La prima riforma di cui la scuola italiana ha bisogno è il superamento del senso di frustrazione degli insegnanti. Non ce lo possiamo più permettere.

ecrireUn tizio entra in un bar e chiede: «Quanto costa il caffè?». «Un euro», risponde il barista. «E con lo zucchero?», chiede l’avventore. «Lo zucchero è gratis». «Allora un caffè e due chili di zucchero!».
A raccontarmi questa barzelletta fu, qualche anno fa, un caro amico (insegnante di lettere) reduce da un collegio docenti in cui si era approvato l’ennesimo progetto-“qualcosa” (salute? help? recupero? nuove tecnologie? qualità?...). La barzelletta, nelle sue intenzioni, diventava parabola e i due protagonisti assurgevano a figurazioni simboliche: il barista/docente alle prese con l’avventore / preside / ispettore / sottosegretario / ministro che, con la scusa di aver già pagato il “caffè” del lavoro didattico, si faceva regalare, di volta in volta, chili e chili di nuove declinazioni della cosiddetta “professionalità docente”.

Oggi al docente, oltre alla preparazione disciplinare specifica, si chiede, nell’ordine, di:
1) personalizzare la didattica sui singoli allievi;
2) attivare strategie di recupero e di potenziamento;
3) farsi carico dei bisogni educativi speciali dei soggetti che, temporaneamente, non appaiono in grado di adeguarsi al passo dei compagni;
4) predisporre gli interventi idonei per i disturbi specifici di apprendimento;
5) rispettare le diverse forme di intelligenza presenti in classe;
6) includere gli alunni non italofoni;
7) orientare la didattica al saper fare e alle competenze disciplinari e trasversali;
8) preparare gli alunni a prove di valutazione oggettive nazionali;
9) arricchire le lezioni di connessioni web e materiali multimediali;
10) insegnare agli studenti metodi efficaci e sicuri di reperimento di informazioni in rete;
11) insegnare parte della propria disciplina in una lingua straniera;
12) educare alla convivenza civile, socialità e salute.

In definitiva, gli si chiede una competenza professionale elevatissima a prezzo di saldo, invitandolo, per di più, all’autoformazione volontaria e ripagandolo moralmente con una generale perdita di status e di credibilità. I motivi di questo stato di cose – che negli ultimi anni sembra addirittura esasperato – affondano le radici in una storia e in una dialettica ormai antiche. In questa dialettica, la tesi è rappresentata da una classe tecnico-politica carica di buone intenzioni, ma spesso velleitaria; l’antitesi da una categoria docente a volte refrattaria a ogni idea di controllo, valutazione e promozione (intesi sempre, a torto o a ragione, come una interessata forma di attacco alla libertà di insegnamento). La sintesi è sotto gli occhi di tutti. Se al quadro ora tratteggiato si aggiungono l’atavica carenza di strutture, l’imbarazzante teoria di sprechi e le necessità recenti della spending review, si chiariscono meglio le ragioni di un contesto professionale in cui sembra prevalere il senso di frustrazione, lo scollamento tra le ragioni di chi è in cattedra e le attese di chi siede tra i banchi, la generale voglia di fuga.

Il fatto è che noi (noi italiani, intendo) questo senso di scollamento e frustrazione non ce lo possiamo proprio permettere: ne va della sopravvivenza di un sistema scolastico che, nel bene e nel male, ha consentito a generazioni di cittadini di godere di pari opportunità, come prescritto dalla Costituzione; ne va della possibilità di vita e di lavoro dei nostri figli e nipoti, destinati a competere sul mercato globale con coetanei agguerriti e attrezzatissimi; ne va della conservazione e valorizzazione dell’enorme patrimonio di competenza e creatività che è la vera ricchezza del nostro Paese. Insomma, ne va della nostra indipendenza economica e culturale. Ma non solo: se pari opportunità, possibilità di lavoro e senso di appartenenza ne costituiscono l’essenza, a me sembra che siano a rischio le radici stesse della nostra democrazia. E questa sarebbe la più ingenerosa delle eredità che potremmo lasciare a quelli che verranno domani.

Sandro Invidia

Direttore editoriale Loescher.
 
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