subito, azzerando vecchie graduatorie a esaurimento (dove si trovano persone dai percorsi abilitanti e professionali più diversi e di età media oltre la quarantina), mentre altri sarebbero assunti poi, bandendo con regolarità concorsi “a botta secca”, che consentirebbero ai giovani l’ingresso nella scuola. Non nego che il problema del precariato storico sia culturale, ma anche economico e sociale. Però questa operazione appare troppo una sorta di “sanatoria” (già i giornali così la chiamano), e – a mio avviso – l’idea dei concorsi futuri da tenersi con regolarità è eccessivamente legata alle incertezze politiche ed economiche del nostro Paese. Ciò perché anche i mitici vecchi “concorsi ordinari” nell’idea del legislatore di allora avrebbero dovuto tenersi ogni 2-3 anni, mentre – per fare un esempio – a quello del 1990 (che ho vinto io...) ha fatto seguito uno bandito nel 2000, ben dieci anni dopo. Nel frattempo, però, non sono mancate (e proseguite anche in seguito) altre varie forme di abilitazione più o meno “riservata”, che la pubblica opinione ha sentito ancora come “sanatorie”, fino ad arrivare al nuovo “concorsone” del Ministro Francesco Profumo, indetto nel 2012, cui erano però ammessi solo i già abilitati. Posso allora uscire dalle premesse e rifuggire il politically correct esprimendo fino in fondo il mio pensiero? Temo che dopo l’infornata di ex precari del 2015 lo spazio per i giovani sia poco o nullo! E allora inviterei il Governo a studiare il modo per riservare già ora una robusta quota di posti (anche quelli della prima tranche) a una qualche forma concorsuale; a indire cioè un concorso al quale potessero sì partecipare anche i precari “storici” (con il loro fardello di esperienza e “mestiere”), ma pure giovani neo-abilitati, con il loro contributo di cultura ed entusiasmo; un concorso dove tutti partissero davvero “alla pari”. Lo so: i concorsi sono impopolari, costano, sono soggetti a ricorsi e contro-ricorsi; eppure garantiscono un rigore e un’equità che altre forme di reclutamento non possono dare.
La seconda osservazione è sulla formazione e sulla “carriera” dei docenti, dei quali si vorrebbe riconoscere il “merito”. E qui sarò ancora più rapido e tranchant: dato che l’unica cosa chiara è che saranno aboliti gli attuali scatti di anzianità (peraltro oggi già largamente dilazionati e congelati), mentre i nuovi scatti sarebbero basati su forme per ora non perspicue di valutazioni del merito (su dei “punti”, insomma…), faccio male se un po’ mi preoccupo? Insomma, ho davanti a me la faccia di ieri della Madia che ricorda mestamente il “pantano” economico in cui versiamo e il conseguente blocco dei contratti pubblici, dopo che Renzi – solo qualche giorno fa – aveva smentito le ipotesi di congelamenti contrattuali e prelievi sulle pensioni. Non è che l’intento del Governo è quello di un risparmio hic et nunc, con l’abolizione degli scatti, mentre la valutazione del merito (che dovrebbe essere nunc et semper) si perderà nelle sue difficoltà attuative o sarà “congelata” da una nuova epifania mediatica della Madia (o di un suo successore) che ci ricorderà che balliamo da troppi anni sul ponte del Titanic? Lo so, sono pessimista, ma ho visto i tagli che l’istruzione pubblica ha subito in questi anni e non mi faccio troppe illusioni: leopardianamente parlando, questo pessimismo da storico sta diventando cosmico.
Se comunque il merito potrà essere valutato, io sarò il primo a rallegrarmene, solo però se questo sarà misurato su parametri rigorosi e oggettivi di tipo culturale e didattico. E parlo di Master e Dottorati; di attività di aggiornamento (attive e passive) realmente legate alle discipline insegnate o ai bisogni formativi degli studenti; della partecipazione ad attività o progetti che vedono coinvolti enti prestigiosi (amministrazioni locali, fondazioni, imprese, università etc.); del computo delle eventuali pubblicazioni scientifiche o didattiche prodotte; e anche – perché no? – del “successo formativo” degli allievi, come pure dei feedback che il Dirigente Scolastico e i suoi Collaboratori potranno assumere da questionari anonimi compilati da allievi e famiglie, come avviene serenamente in altri Paesi. Lo so, qui tocco un punto dolente, quello dei presunti “superpoteri” che deriverebbero ai Presidi da questo stato di cose, che non a tutti piace. Ma se non loro (cioè i Presidi), chi può – pur con tutti i limiti del caso – giudicare i propri docenti? Facciamoli affiancare in queste attività da altri docenti, da ispettori, da professori universitari, ma – a mio avviso – il ruolo dei Presidi non potrà non essere centrale, se davvero si arriverà alla valutazione degli insegnanti. Dico se davvero, perché sono molto scettico, e non solo per le questioni economiche che ho posto prima, ma anche perché è un’operazione molto, molto, difficile: solo per averla ipotizzata nel 2000, infatti, l’allora Ministro Luigi Berlinguer perse la sua poltrona, e se fossi l’attuale Ministro Stefania Giannini allaccerei ora le cinture di sicurezza. Ricordo tra l’altro quando – proprio ai tempi di Berlinguer – venni invitato a far parte di una commissione locale, che aveva sede nella mia scuola di allora maxisperimentale e superinnovativa, che doveva studiare metodi “sperimentali” e “innovativi” per la valutazione docente. La commissione si riunì due volte, poi si sciolse per il clima eccessivamente litigioso che si era instaurato, che ricordava le peggiori assemblee di condominio. E temo che – senza paletti rigorosissimi, titoli misurabili, crediti quantificabili – possano riproporsi anche in futuro situazioni analoghe di “guerra tra poveri”: non vorrei che dai litigiosi “polli di Renzo” di manzoniana memoria si arrivasse a quelli non meno riottosi “di Renzi”! Né mi piace l’idea – ingenuamente esplicitata nel documento (e questo è piuttosto inquietante) – che, per primeggiare e apparire “meritevoli”, i docenti possano chiedere di trasferirsi in scuole peggiori, dando così corso al proverbio secondo il quale “in terra di ciechi un orbo è re”. La scuola non è però fatta (vivaddio!) per far guadagnare crediti ai docenti alla ricerca di scatti stipendiali, ma per la formazione degli studenti, che mi paiono un po’ i grandi assenti del pamphlet renziano!
La “Buona scuola”, insomma, non ha alcun bisogno di docenti rissosamente competitivi o spasmodicamente itineranti, ma di persone che sappiano agire armoniosamente in squadra, consapevoli che la valutazione più vera è quella che la comunità civile vorrà dare alla complessità e collegialità del loro lavoro, i cui frutti principali sono il “sapere” e il “saper fare” dei loro giovani “buoni allievi” di oggi, futuri “buoni cittadini” di domani.
Francamente, sugli altri punti del documento non me la sento di riflettere ora, anche perché – come una moderna Erinni – mi appare ancora il Ministro Madia che mi ricorda che siamo al verde, e ciò rende piuttosto difficile il mettersi a ragionare serenamente sui restanti temi del pamphlet, nessuno dei quali (innovazione, digitalizzazione, alternanza scuola-lavoro etc…) mi pare proprio a costo zero.

 

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

 

 
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