Il dibattito in corso su La Ricerca sul «digital divide» mi ha dato da pensare. Non vorrei entrare direttamente nella discussione, quanto piuttosto dare un contributo a margine, riflettendo sulla novità delle tecnologie informatiche in didattica a partire da una mia recente esperienza.

DAVE-BRUBECK

 

Giovedì scorso, il 6 dicembre, entro in una delle mie quattro classi, la IVB liceo scientifico, e dico: “Avete sentito la triste notizia? è morto Dave Brubeck!”. I ragazzi mi guardano sconcertati: Dave chiii? Non che io mi aspettassi una reazione diversa, ma incalzo: “Come, non sapete chi è? Che tristezza! Dave Brubeck. Il grande jazzista!”. Diversamente dalle altre tre classi in cui si è ripetuta la stessa scena, più o meno nello stesso modo, qui c’è una LIM con collegamento a Internet, perciò mentre firmo il registro di classe, segno gli assenti, decido chi interrogare, faccio accendere il computer, attivare la connessione e scaricare il filmato che chiarirà di cosa parlo, ovviamente scelgo “Take Five”. Alla fine, Dave Brubeck e la sua band sono lì, davanti a noi. Si divertono e ci divertono, anzi ci trascinano nel loro swing che ci culla, ci incalza col suo ritmo intenso, ci fa perdere nel gioco degli assoli e poi ci riprende, quando ormai non ci ritroviamo più. Che spettacolo! Nel chiuso della nostra aula irrompe una bellezza imprevista, semplice e sorprendente, perché fonde improvvisazione e maestria, preparazione, pianificazione meticolosa e ostentata spontaneità: tutto questo più che capirlo, lo sentiamo. Quale modo migliore per onorare un maestro scomparso che averlo con noi, tra noi, in uno dei suoi momenti migliori?

La potenza della nuova tecnologia, mi pare di poter dire, non si trova tanto nella capacità seduttiva che questa ha – e che pure non va sottovalutata, né nella semplice capacità di mettere a disposizione buon materiale didattico, che pure sarà nel tempo un fattore importante. Su questi punti essa non si differenzierebbe in maniera qualitativa dagli altri strumenti tradizionali. Inoltre, non credo affatto che la tecnologia porterà a un reale risparmio economico per le famiglie, come invece pare aver pensato il legislatore (non so fino a che punto con insincera retorica populista). In questi anni ho visto molti strumenti didattici multimediali sperimentali. L’idea che mi sono fatto è che la competenza tecnica degli sviluppatori sia spesso priva della guida di una chiara, lucida, consapevolezza pedagogica di cosa la tecnologia debba offrire e su cosa sia urgente puntare.

A me è parso di cogliere, proprio nel momento in cui mi lasciavo portare dalla musica, una specificità che rende insostituibili le nuove tecnologie per la didattica. Per dirlo con un po’ di enfasi, l’ho visto rivelarsi senza preavviso proprio sulla parete della mia IVB: si trattava della presenza di un’assenza! Gli strumenti informatici oggi possono rendere presente e perspicuo ciò che altrimenti sarebbe condannato all’assenza, all’inattingibilità. Quanto altrimenti destinato a rimanere alluso, solo menzionato, o evocato pallidamente si rivela invece facilmente disponibile in una presenza piena e manifesta. Se per le materie scientifiche questo può sembrare un discorso strano (ma fino a un certo punto, dato che la mia collega di matematica propose una splendida intervista ad Andrew Wiles, colui che dimostrò l’ultimo teorema di Fermat), non lo è affatto per le materie umanistiche nelle quali l’incontro con gli autori, filosofi, poeti, pensatori o prosatori o con chi li ha saputi esprimere al meglio, con chi ne ha reso in maniera icastica le intuizioni è un’esperienza che può risultare cruciale per la formazione intellettuale e umana di un giovane. Si possono per contro preparare migliaia di pagine di esercizi, schemi, mappe concettuali: si tratta, ovviamente, di strumenti utili e importanti di cui c’è da essere grati. Si tratterà però di cose per le quali anche gli strumenti tradizionali saranno comunque alternative valide ed efficaci e, come pensano giustamente oggi molti colleghi, più a portata di mano e perciò più pratiche. Quello che gli strumenti tradizionali non possono fare è però fornire un rapido accesso a quella che in classe è un’assenza che, a un dato momento, si esige presente. Per molti elementi, gli strumenti multimediali si presentano in continuità e sono perciò solo un’alternativa sofisticata agli strumenti tradizionali. Per questo piaceranno ai professori high-tech che fanno delle proprie competenze informatiche un vanto e un motivo snob di distinzione. Si tratta di una minoranza di cui non mi curo. Ai molti, con lo sviluppo delle tecnologie sarà dato modo, tra l’altro, di avere facile accesso a contenuti che offriranno ciò che loro giudicheranno importante rendere in presenza. Questo farà sì che le nuove tecnologie saranno un’acquisizione definitiva, pena la caduta della qualità didattica.

Da gennaio pare che nella mia scuola tutte le classi avranno la LIM e tutti i docenti il tablet, col tempo nelle scuole si colmerà il «digital divide», ma nel frattempo facciamo bene a riflettere sulla funzione e le opportunità delle nuove tecnologie. Quel che mi è chiaro è che le tecnologie potranno arricchire, con opportunità preziose, la tastiera che noi insegnanti suoniamo in quelle jam sessions che sono alcuni dei frammenti migliori delle nostre esperienze didattiche in classe. Si tratta di una professionalità non surrogabile dalla semplice attività interattiva con le macchine.

Gian Paolo Terravecchia

Cultore della materia in filosofia morale all'Università di Padova, si occupa principalmente di filosofia sociale, filosofia morale, teoria della normatività, fenomenologia e filosofia analitica. È coautore di manuali di filosofia per Loescher editore. Di recente ha pubblicato: “Tesine e percorsi. Metodi e scorciatoie per la scrittura saggistica”, scritto con Enrico Furlan.

 
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