Vedo il rischio di essere equivocato dopo aver pubblicato, in questa bella Rivista on line, una decina e oltre di articoli sulla scuola e su un “alfabeto”, o più precisamente una lista, di “parole chiave”, per la verità suggeritomi dal collega Reali (con poche aggiunte originali sui termini, ma, credo, con posizioni non scontate), e dunque faccio un passo indietro e mi permetto di inserire alcune (dovute) precisazioni.
Il mio simpatico duello/duetto con Reali (a cui va la mia stima e simpatia, visto che nel frattempo ho avuto la fortuna di conoscerlo personalmente) verte, a mio parere, su un punto essenziale: vogliamo scegliere una scuola che si centri sui contenuti o una scuola che si centri sulle competenze?

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Diciamolo in un altro modo, per cercare di essere semplici e non equivocabili: vogliamo una scuola che si pensi e si progetti partendo dagli obiettivi di apprendimento, cioè da quello che gli alunni dovrebbero saper fare e sapere alla fine o a un certo punto di un percorso, oppure vogliamo una scuola che si pensi e si progetti a partire dai contenuti di insegnamento, cioè da ciò che gli insegnanti debbono spiegare? Possiamo estremizzare e semplificare ulteriormente: vogliamo una scuola centrata sugli allievi e i loro bisogni o sugli insegnanti e i loro bisogni?
La scelta, sino ad oggi, è stata chiara. Le più grandi (legittime) battaglie sulla scuola sono state fatte a proposito di concorsi, graduatorie, immissioni in ruolo… ma non ho visto nessuno stracciarsi le vesti per risultati di apprendimento mediocri, per l’inefficacia di un sistema che “perde” una parte consistente (quasi un quarto) della propria utenza per vari motivi.
I difensori del valore “culturale” più che formativo della scuola, come ha detto qualcuno, dovrebbero però rispondere ad alcune domande che adesso non posso più esimermi dal porgli:
1. che cosa significa per la scuola avere un “valore culturale”?
2. come si traduce nella prassi del lavoro quotidiano di un insegnante questo valore culturale?
3. se il valore culturale fosse (ipotizzo) legato all’inserimento in una cultura millenaria per avere radici forti e sapere chi si è attraverso la conoscenza della propria storia (politica, storica, letteraria, artistica, filosofica, scientifica…) perché non si insegna la storia della matematica o la critica storica alle matematiche (così come si fa con la letteratura, la storia, la storia dell’arte, la filosofia…)? O la storia e le critiche principali dell’educazione fisica? O la storia della biologia?
4. se il valore culturale è quanto scritto sopra, siamo certi che la “spiegazione” e la “trasmissione” siano strumenti per inserirsi in una cultura?
5. se il valore culturale è quanto scritto sopra, si assume che una cultura millenaria… non si modifichi? resti ferma?
6. il concetto di “difesa” di una cultura non vi evoca scenari un po’ torbidi?
7. chi ironizza su tablet o multimedia, difendendo la classicità, ricorda che Platone ironizzava sulla scrittura? Ogni tempo ha i propri luddisti... quando però questi si nascondono tra le file di coloro che dovrebbero preparare al futuro le giovani generazioni il pericolo mi appare alto. Qualcuno si è premurato di leggere, prima di partecipare a dibattiti o prendere posizioni, le Indicazioni Nazionali per il primo ciclo? Vorrei sapere, senza entrare troppo nel dettaglio (il documento è lungo e complicato, ma dovrebbe regolare le azioni professionali…) se conoscono questo passaggio e se pensano, di adeguarvisi o di dimettersi:

Lo Stato stabilisce le norme generali cui devono attenersi tutte le scuole, siano esse statali o paritarie. Tali norme comprendono: la fissazione degli obiettivi generali del processo formativo e degli obiettivi specifici di apprendimento relativi alle competenze degli studenti; le discipline di insegnamento e gli orari obbligatori; gli standard relativi alla qualità del servizio; i sistemi di valutazione e controllo del servizio stesso. Con le Indicazioni nazionali s’intendono fissare gli obiettivi generali, gli obiettivi di apprendimento e i relativi traguardi per lo sviluppo delle competenze dei bambini e ragazzi per ciascuna disciplina o campo di esperienza.

Ecco: mi propongo di non rispondere più a commenti o polemiche, finché qualcuno dei sostenitori della linea “contenuti” - o se preferite del valore “culturale” della scuola - non avrà dato risposta alle mie domande.
Concludo con una frase che pare una provocazione ma, lo assicuro, per me non lo è: vedo esclusi, completamente, da questo dibattito, i protagonisti… posso proporre al direttore editoriale di provare a coinvolgere qualche classe? Anche questa potrebbe essere una bella attività didattica. Per competenze però: per partecipare i ragazzi dovrebbero infatti essere in grado di “comprendere testi di diverso tipo” e di “produrre testi di diverso tipo”… (qualsiasi riferimento alle competenze di base, alle competenze chiave europee e alle Indicazioni Nazionali è assolutamente voluto).

Federico Batini

Insegna Metodologia della ricerca educativa, dell’osservazione e della valutazione, Pedagogia sperimentale e Consulenza pedagogica all'Università degli Studi di Perugia. Ha fondato e dirige le associazioni Pratika e Nausika, da cui è data la LaAV. È autore Loescher. federicobatini.wordpress.com
 
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