La delegazione cinese sorride puntuale. Sono sette persone più l’interprete. Arrivano da molto lontano: dalla città natale di Confucio.

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Sono editori, o almeno credo. Nonostante gli sforzi della traduttrice, non riesco a capire se si tratti della rappresentanza di una casa editrice o di responsabili governativi per le pubblicazioni scolastiche. Sta di fatto che sono in Italia per conoscere meglio il sistema di istruzione del nostro Paese.
Il primo passo, in effetti, è stato di andare a visitare una scuola romana.
Privata.
A Torino sono arrivati a metà mattina. Li abbiamo accolti nella nostra sala riunioni dove, superati i convenevoli e le prime formalità, abbiamo sciorinato il meglio di cui disponevamo in fatto di editoria scolastica, cartacea e multimediale.
Chiedono di vedere di tutto. Soprattutto ciò che abbiamo prodotto in campo artistico:
«Quando studiamo arte in Cina» traduce l’interprete, «parliamo solo di Italia!».
Sorrido compiaciuto.
La conversazione continua su toni e movenze un po’ surreali. Io parlo tanto lentamente da sembrare offeso da un qualche impedimento all’apparato fonatorio. Loro mi guardano fisso negli occhi anche quando traduce l’interprete. Poi sorridono. Poi si abbandonano a rapidissime giaculatorie, ammiccando al mio indirizzo come se dovessi immediatamente comprendere ciò che dicono. Sembra che persino l’interprete non riesca a cogliere esattamente i confini della conversazione, perché passa sempre qualche interminabile istante, tra l’ultima parola in cinese e la prima in traduzione.
In quel minimo lasso di tempo, gli occhi dei nostri ospiti restano fissi nei miei e annuiscono con tutto il capo, a chiedermi “che ne dici?”.
A un certo punto, piove l’elogio iperbolico di uno dei delegati, accompagnato da gesto enfatico: «Con i vostri metodi, in Cina sareste il numero 1 degli editori!».
Dice così, e io abbocco: «E c’è qualche possibilità per noi di esportare i nostri libri da voi?».
Silenzio. L’interprete mi fissa, come a chiedermi: “traduco?... sicuro?”. Annuisco.
Traduzione.
Silenzio.
Risposta.
Silenzio.
Traduzione: «No».
La mia espressione si traduce da sé. Il delegato enfatico mi soccorre, premurandosi di spiegare che in Cina non è come da noi, che lì esiste un controllo severo sui testi scolastici, che occorre seguire una prassi e una burocrazia impegnative, che non si può immaginare di arrivare con un libro e farlo adottare dagli insegnanti... L’interprete pronuncia candidamente la parola «censura».
“Ma allora...?” penso, ma mi fermo subito. Cambiamo discorso.
Si parla di scuola, adesso.
Della delegazione fa parte un ex preside. Chiedo notizie del suo lavoro, del lavoro degli insegnanti, dell’impegno degli studenti. Il racconto inizia in sala riunioni e continua durante il pranzo, oscillando tra considerazioni tecniche (poteri del preside, organigramma della scuola, libertà dell’insegnante, esami di stato), valutazioni generali (studenti in accesa competizione, percorsi scolastici condizionati dagli esiti delle prime classi, quantità spropositata di ore di studio) e aneddoti edificanti. Su tutti, mi resta impresso quello dei genitori inginocchiati davanti a un preside (non il nostro ospite, ci assicura l’interprete) a piatire in lacrime l’ammissione del figlio a scuola, escluso dalle lezioni perché in ritardo di un minuto.
«E da voi, come funziona la scuola?» mi chiedono all’improvviso.
Indugio un po’, prima di rispondere. Poi comincio lentamente a descrivere il sistema scolastico italiano. Elenco i diversi tipi di scuola e accenno alle sperimentazioni. Parlo di orario delle lezioni e di valutazione per abilità, conoscenze e competenze. Parlo di rapporto tra famiglie e docenti. E di libri di testo, ovviamente.
La domanda successiva interrompe il mio discorso:
«Ma chi comanda?».
«?».
«Comanda il preside?».
Abborraccio una risposta sul dirigente e l’autonomia scolastica, poi mi avventuro nella descrizione del funzionamento scolastico italiano. Parlo di decreti delegati. Parlo di collegio docenti e di decisioni prese per alzata di mano. Parlo di rappresentanti di docenti, genitori e studenti. E di consigli di classe e di riunioni di dipartimento e di piano dell’offerta formativa e di trasparenza. Quando arrivo a tentare una spiegazione del Consiglio di Istituto, dei suoi poteri, della rappresentanza che esprime, mi sento finalmente a mio agio. Mi rendo conto di aver descritto il sistema scolastico ideale: democratico e perfetto. Perfetto in quanto democratico. Mi sono accalorato, e devo trattenermi dal sorridere compiaciuto, pregustando l’effetto delle mie parole.
Il lavoro dell’interprete questa volta viene sottolineato da un’attenzione sempre più divertita, che sfocia in un sorriso conclusivo che sfiora la risata.
Si guardano. Mi guardano. Si guardano di nuovo. Poi l’interprete si fa portavoce del pensiero collettivo, senza bisogno che venga verbalizzato:
«Ma così non funziona niente!».
E sorride, di un sorriso incantevole.

Sandro Invidia

Direttore editoriale Loescher.
 
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