Nelle scuole medie non si dovrebbe studiare storia della letteratura. Si dovrebbe aiutare lo studente a diventare un buon lettore, leggendo.

saint_cecilia

 

A dar retta alle testimonianze, sembra quasi una guerra. Cambiando il punto di vista, cambiano anche gli aggressori e gli aggrediti, ma la sostanza resta la stessa: una guerra silenziosa si combatte nelle nostre classi tra professori e alunni.
Tutte le mattine, migliaia di insegnanti di italiano tentano di invadere le trincee scavate tra i banchi, armati di libri e di buone intenzioni. Non basta quasi mai. Alunni distratti, indifferenti, a volte apertamente ostili, guardano alla letteratura come all’ennesima testa di un’Idra che, identica alle altre chiamate matematica, storia, francese, si ostina a riformarsi giorno dopo giorno col solo scopo di annoiarli a morte.
Così, frustrati da una sensazione di inefficacia tanto feroce quanto più intenso è stato l’investimento professionale ed emotivo, alcuni insegnanti si dichiarano vinti e lamentano l’invasione di una moderna popolazione barbarica cui sembra difficilissimo trasmettere la benché minima passione per la lettura. Dall’altra parte della barricata, torme di ragazzi tra i dodici e i diciotto anni rivendicano il proprio diritto alla diffidenza nei confronti di un’attività che solo sporadicamente riesce a suscitare in qualcuno di loro un lampo di interesse.
Certo, sarebbe ingiusto generalizzare entrambe le categorie: non si contano i professori che hanno maturato grazie a studi, capacità e pazienza, un approccio all’insegnamento della letteratura che non risulti solo efficace, ma realmente coinvolgente per i propri alunni, né mi sembra accettabile prendere in considerazione l’ipotesi di una generazione di nativi digitali completamente slegata da quelle precedenti e ad esse inferiore dal punto di vista dell’apprendimento. Tuttavia, la questione esiste: biblioteche e librerie rimangono vuote per anni, poi chiudono; libri e giornali vendono pochissimo, mentre aumentano le difficoltà di giovani e meno giovani nel decifrare il testo scritto.
Il dibattito in merito è acceso e negli ultimi anni pedagogisti, scrittori, insegnanti e associazioni culturali hanno portato l’attenzione sull’assenza della narrativa contemporanea dai banchi di scuola, esclusa da un’idea tradizionalista di programmazione, in nome della quale si preferisce sacrificare il piacere della lettura alla sacralità della storia della letteratura.

Lo spauracchio dell’analisi del testo
Alle critiche mosse alla sequela di biografie di autori e di contesti storici propinati agli alunni, si aggiunge poi quella che ha come bersaglio la pratica pedissequa dell’analisi del testo che, attribuendo una finalità precisa alla lettura di un brano, di un racconto o una poesia (finalità declinata sotto forma di una mitragliata di domande cavillose e spoetizzanti), deforma il senso stesso di quella lettura e la rende inutilmente pesante e noiosa agli occhi di potenziali lettori.
Posta la questione in questi termini, la soluzione migliore seppur drastica, parrebbe quella di eliminare la storia della letteratura e l’analisi del testo dai programmi scolastici in favore di una lettura di opere che spazino dalla narrativa contemporanea, più vicina ai gusti e all’immaginario dei ragazzi e quindi più interessanti per loro, a quella più lontana nel tempo.
Una proposta, questa, che mi trova solo parzialmente d’accordo. È certamente il momento per la scuola di aprirsi non solo all’utilizzo delle nuove tecnologie, ma anche a una più vasta interazione col mondo che la circonda. Se infatti il suo scopo principale continua a essere la formazione dell’uomo e del cittadino, è inaccettabile pensarla come un’attività totalmente separata dal contesto dell’alunno.
Anzi, se considerata in questo senso, direi che proprio in questo momento storico, la scuola riveste una particolare importanza nella vita di una persona, dato che si pone come intermediario tra l’adolescente e una realtà che negli ultimi cinquant’anni è enormemente cambiata, assumendosi l’arduo compito di fornirgli gli strumenti per interpretarne gli aspetti più complessi.


Tra questi strumenti, la lettura sembra uno dei più indispensabili: ogni libro rappresenta una possibilità (più o meno significativa) di conoscere, capire e interpretare un pezzo di esistenza. Dalle fiabe ai romanzi d’avventura, a quelli storici, alla fantascienza, non c’è un genere che non offra l’inestimabile occasione di rivivere la propria esperienza umana nei panni di qualcun altro. Attraverso i personaggi rimettiamo in campo le nostre emozioni e, soprattutto, quelle degli altri, elaborando senza accorgercene una riflessione profonda su motivazioni e comportamenti: insomma, il libro diventa una lente particolarmente nitida con cui scrutare noi stessi.
Per questo motivo mi sembra che gli anni della scuola dell’infanzia e di quella primaria siano fondamentali: specialmente in questa fase, infatti, il bambino crede che l’adulto possegga la chiavi del mondo e cerca con lui un legame che lo veda al centro del rapporto. Le favole e i libri per bambini quindi possono svolgere un ruolo centrale nell’apprendimento e nella prima educazione emotiva degli alunni. Non solo: si può lavorare perché lettura e gioco procedano di pari passo, creando un’associazione libro/svago che accompagni i piccoli lettori fino alle medie. Una volta lì, dove statisticamente li perdiamo, avremmo tre anni a disposizione per consolidare questa fiducia nel libro.

A ogni studente il libro giusto per lui
È per questo motivo che dalle medie dovremmo bandire definitivamente la storia della letteratura. Non ci servono le date, i contesti, le biografie; dobbiamo solo leggere, scegliendo accuratamente il libro giusto per la persona giusta. Mi sembra, infatti, inutile e controproducente assegnare alla classe intera Il barone rampante. Più efficace sarebbe orientarsi su alcuni testi comuni da leggere in orario scolastico e scegliere con i ragazzi le letture che faranno autonomamente. Né è ancora il momento di lasciarli soli col libro: se vogliamo che continuino a leggere, dobbiamo rendere la lettura un momento di interazione che, in modo più complesso che negli anni precedenti, ricrei la stessa forma di scambio tra educatore e alunno. Insomma: non ti ho assegnato il libro perché volevo che scrivessi una scheda uguale a quella dei compagni, ma perché voglio sapere se ti è piaciuto, che ne pensi di questo personaggio e molte altre cose di cui dovremo parlare insieme. L’analisi del testo è uno strumento, non un obiettivo: è bene che gli insegnanti se ne riapproprino in modo personale, autonomo e tarato sul singolo alunno. Un percorso strutturato in questo modo permetterebbe di circoscrivere alle superiori lo studio della storia della letteratura per cui ritengo indispensabile l’ordine cronologico, in quanto permette all’alunno di comprenderne i richiami interni e le correnti letterarie e di maturare un gusto personale nella scelta delle sue future letture.
Perché questo, credo, sia il problema che dobbiamo porci innanzitutto: quello di accompagnare gradualmente l’alunno verso uno sviluppo sempre più autonomo del suo essere lettore. Non ci riusciremo se non teniamo in conto le difficoltà e la sfiducia che prova nei confronti della pagina scritta. Non ci riusciremo se continueremo a considerare noi per primi la letteratura come una materia identica alle altre. Soprattutto però, io credo, che difficilmente otterremo risultati se la scuola non potrà contare su altri tasselli come la collaborazione dello Stato e delle famiglie che contribuiscano a quest’attività investendo tempo, risorse e attenzione. Non si tratta di vincere una guerra, ma di costruire una pace, un sistema integrato in cui leggere rappresenti un piacere che si ha voglia di condividere.

Giusi Marchetta

Scrittrice e insegnante di Torino. Ha pubblicato i romanzi "Dove sei stata" (Rizzoli 2018) e "L'iguana non vuole" (Rizzoli, 2011); il saggio "Lettori si cresce" (Einaudi, 2015); le raccolte di racconti "Dai un bacio a chi vuoi tu" (Terre di mezzo), col quale nel 2007 ha vinto il Premio Calvino, e "Napoli ore 11" (Terre di mezzo, 2009).

 
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