A partire dalla seconda metà degli anni Novanta abbiamo assistito a un processo attraverso il quale la concezione socialmente condivisa di orientamento (con le dovute eccezioni dovute alla bassa conoscenza da parte dell'utenza media delle finalità dell'orientamento medesimo) è stata rimessa in discussione.

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Le mutate dinamiche del mondo del lavoro, le differenze insorte negli ultimi anni riguardanti i processi di costruzione delle identità individuali, la perdita di linearità nei processi di carriera, la logica lifelong ormai regolativa dei processi formativi, le discussioni e la ridefinizione delle finalità dei diversi segmenti di istruzione: tutto questo ha interrogato, negli ultimi dieci anni, le finalità, le pratiche, i metodi e gli strumenti di orientamento producendone quella che possiamo definire una “crisi di crescita” (flessibilità e precarietà si sono contese il ruolo di termine capace di dare senso alle traiettorie professionali ed esistenziali dei soggetti). Come tutte le crisi, anche questa ha portato con sè una certa dose di confusione. Crediamo che tuttavia l'esito finale sarà quello di una ridefinizione dell’identità stessa dell’orientamento, nella direzione di una risposta efficace agli interrogativi posti dai tempi che stiamo vivendo: “quello che manca al sistema di orientamento nazionale, connotandosi così come un sistema dagli obiettivi poco chiari e dai contorni sfumati, è una chiara e condivisa produzione normativo-legislativa. È necessario quindi che pratiche e servizi siano ancorati a solidi e stabili modelli di riferimento, a obiettivi espliciti e condivisi, a un’attenta e permanente lettura e analisi della domanda, a strumenti validi e attendibili, a modelli di competenze e professionalità degli operatori chiaramente definiti, a strutture e attrezzature comode e agevoli” [Grimaldi A., Verso un nuovo scenario per l'orientamento, in: Batini F. (a cura di, 2005), Manuale per orientatori, Trento, Erickson]. Mentre il processo di cambiamento sopra accennato sta giungendo a maturazione, infatti, si possono evidenziare ancora rilevanti contraddizioni rispetto a finalità tutto sommato condivise.

Le contraddizioni ancora in gioco e le modificazioni sociali e nelle vite individuali
L'orientamento dovrebbe chiaramente definirsi come un processo che centra la propria finalità nel mettere in condizione i soggetti di effettuare scelte circa il proprio progetto formativo, professionale ed esistenziale tout-court: l'Isfol definisce l'orientamento come “un'azione globale in grado di attivare e facilitare il processo di conoscenza del soggetto”. Eppure, se da una parte la riflessione e la ricerca sull'orientamento paiono essere arrivati a un accordo sulle necessità di personalizzazione e sulla valenza di empowerment dell'orientamento medesimo, dall'altra assistiamo ancora alla produzione di strumenti ancorati a concezioni ormai superate, accompagnate da pratiche legate a teorie e modelli oggi inapplicabili all'attuale società globale della complessità e della velocità.
Società il cui volto viene continuamente trasfigurato da questi fattori, i quali possono costituire (e spesso costituiscono) un ostacolo alle vite individuali (il cambiamento, che è possibile fonte di gioia, rimane pur sempre un trauma, una frattura che necessita di un transito fuori dal “se stessi” di prima, e che provoca sempre delle “resistenze”), nonché aumentare la difficoltà a determinarsi e a mettere in campo livelli di decisionalità, di stabilità e di sicurezza capaci di consentire l’esercizio di una progettualità formativa, professionale, esistenziale. Occorre volgere lo sguardo con decisione verso le nuove necessità e i nuovi bisogni orientativi.
Fino a quando non si giungerà a nuove ridefinizioni, sia dei modelli di vita e convivenza sociale, sia di concezioni, modelli e strumenti di orientamento, è la qualità agita dei professionisti a costituire un importante “salvagente” per i soggetti che hanno bisogno di orientamento, affinché non siano loro a “pagare il conto”: dell'impasse di crescita di cui sopra, e delle modificazioni sociali legate alla crisi economica e al rilevante disagio presente in larghi strati della popolazione (si pensi soltanto al sostanziale cambiamento dei sistemi di welfare che travolge i modelli culturali attraverso cui ci siamo rappresentati il futuro).
Ci troviamo a vivere un tempo storico in cui, per la prima volta, l'esperienza della generazione precedente non risulta applicabile se non in piccola parte a quella successiva, perché i mutamenti economici non sono più graduali e risultano poco prevedibili, perché le notizie si diffondono con tempi contratti, globalizzati, e perché la tecnologia irrompe nelle nostre vite e cambia le pratiche di informazione, conoscenza e relazione. Siamo nel tempo del cambiamento, della flessibilità, velocità, globalizzazione e glocalizzazione: tutte parole uscite dall’utilizzo ristretto di un gruppo di professionisti ed esperti e approdate al linguaggio comune: i media di ogni tipo ne abusano, le riflessioni, le soluzioni proposte, le analisi omnicomprensive, le interpretazioni si succedono. In un tale vortice le persone perdono i riferimenti certi e si trovano a “navigare a vista”, spesso senza avere un'adeguata attrezzatura per farlo.
Per tutti i motivi indicati sopra sono da preferire, oggi, modelli formativi di orientamento: quei modelli nei quali, anziché accompagnare una scelta, sostenerla o dirigerla, si miri ad aiutare i soggetti coinvolti a sviluppare competenze di auto-orientamento, competenze progettuali, competenze di scelta.

Federico Batini

Insegna Metodologia della ricerca educativa, dell’osservazione e della valutazione, Pedagogia sperimentale e Consulenza pedagogica all'Università degli Studi di Perugia. Ha fondato e dirige le associazioni Pratika e Nausika, da cui è data la LaAV. È autore Loescher. federicobatini.wordpress.com
 
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