È la scuola che molte persone hanno nei cuori e nelle menti. È la scuola che c’è e che non si vede: fatta di uomini e donne che si spendono ogni giorno, nel silenzio, per restituire dignità e futuro alle persone.

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Una scuola inclusiva, più attenta alle nuove forme di apprendimento e alle nuove culture, orientata a istruire ed educare per formare i cittadini di domani, in cui vengano investite le risorse necessarie per supportare il difficile lavoro degli insegnanti e dare risposte ai ragazzi che portano nella scuola la complessità del loro crescere. È l’altra scuola cui pensa Michele Gagliardo, responsabile del Piano Giovani del Gruppo Abele, che abbiamo incontrato per parlare di giovani, dipendenze, “scuoline erranti” e anche di don Luigi Ciotti.

D: Che cos’è secondo lei “L’altra scuola”?
R: È quella che non è adesso, e che molte persone hanno nelle loro menti e nei loro cuori. Penso a una scuola che sia inclusiva, attenta ai singoli e ai sistemi collettivi. Una scuola pubblica, per tutti e non di classe; più attenta negli stili di insegnamento alle nuove culture con le quali convive (e non mi riferisco soltanto agli stranieri). Penso a una scuola che scelga di riaprire uno spazio collettivo nel quale istruzione ed educazione si incontrano e dialogano continuamente tra loro, per restituire senso e significato all’esperienza della formazione, per preparare i ragazzi a diventare cittadini in possesso di conoscenze, principi e competenze civili.
Ma l’altra scuola è anche la scuola che c’è e non si vede, o non vuole essere vista; fatta di uomini e donne che si spendono ogni giorno, nel silenzio e nel non riconoscimento sociale, per restituire dignità e futuro alle persone grazie al valore straordinario dell’essere inseriti nei sistemi di conoscenza, produzione e scambio dei saperi. Una scuola che cerca di “andare verso” ogni soggetto in crescita, partendo dalla sua storia, dai suoi limiti e sofferenze, dal patrimonio di relazioni, dalle passioni e desideri, dai suoi saperi e competenze, per dar valore a questi elementi, consolidarli e orientarli verso il crescere civile. Una scuola che si assume il compito prioritario dell’educare nella direzione della crescita dei cittadini, che accetta la sfida della complessità e della ricerca, che sceglie di realizzare veri e propri patti educativi locali. C’è un patrimonio enorme, anche in mezzo a tante difficoltà, che accanto a una chiara idea di cambiamento deve essere riconosciuto e sostenuto nel suo tentativo di radicarsi e costituirsi come prassi.

D: I giovani sono da sempre al centro del vostro impegno. Ma dagli anni Sessanta sono mutate le problematiche legate ai giovani ed è cambiata la composizione stessa del mondo giovanile, a Torino e in Italia. Chi sono i giovani che oggi incontrate?
R: Negli anni Sessanta esistevano i giovani, oggi la giovinezza ha smesso di essere un’età della vita diventando una condizione, spesso ritenuta propria anche da chi giovane non è più, ma continua ad atteggiarsi come tale. Qui c’è già un’enorme differenza. Saltano i processi di identificazione; crollano la mobilità sociale e la partecipazione; la relazione tra genitori e figli da educativa si trasforma sempre più in affettiva; crolla l’esperienza del conflitto familiare e conseguentemente anche quello sociale; si abbassano i livelli di sopportazione della sofferenza e si modifica il rapporto con l’opposizione: queste insieme a tante altre caratteristiche hanno ovvi risvolti sull’oggi e sul domani di questi giovani.
Nello specifico, non è facile rispondere a questa domanda, perché sono molte le variabili da considerare e generalizzare non è semplice. Sicuramente per cercare di capire cosa ci sia dentro le vite di queste persone non basta cercarle e incontrarle nella scuola; così si vedrebbe solo una parte di ciò che sono e, per alcuni, forse anche la meno significativa. I giovani attraversano luoghi diversi e fanno esperienze eterogenee, sviluppando e mostrando parti di sé molto diverse; per questo, siamo alla continua ricerca di spazi e strumenti per dare vita a una relazione che riesca ad andare oltre l’occasione che fornisce la scuola, incontrandoli nel territorio, nei luoghi della loro quotidianità o nella rete.
I ragazzi finiscono per esprimere ciò che colgono dal mondo e dagli adulti accanto a loro. Da una parte mostrano disillusione, competizione e chiusura nel privato, impegnati nel tentativo d’arrangiarsi nel difficile compito di crescere. Dall’altra sono come la cenere dopo un bellissimo falò ormai spento, cenere dove puoi trovare, smuovendola, anche a distanza di tempo, ancora molti carboni ardenti. Fuori di metafora, si potrebbe dire che assorbono la crisi del mondo e degli adulti, che gradatamente spegne e addormenta i desideri, ma contemporaneamente se incontrano adulti “vivi” si riaccendono, esprimendo uno slancio critico, attento e costruttivo verso un futuro migliore.
Infine, non si può tacere della sofferenza profonda che si incontra in queste storie; una sofferenza qualitativamente e quantitativamente significativa. Un dolore spesso profondo, che si manifesta in forme differenti, espressione di un malessere sociale diffuso che interferisce negativamente con i processi di vita di queste persone. Relativamente a questo aspetto, la scuola, derubata delle necessarie risorse, fatica a dare risposte: noi cerchiamo d’aiutare attraverso presenze educative nelle scuole, al fine di riattivare pratiche d’ascolto e di cura ai confini fra la dimensione formale intenzionale e quella informale.

 

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D: Come li raggiungete?
R: Solitamente, sono gli adulti a chiedere un intervento: insegnanti, dirigenti scolastici, associazioni di genitori o genitori singoli. In percentuale più bassa siamo ricercati dagli studenti che ci chiedono una mano, spesso all’interno dei percorsi partecipativi d’autogestione o d’occupazione degli spazi scolastici.
L’oggetto della domanda, della richiesta di aiuto, in assenza di reciproca conoscenza, è sempre un contenuto, un tema che, secondo gli adulti che ci contattano, risulta importante affrontare in classe. Siamo cercati, ad esempio, in seguito a fatti critici avvenuti a scuola, a situazioni di consumo o forme differenti di dipendenza, per trattare temi e contenuti connessi all’educazione alla cittadinanza.
Così il patto è da costruire, ogni giorno: l’incontro con gli studenti non è affatto scontato e deve realizzarsi con molta cura, ridefinendo con loro la domanda espressa, costruendo con delicatezza e rispetto lo spazio della relazione, andando alla ricerca dei punti di congiunzione tra le questioni in gioco, la vita di ciascuno e delle persone con le quali egli è in relazione.
La risoluzione dei problemi, ossia la crescita delle persone, non avviene soltanto trasmettendo con precisione scientifica informazioni e contenuti, anche se i saperi sono importanti, ma mettendosi insieme al lavoro, alla ricerca; costruendo conoscenza. Non conta guardarsi gli uni con gli altri, come se ci si trovasse in un luogo neutro, serve guardare insieme il mondo e le cose che in esso accadono, da prospettive diverse, per apprendere dalla vita qualcosa di utile per la vita.
Con i più piccoli, i bambini delle scuole primarie, l’aggancio avviene più o meno allo stesso modo; tranne per quelli che partecipano al progetto della “Scuolina Errante”: in questa situazione li andiamo a cercare noi.

D: Che cos’è la “Scuolina Errante”?
R: È un laboratorio che abbiamo pensato per i bambini e i preadolescenti rom dell’insediamento spontaneo di Lungo Stura Lazio a Torino, nato quattro anni fa con l’obiettivo di avvicinarli alla scuola facilitando l’ingresso dei più piccoli alle primarie.
Un educatore e una mediatrice culturale, supportati da alcuni insegnanti volontari, vanno al campo tutte le settimane proponendo attività didattiche finalizzate alla creazione delle piccole competenze sociali necessarie ad apprezzare e sostenere l’esperienza scolastica. Inizialmente si era pensato di intervenire con i bambini in età prescolare e con le loro famiglie per costruire i presupposti per l’iscrizione a scuola. Poi, la domanda di partecipazione al nostro laboratorio è notevolmente cresciuta e ora lavoriamo con una trentina di persone, dai 5 ai 16 anni, suddivise in tre gruppi più o meno omogenei per tipo d’obiettivo formativo.
Lavoriamo in rete con le scuole del territorio, che ospiteranno le bambine e i bambini neo iscritti, e con il Comune di Torino; collaborazioni indispensabili per il raggiungimento dell’obiettivo dell’iscrizione, prima, e della tenuta scolastica, poi.
Ciò che facciamo è molto apprezzato da una buona parte delle persone del campo, addirittura ci sono mamme che chiedono d’essere aiutate a imparare l’italiano, a leggere e scrivere. Da metà dell’anno scorso, la sede della nostra scuola è la baracca dove si svolgono le funzioni religiose: uno spazio prezioso, quasi un’isola di bellezza in mezzo a tanto degrado. Questo gesto compiuto dalla comunità che vive lì è un segno straordinario di riconoscimento del valore dell’umile lavoro che svolgiamo.
Questi bambini hanno un’eccezionale voglia di conoscere e imparare. È una bellissima esperienza, da portare avanti, però, con estrema gradualità e con un approccio che non può non considerare la situazione complessiva nella quale quelle persone si trovano a vivere, o meglio: a sopravvivere. Per rendere possibile la partecipazione alla vita scolastica di quelle bambine e bambini è indispensabile cercare di rimuovere le situazioni che innalzano la soglia di accesso. Cose spesso banali – per chi ha la fortuna di crescere in un luogo normale – per loro non lo sono per nulla. L’essere in ordine, puliti e ben sistemati; andare e tornare da scuola; iniziare a frequentare luoghi di socializzazione dove ci sono i futuri compagni di scuola; fare i compiti ecc. Su queste cose c’è un continuo lavoro da fare, per pensare a soluzioni nuove e più adeguate ai cambiamenti continui del campo. Certamente la precarietà nella quale vivono quelle persone è un fattore di incertezza molto alto. Ma, comunque, questo è per noi un bell’esempio di scuola!

D: Voi mettete a disposizione delle scuole i vostri educatori. Com’è il dialogo con gli insegnanti?
R: Sì. Crediamo che un modo per sostenere, oggi, la funzione educativa della scuola sia affiancare al difficile lavoro degli insegnanti la figura di un educatore. I ragazzi portano nella scuola la complessità del loro crescere, le fatiche dell’entrare in relazione con un mondo che non fa loro spazio, che ha smesso di occuparsi di loro. I saperi e le competenze di un insegnante rischiano di non essere più sufficienti, da soli, per lavorare con singoli e gruppi che, in modi e forme differenti, esprimono la fatica di vivere. Per questo motivo, per cercare di aprire spazi naturali di ascolto e di lavoro educativo, si è pensato alla presenza di educatori nella scuola.
Sono figure che non si sostituiscono agli adulti già presenti a scuola, ma che si affiancano al loro lavoro, cercando di sfruttare le opportunità offerte dall’esercizio d’un ruolo differente. Si incontrano le ragazze e i ragazzi nei momenti e nei luoghi informali della scuola; si raccolgono le loro difficoltà, le domande a partire dalle quali si cerca, sempre in collaborazione con i docenti e i genitori, di dare vita a percorsi utili per lavorare sulle questioni incontrate.
Esperienze come queste, con molta umiltà, andrebbero diffuse e sostenute maggiormente, in quanto aiutano la scuola a recuperare spazi significativi dentro la vita degli studenti e tracce di collaborazione con i genitori, cose assolutamente non scontate.

 

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D: Tornando a parlare dei giovani che riuscite a raggiungere. Fanno domande? E di che tipo?
R: Le domande ci sono e sono tante. Nelle loro teste e nei loro cuori c’è un lavorìo straordinario che rischia di non essere colto, un po’ perché tendono a non volerlo mostrare subito (probabilmente fanno bene, sono cose preziose che è giusto consegnare all’interno di relazioni di fiducia), un po’ perché non trovano attorno a loro adulti con i quali avviare un percorso.
Così, per arrivare alla relazione, a volte si passa attraverso la provocazione, l’essere messi alla prova. Ma quando scatta lo spazio dell’incontro si apre un mondo di possibilità. Le domande nelle quali ci si imbatte sono espressione dei bisogni evolutivi dei ragazzi, oppure sono le cose a loro care, delle quali non riescono a parlare con altri adulti, perché spesso faticano a trovare persone credibili capaci di stare al loro fianco. Sono le domande esistenziali di chi guarda al proprio futuro, questioni legate alle relazioni con gli adulti o con gli amici: timori e paure, amori e passioni, ma anche violenze e abbandoni dei quali purtroppo molti di loro sono vittime innocenti.

D: Su quali temi lavorate con le scuole? Su quali temi trovate i giovani più reattivi?
R: Credo che la vita non si possa costruire per temi o affrontando temi; quello che cerchiamo di fare è utilizzare alcuni temi come catalizzatori di un processo di discussione e di apprendimento dalla vita e sulla vita.
Le cose sulle quali ci si concentra di più in termini di proposte sono: i consumi, affrontati nella loro componente culturale e nelle loro multiformi espressioni; le dipendenze; il rapporto con le tecnologie; l’affettività e la sessualità; le relazioni tra pari e con gli adulti; i conflitti; la costruzione della città e dei cittadini; i rapporti Nord e Sud del mondo; città e periferie; il lavoro sociale.
Rivisti nel loro essere temi generatori, è difficile identificare quali destano più interesse: azzardando una risposta, si potrebbe dire che sui temi dell’affettività e della sessualità si lavora spesso, perché non sempre vengono affrontati con altri adulti. La questione delle tecnologie è un altro aspetto verso il quale c’è molto interesse, perché permette d’approfondire cosa significa vivere e crescere in un ambiente tecnologico. Per i più grandi, uno dei temi più interessanti è il ragionamento sul modello di sviluppo che ci porta ad affrontare insieme le dimensioni dell’illegalità, della corruzione, delle mafie e della costruzione delle disuguaglianze. È come se le cose di cui ci si occupa costituissero una relazione tra il mondo interno e il mondo esterno dei ragazzi; sembra che cerchino di strutturare il loro essere a partire da una scoperta del mondo con uno sguardo sempre più civile.

D: Quali le diversità alla quale la scuola non è preparata? Come proponete di affrontarle?
R: La domanda è complessa, non si può rispondere in poche righe senza correre il rischio di essere superficiali. Ciò che si sta vivendo è molto faticoso, le traiettorie di vita si fanno complesse, articolate, ingarbugliate e ricche di soggettività. Ragionare su ciò che qui è richiesto, significa assumere il fatto che la scuola oggi si trova impreparata di fronte alla diversità nel suo esprimersi multiforme.
Ma ciò che rende molto difficile vivere con attenzione e profondità la differenza è vivere in una cultura che spinge all’identicità, a mettere le persone nelle condizioni di sentirsi uniche quando invece si è uguali agli altri, che non offre strumenti per crescere facendo esperienza dello snodo educativo dello stare al confine tra identicità e differenza.

D: L’incontro più significativo con uno studente, una classe…
R: Eravamo a Polistena, un paese della Calabria, nella Piana di Gioia Tauro. Ci trovavamo lì per discutere in una assemblea di studenti delle secondarie di secondo grado, sul diritto al divertimento. Non potrò mai dimenticare cosa disse una ragazza, con molto coraggio ma altrettanta tristezza. Dopo un’ora di lavoro, alzò la mano e disse: «Non posso parlare del diritto al divertimento fino a quando gli adulti non ci aiuteranno ad avere qualche prospettiva per il futuro, perché se penso al mio futuro qui, mi viene da piangere, mi sento morire e penso solo ad andarmene via». Per me non ci sono parole che possano commentare questo grido di dolore, di disperazione. Non ci sono parole per giustificare le scelte e gli interessi della politica. Noi abbiamo cercato insieme le parole per trasformare quel grido in un progetto: ma è poco, per questi giovani serve molto di più.

D: Oggi si sta diffondendo un altro tipo di dipendenza: quella dal computer. È una dipendenza molto presente? Come vincerla?
R: Devo dire che noi adulti abbiamo sviluppato una competenza e un’abitudine a trasformare tutto in problema e a occuparci delle cose solo se ci si presentano in quella forma. Il tema delle tecnologie è proprio emblematico. Avvicinarsi alle questioni con un simile approccio, da un lato, non permette di realizzare uno spazio aperto e libero d’incontro con le persone, che vengono viste attraverso quel preciso dispositivo; dall’altro, il tema stesso è affrontato solo da un punto di vista che ovviamente è il meno positivo.
Certo, trovarsi a disposizione un potenziale tecnologico d’enorme possibilità e vivere questa condizione in una società dei consumi rende maggiormente possibile la trasformazione di questa relazione in una forma di dipendenza. Il problema non sta nello strumento tecnologico specifico, ma, appunto, nella predisposizione al legame di dipendenze che il contesto nel quale si vive permette o ostacola. Gli orientamenti culturali (“sono se posseggo”), le tendenze sociali (passare dall’etica del lavoro all’estetica del consumo), le fatiche nell’esperienza della relazione con l’altro e con se stessi, la debolezza educativa dei genitori e molte altre cose possono contare molto.
Accanto a ciò, la lettura patologica del rapporto con le tecnologie rende più difficile guardare a questo fenomeno pensando a come possa non solo produrre dipendenza, ma determinare gli aspetti complessivi della vita delle persone: come crescono, conoscono, apprendono, si relazionano e stanno insieme; come amano, soffrono e così via.
Vedere le cose da questa angolazione offre una straordinaria possibilità di conoscenza e uno spazio significativo d’incontro con i giovani. È questo, dunque, l’approccio che tentiamo sempre su questi temi.

D: Come riesce una figura carismatica quale don Ciotti ad attirare attorno a sé anche le giovani generazioni?
R: Don Luigi ha una posizione che ti scuote; ha le idee chiare e una grande forza, e riesce a trasmetterla non solo attraverso le parole, arrivando al cuore e alla mente. È una persona che non si limita a guardare alle cose del mondo in senso critico; prende posizione e fa precise proposte; ti chiede di uscire dal tuo mondo. Lo fa con forza, ma con grande rispetto, cosa che permette alle persone di scegliere liberamente. Dimostra un’attenzione profonda per le persone che incontra, e riesce a trasmetterla restituendo agli altri speranza, possibilità e valore. È questa forza che lui ha, il suo carisma. Poi, cosa non scontata, prova a fare quello che dice, cerca spazi d’intervento nel mondo. E lo fa in nome di precisi princìpi che cerca di raggiungere (giustizia, uguaglianza, legalità, tutela del bene comune, attenzione agli ultimi) senza essere ideologico: per questo riesce a stare più vicino alle persone.

Michele Gagliardo

Responsabile del Piano Giovani del gruppo Abele, è autore insieme a Francesca Rispoli e Mario Schermi di Crescere il giusto. Elementi di educazione civile, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 201

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