La didattica delle competenze è spesso descritta come una moda importata dal mondo anglosassone. In realtà, il nesso fra il conoscere e l’agire è un tratto importante della tradizione del pensiero occidentale.

pag79_02È difficile negare che la forte enfasi posta sulle competenze, quale vero e proprio principio di individuazione della nuova scuola, soprattutto a livello di insegnamento secondario, può suscitare inizialmente una accentuata diffidenza. Non si tratta soltanto del riflesso condizionato, indotto dall’introduzione di una novità, anche se non sempre si riflette sulla larga diffusione di un atteggiamento fondamentalmente conservatore nel mondo della scuola.

Indipendentemente dalle diverse “sensibilità” politico-culturali, e spesso anche in contrasto con un approccio generale di ispirazione progressista, accade infatti molto spesso che l’operatore scolastico non sia disposto in maniera pregiudizialmente favorevole nei confronti delle novità. Tanto più se, come in questo caso, il “nuovo” può sembrare limitato al piano meramente linguistico, senza che nella sostanza si possa avvertire un cambiamento effettivo.

D’altra parte (come già è accaduto per altre questioni non meno importanti) l’esigenza di un allineamento con le direttive europee in tema di formazione impone di superare ogni incertezza, disponendosi ad accogliere e a praticare quella che, in ogni caso, potrebbe essere una positiva riformulazione delle modalità dell’insegnamento.

L’orientamento all’azione
Un primo passo concreto nella direzione ora indicata può essere compiuto sciogliendo l’opacità del termine impiegato. Come si legge nella ormai copiosa documentazione disponibile, risultato di appuntamenti di studio e di ricerche spesso di notevole accuratezza, col termine “competenza” si intende indicare una sintesi fra le conoscenze in senso stretto e le abilità. Per dirla in altri termini, fra il “sapere” e il “saper fare”. A questo primo e fondamentale connotato, volto principalmente a ridimensionare, se non proprio a cancellare totalmente, la dimensione meramente “contemplativa” delle conoscenze, attraverso il nesso imprescindibile fra il conoscere e l’agire, si aggiunge una seconda e non meno rilevante caratteristica. Poiché, come già si è accennato, le competenze devono essere tali da consentire di agire, e poiché l’azione non si sviluppa concretamente mai, se non in rapporto a un contesto sociale determinato, ciò che si tratta di introdurre mediante la didattica delle competenze è una più specifica attenzione alle relazioni interpersonali e sociali nelle quali si inserisce l’azione.

Connettendo insieme i tre elementi finora emersi, vale a dire le conoscenze, le abilità e il contesto sociale, e valorizzando soprattutto il rapporto organico fra essi intercorrente, risulta allora più chiaro quale sia l’orizzonte di senso generale, nel quale si inscrive questa nuova frontiera della didattica. Non si tratterà, dunque, né di prescindere dalla coltivazione del sapere, né di concepirlo come qualcosa che vada sempre e comunque immediatamente finalizzato all’azione, ma piuttosto di valorizzare aspetti e dimensioni del sapere che , a ben vedere, sono in realtà indissolubili dal “sapere” nella sua accezione più appropriata.

Difatti, se si eccettua quel filone della storia del pensiero che si sviluppa a partire da Aristotele, ma che giunge poi molto lontano dalla stesse premesse aristoteliche, fin dalle origini la cultura occidentale ha sempre valorizzato il nesso organico che stringe il sapere al fare. Già le figure tradizionali dei “sapienti” antichi non avevano nulla a che vedere con lo stereotipo deformante del filosofo isolato nel “pensatoio”, secondo la caustica parodia proposta da Aristofane. La filosofia, e più in generale la cultura occidentale, nascono come tensione ad un conoscere che non è mai fine a se stesso, ma è sempre finalizzato ad agire come cittadino di una polis, e dunque come soggetto consapevole e responsabile.

In questa prospettiva, la didattica delle competenze, più che configurarsi come irruzione di una novità, debitrice di una mentalità “prassistica” di matrice anglosassone, potrebbe essere considerata come un recupero dei fondamenti culturali della grande tradizione greco-latina. Un modo, debitamente “aggiornato”, per diventare cittadini della polis, proprio nella fase in cui i confini della polis si sono dilatati, fino a comprendere il mondo intero.
Intesa in questo modo (ma gli insegnanti della scuola italiana sono certamente i più vocazionalmente portati, oltre che i più attrezzati culturalmente, a questo fine) la didattica delle competenze può diventare un’opportunità importante per il rilancio della qualità dell’insegnamento a livello di scuole medie inferiori e superiori.

Umberto Curi

Docente di Storia della Filosofia presso l’Università di Padova e presso l’Università San Raffaele di Milano.

 
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