Didattica e nuove tecnologie. Tradizione e innovazione. Scuola e classi virtuali. Uomo e macchina. Da tempo (diciamo almeno dalla metà degli anni Novanta), uno degli spauracchi nel mondo della scuola è la sinistra metamorfosi di questo connubio in Giano bifronte: da et a aut, da somma a conflitto.

Quando il computer varca la soglia della classe, ecco nascere il timore della sostituzione, dell’impoverimento intellettuale; l’obliterazione del logos in favore della téchne: quest’ultima ridotta a mera procedura meccanizzata coonestabile con un ottimismo di parata. Le ragioni della paura sono spesso legittime: reazioni naturali al tecnottimismo dilagante che contraddistingue il nostro tempo, dove la tecnologia, più che migliorare la vita, si limita troppo spesso a rimediare alle storture che ha provocato. Ma non mancano i pregiudizi; vedi quelli di chi rifiuta una novità senza nemmeno conoscerla e preferisce seguire lo strillo con cui la gorgone mediatica attirare a sé i creduloni: “basta con le ripetizioni!”, “il tutor che sostituisce il docente!” e via dicendo.

Cinque o sei anni fa, quando iniziai a lavorare sul latino per alcuni editori di scolastica, il dato che saltava agli occhi era la notevole difficoltà da parte di autori esperti e rodati a soddisfare le pressanti richieste dei docenti. I quali chiedevano materiali originali la cui traduzione non fosse reperibile in rete, nonché volumi di esercizi e versionari sempre più mirati a compensare le scarse competenze linguistiche che gli studenti dimostravano in uscita dalla scuola media. La risposta degli editori si articolava in versionari ricchi di testi (cinque-seicento versioni a volume!), nella speranza che la quantità abnorme dell’offerta toccasse in qualche modo territori ancora inviolati dai siti specializzati; d’altra parte, sui laboratori si proponevano volumi di esercizi sempre più meticciati con la teoria linguistica (al limite di diventare una contro-teoria di taglio operativo), aprendo, dove possibile, al confronto con la lingua madre. I dati sulle adozioni hanno poi premiato gli editori che propendevano per soluzioni ibride, in cui il tradizionale lavoro di traduzione si mescolava alla domanda mirata sulla competenza morfosintattica e lessicale: oggi non c’è quasi versionario o laboratorio tra quelli in circolazione che non abbia la sua bella batteria di domande di comprensione in calce a ogni versione. E il tutto ha subito un’ulteriore accelerazione con l’obbligo della Certificazione delle competenze voluta dal Ministero, che impone a ciascun collegio di redigere un documento che certifichi le competenze di ogni studente in uscita dalla scuola dell’obbligo, e dunque, nel caso, di certificare nel modo più oggettivo possibile la capacità dello studente di mettere a confronto la lingua classica con la propria, sfruttando il patrimonio linguistico e culturale offerto dal testo latino per iniziare una riflessione non solo linguistica, ma anche o soprattutto metalinguistica sull’italiano.

Il progetto Cicero, ideato e progettato dal sottoscritto insieme a Adriano Allora e da Ivan Molineris, con il sostegno della Fondazione Giovanni Agnelli e la collaborazione dell’Ansas, l’agenzia per l’innovazione del Miur, è nato in questa temperie; in generale, come tentativo di mettere le nuove tecnologie al servizio del docente e della didattica, in particolare, come risposta a richieste concrete dei docenti di avere un supporto alla pratica di traduzione del latino in tempi in cui il fine della traduzione è troppo spesso scambiato dai nostri studenti con le traduzioni (discutibili) reperibili in rete. Ci interessava, a livello di ricerca, mettere l’accento sull’iter, piuttosto che sul traguardo; o meglio far sì che il traguardo, per chi avrebbe usato Cicero, fosse non tanto o non solo la traduzione ma tutto il ragionamento preliminare che portava all’interpretazione del testo. Volevamo insomma innovare non tradendo, bensì restando fedeli all’idea per cui tradurre significa imparare a ragionare, imparare a capire, imparare a riflettere sulla nostra lingua e sulla nostra cultura; tradurre per imparare a conoscersi.

Così è nato questo tutor (parola che non sembra piacere a qualcuno perché “scaduta” dal suo etimo originale – quasi che la vitalità del latino stesse nella censura dei significati attualizzati e non invece nel permeare la nostra lingua di tutti i giorni, dal fiammifero al computer); un tutor il cui ultimo intento non è certo sostituirsi al docente o all’apprendimento del latino, come pure è stato detto. Cicero è stato concepito, al contrario, per sostenere il docente in quell’oscuro “momento” dell’attività didattica rappresentato dai compiti a casa, che fino a una quindicina di anni fa costituivano parte fondamentale del recupero e del consolidamento della attività frontale svolta in classe e che oggi, complici i siti specializzati e l’enorme mole di informazioni presenti in rete, rischia di diventare, almeno sul latino, nulla di più che una burocratica operazione di riempimento e di copiatura di cui lo studente ha perso ormai il senso.

Cicero è stato pensato per questo: non per sostituire il docente o l’insegnante di ripetizioni con una macchina (quante bufale abbiamo visto e sentito in questi mesi!); bensì per fare quello che una macchina deve fare: il lavoro pesante. Supportare l’attività del docente fornendogli feedback precisi sull’analisi di ciascuno studente e collaborare con lui alla fase di correzione. Cosa significa in concreto tutto ciò? Intanto che l’analisi in cui Cicero, in modo maieutico, guida lo studente, non è una fantomatica “decrittazione algebrica di un stringa di caratteri”, come pure ci è toccato di leggere. Se avessimo una macchina in grado di decifrare il linguaggio umano avremmo una macchina che in potenza parla come un uomo. Qualcuno ci sta provando, e non nascondo che i risultati talvolta sono esilaranti (chi ha qualche esperienza con “Siri” ve lo potrà confermare), ma non era questo il nostro intento. No: tutta l’analisi, tutte le domande di Cicero sono state pensate da un autore, da un uomo in carne e ossa (e cervello). E non da un autore qualsiasi. In questo il ruolo della Fondazione Agnelli e dell’Ansas è stato importante: molti degli autori Cicero sono docenti, docenti di licei italiani. Docenti qualificati che hanno “curato” le versioni e poi le hanno sperimentate con i loro studenti, con risultati molto incoraggianti.

Ma anche la fase di correzione non ha nulla dell’arida “meccanizzazione” che si pure ogni tanto si paventa. Cicero è un progetto d’ispirazione comunitaria, pensato cioè per far crescere costantemente il proprio database grazie alla collaborazione di chi lo usa tutti i giorni a integrazione della propria attività didattica. I docenti che hanno curato le versioni hanno infatti ipotizzato un numero notevole, ma comunque limitato di traducenti per ogni item lessicale, cioè per ogni parola o sintagma che realizza una traduzione. Poiché sappiamo che il numero di realizzazioni possibili forse non è infinito ma sicuramente è ricchissimo (con sfumature di registro e di stile altrettanto ricche), abbiamo pensato il programma in modo tale che, dato un testo latino, non una ma infinite traduzioni potessero essere possibili. O meglio, tutte le traduzioni che in primis i curatori (docenti) ritenevano giuste, e, in seconda istanza, tutte le traduzioni che, non ritenute idonee da Cicero perché assenti dal suo database, altri docenti riterranno giuste e dunque potranno aggiungere al suo database (su un livello ad hoc che consente alla redazione, in seconda battuta, di verificare la bontà dei traducenti ed eventualmente estenderli a tutti gli utenti). Detto altrimenti, la piccola rivoluzione di Cicero non è sostituirsi al docente nella correzione, ma accelerarne il lavoro indicandogli ciò che lui reputa giusto, perché altri docenti l’hanno considerato tale, e ciò su cui invece sospende il giudizio rimettendosi al giudizio del docente. Sarà quest’ultimo a rivedere la pre-correzione, o (più probabilmente) a integrarla con nuovi traducenti, che da quel momento in poi faranno parte integrante del patrimonio di sapere del tutor.

Ecco perché, per concludere, il ruolo del docente è non solo importante, bensì cruciale in Cicero. Primo perché più docenti lo usano meno, in proporzione, è il tempo che gli altri dovranno dedicare alla singola correzione. Secondo, perché la valutazione spetta sempre e soltanto al docente, il quale d’altra parte riceve da Cicero una quantità di informazioni utili riguardo al lavoro dello studente. Terzo, e ultimo, perché solo docenti e studenti, adottandolo nella pratica didattica di tutti giorni, sanno dirci che cosa possiamo migliorare, come sviluppare meglio il “cuore” della macchina per renderla sempre più ricettiva nei confronti delle loro esigenze. Coloro che hanno partecipano al progetto hanno fatto questo lavoro con una dedizione che fa onore alla scuola italiana.

Oggi Cicero conta oltre 22.000 studenti iscritti e oltre 900 docenti. Dallo scorso ottobre a oggi, sono state tradotte 9000 versioni, per oltre un milione e trecentomila risposte date. Un patrimonio d'informazioni sullo stato reale della conoscenza del latino da parte di questi studenti che speriamo presto di poter restituire loro in forma sintetica, e riutilizzare, da parte nostra, per iniziare a lavorare finalmente sugli errori tipici, sui “pre-giudizi” che stanno alla base del lavoro di traduzione.

Questa settimana Cicero è uscito con la prima di cinque versioni ideate ad hoc per la maturità 2013 (www.cicerolatintutor.it). Potranno farla docenti e studenti dell’ultimo anno del liceo classico, e per 2.000 studenti che non possono appoggiarsi sulla revisione di un docente, sarà disponibile un servizio gratuito di correzione e di giudizio proprio in vista dell’esame di maturità. Anche di questo, come dell’appoggio allo sviluppo di questo importante progetto, i creatori di Cicero ringraziano l’editore. 

Matteo Boero

Fondatore dei Maieutical Labs.
 
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