Per anni le classi di scienze degli Stati Uniti sono state il terreno di scontro fra evoluzionisti e creazionisti. Oggi si fa strada una nuova controversia: il cambiamento climatico. Dal dossier del numero 16 de «La ricerca», "Pianeta Scuola».

  • x© Donata Cucchi, Bologna 2017, «Tempi d'oro», dal progetto Le Metamorfosi.

Un sondaggio del Pew Research1, nel 2016, ha esplorato il punto di vista di 1534 americani sul cambiamento climatico, mettendo in luce come la maggioranza (53%) ritenga che il riscaldamento globale sia dovuto in larga misura alle attività umane, il 29% che dipenda da cause naturali, mentre il 17% che non vi siano prove certe dell’esistenza del riscaldamento terrestre. Il dato più interessante, però, è che dal sondaggio emerge una radicale divergenza di opinioni sul riscaldamento climatico tra democratici e repubblicani: tre quarti dei democratici crede che le cause siano da rintracciare nelle attività umane, contro un quarto dei repubblicani. Ed è sulla ricerca scientifica, e in particolar modo sulla buona fede degli scienziati, che le posizioni risultano maggiormente polarizzate: più della metà dei democratici liberali intervistati ritiene che la ricerca sia credibile, mentre meno del 10% dei repubblicani conservatori ne è convinto. Di questi ultimi, più della metà crede che la ricerca sui cambiamenti climatici sia influenzata dall’intento dei ricercatori di avanzare nella loro carriera (il 57%) o dalla loro appartenenza politica (il 54%). 

Nonostante la stragrande maggioranza degli scienziati che studiano il clima ritenga che la temperatura crescente della Terra sia prevalentemente determinata dall’attività umana, perché negli Stati Uniti questo tema è così controverso?

Andrew Hoffman, direttore dell’Erb Institute for Global Sustainable Enterprise dell’Università del Michigan, professore di sostenibilità d’impresa e autore di Come le culture influenzano il dibattito sul cambiamento climatico2), sostiene che ciò che spinge le persone a rifiutare o accettare il consenso scientifico sul cambiamento climatico non ha a che fare con fatti scientifici o con l’accesso alla conoscenza, quanto con valori e visioni del mondo (e quindi anche della scienza) contrastanti e profondamente radicate: «Quello sul cambiamento climatico è diventato un dibattito sui valori. Non si tratta più di scienza. Non si tratta di modelli di CO2 e di clima. Le conversazioni delle persone su questi temi oggi sono confuse e motivate dalle preoccupazioni sull’operato del governo, dalla sfiducia verso gli ambientalisti, verso i politici democratici, e per alcune persone, anche verso la scienza».

Nuovi standard scientifici

Alla luce di questo dibattito, come si comportano gli insegnanti e le scuole statunitensi di fronte all’insegnamento di un argomento così politicamente connotato? La loro posizione oggi è più critica che mai, data la recente inclusione dei cambiamenti climatici, e in particolare del riscaldamento globale, nel Next Generation Science Standard (NGSS), le nuove norme sull’insegnamento della scienza redatte nel 2013 da scienziati ed esperti appartenenti a 26 Stati con la collaborazione delle principali associazioni di insegnanti del Paese (National Science Teachers Association, American Association for the Advancement of Science e National Research Council).

La spinta a formulare questi standard è stata duplice: da una parte l’esigenza di nazionalizzare i curricula scientifici, dall’altra il tentativo di garantire una istruzione scientifica di qualità e indipendente dalle politiche statali o locali. Va tenuto presente, infatti, che negli Stati Uniti le linee guida didattiche della scuola pubblica primaria e secondaria sono stabilite dai singoli Stati. Ne consegue che argomenti politicamente spinosi come il cambiamento climatico siano insegnati in modo diverso a seconda dello Stato, e dunque siano direttamente influenzati dall’orientamento politico locale. 

Proprio per evitare un’eccessiva frammentazione didattica e il rischio di una politicizzazione della scienza, Next Generation Science Standards fissa alcune linee guida nazionali in grado di fornire agli studenti gli strumenti necessari per affrontare con coscienza e spirito scientifico le informazioni che ricevono sia a scuola sia nella vita quotidiana. Applicabili sin dalla scuola materna, queste direttive enfatizzano il pensiero critico rispetto alla memorizzazione, prediligono la collaborazione fra studenti in progetti scientifici concreti e stimolano gli studenti a cercare, raccogliere e imparare a utilizzare i dati scientifici.

Dal novembre 2017 oltre 40 Stati, insieme al District of Columbia (DC), hanno mostrato interesse per le nuove linee guida, e 19 le hanno adottate: Arkansas, California, Connecticut, Delaware, Hawaii, Illinois, Iowa, Kansas, Kentucky, Maryland, Michigan, Nevada, New Hampshire, New Mexico, New Jersey, Oregon, Rhode Island, Vermont e Washington.

La lentezza con cui queste direttive (che, precisiamolo, non sono obbligatorie) sono state adottate (dal 2013, anno in cui sono state formulate) non deve sorprendere: dato che legano inequivocabilmente il cambiamento climatico alle attività umane, hanno incontrato grande resistenza da parte dei conservatori, che hanno cercato in tutti i modi di impedirne l’adozione nelle scuole attraverso ricorsi legislativi e azioni di boicottaggio.

In Idaho, la battaglia è stata durissima: nel 2016, in occasione dell’aggiornamento dei programmi scolastici dall’asilo fino alla scuola superiore, la maggioranza repubblicana si è rifiutata di adottare i nuovi standard nazionali. Solo le proteste di professori, genitori e studenti hanno costretto il Parlamento locale a integrarle nel 2018. Il Texas è invece tra i 10 Stati che non hanno adottato i nuovi standard (insieme ad Alaska, Florida, Maine, Minnesota, North Carolina, North Dakota, Ohio, Pennsylvania e South Carolina), il che significa che le sue scuole non sono formalmente obbligate a insegnare agli studenti il cambiamento climatico. L’educazione al clima è lasciata totalmente alla discrezionalità dei singoli insegnanti e distretti.

Persino negli Stati in cui i nuovi standard sono stati adottati si sono moltiplicate proposte di legge che, appellandosi al principio della libertà didattica, propongono di rendere gli insegnanti liberi di presentare punti di vista alternativi senza paura di perdere il loro lavoro, o di consentire ai membri della comunità di opporsi all’adozione di materiali scolastici che non apprezzano, inclusi i libri di testo scientifici. È successo ad esempio in Florida, dove nel 2018 è passata la prima legge statale nell’intera nazione (la HB989) che consente a qualsiasi cittadino residente in Florida di opporsi all’uso di specifici materiali didattici nelle scuole pubbliche.

Queste proposte di legge, quasi sempre supportate dal Discovery Institute e dall’Heartland Institute (lo stesso che ha distribuito agli insegnanti l’opuscolo negazionista) fanno perno sul principio per cui, quando un argomento è oggetto di dibattito, è necessario presentare agli studenti tutti i punti di vista.

Un principio che, secondo molti, si rifà alla regola dell’obiettività giornalistica, particolarmente presente nel mondo anglosassone, per cui se ci sono due versioni di una storia, entrambe meritano di essere raccontate. Ma, insistono i detrattori di questo approccio, nell’insegnamento c’è davvero bisogno di dare spazio a due pareri opposti, se uno dei due non è considerato valido dalla comunità scientifica internazionale?

Con oltre 15.000 distretti scolastici, è difficile sapere esattamente quanti e quali sono gli attacchi all’educazione sul clima. Certo è che la battaglia per il riscaldamento globale assomiglia sempre più a quella iniziata decenni fa sull’insegnamento dell’evoluzionismo, in cui i cristiani conservatori hanno a lungo chiesto alle scuole di presentare, oltre alla teoria dell’evoluzione della specie di stampo darwiniano, anche una spiegazione creazionista dell’origine della vita sulla Terra.

Quando politica, economia e ideologia si scontrano

Perché l’identità politica è così strettamente intrecciata all’insegnamento dei cambiamenti climatici? La spiegazione più verosimile è che l’educazione alla scienza del clima rappresenta un punto in cui economia, politica e ideologia convergono. 
Il caso “United Supreme Court Citizens contro Federal Election Commission” del 2010 ha stabilito che le leggi che impedivano alle corporazioni e ai sindacati di utilizzare i loro fondi per la pubblicità politica violavano la libertà di parola garantita dal Primo Emendamento. Annullando il divieto per le grandi imprese economiche di finanziare pubblicità pro o contro alcuni candidati politici, si è permesso alle imprese carbonifere e petrolifere di incanalare fondi verso i candidati politici al loro servizio. Ma anche di finanziare gruppi che lavorano per costruire una gigantesca macchina negazionista in grado di orientare non solo la ricerca, ma anche l’educazione scolastica.

Koch Industries, una società con 100 miliardi di dollari di entrate annuali, gestisce raffinerie di petrolio in Texas e fornisce gas naturale a tutto il Paese; è la seconda più grande multinazionale privata degli Stati Uniti secondo la classifica annuale 2016 di Forbes, e si è guadagnata il soprannome di “re del negazionismo climatico”. Secondo uno studio dell’Università di Drexel è uno dei principali attori, insieme alla ExxonMobil, nel finanziare pubblicamente gli sforzi per negare il cambiamento climatico. Tra il 2003 e il 2010, i due gruppi hanno versato contributi per 550 milioni di dollari a organizzazioni negazioniste come l’Heartland Institute, che però rifiuta di rendere noti i nomi dei donatori. Nel marzo del 2017, questa think tank ha stampato e distribuito a circa trecentomila professori americani di scienze un libro e un DVD dal titolo Why Scientists Disagree About Global Warming (Perché gli scienziati non concordano sul riscaldamento globale).

Questo uso di denaro per attaccare o sostenere candidati e questioni politiche specifiche è uno scenario indispensabile per capire come avvengono le lezioni di scienze del clima nelle scuole degli Stati Uniti. Anni e anni di investimenti da parte delle principali industrie del settore dei combustibili fossili stanno ora dando i loro frutti nella guerra contro l’alfabetizzazione climatica. Politici e associazioni si sono concentrati sulle scuole, promuovendo uno scetticismo delle scienze del clima in tutto il sistema educativo statunitense.

  • x© Donata Cucchi, Ferrara 2017, «Slanci», dal progetto Le Metamorfosi.

La formazione degli insegnanti

Anche in distretti scolastici in cui sono in vigore i nuovi standard scientifici nazionali, gli esperti dicono che molti professori non sono adeguatamente formati. Secondo una ricerca condotta dai ricercatori della Penn State University, della Wright State University in Ohio e del National center for Science Education con sede in California, molti insegnanti ritengono che il ricorso a combustibili fossili stia causando riscaldamento, ma non sono consapevoli del fatto che questa visione sia condivisa dagli scienziati del clima. Una mancanza di consapevolezza che contribuisce sicuramente alla volontà di esporre in classe anche punti di vista alternativi e non scientifici. 

Secondo un sondaggio del 2015 del Pew Research Center4 condotto nel 2014-2015 fra 1500 insegnanti di scienze, circa un quarto ha dedicato uguale tempo a prospettive che «sollevano dubbi sul consenso scientifico» e quasi il 33% dei docenti insegna che il cambiamento climatico si verifica a causa di eventi naturali, non creati dall’uomo. 

Lo stesso sondaggio mette in luce come ai docenti manchino spesso le risorse e le opportunità di sviluppo professionale: meno della metà di tutti gli insegnanti di scienze coinvolti ha frequentato un corso universitario sui cambiamenti climatici, e fra coloro che invece lo hanno fatto solo uno su cinque ha beneficiato di una formazione continua sull’argomento. Ma, prosegue lo studio, anche quando hanno accesso alle corrette conoscenze scientifiche sul cambiamento climatico, non necessariamente i professori insegnano che è causato dall’uomo. Da una parte conta la collocazione politica: l’appartenenza al partito conservatore è l’indicatore più forte del fatto che un insegnante possa suggerire ai suoi alunni che i cambiamenti climatici sono dovuti a cause naturali piuttosto che umane. 

Dall’altra, invece, accade spesso che gli insegnanti siano spinti a smussare i loro insegnamenti per placare gli animi accesi dei membri della loro comunità. In un sondaggio fra gli educatori scientifici condotto dalla National Science Teachers Association, anche se il 60% ha dichiarato di non essere preoccupato di come viene insegnato il cambiamento climatico nella propria scuola, l’82% ha riferito di aver affrontato lo scetticismo degli studenti, il 54% quello dei genitori, e il 26% quello degli amministratori scolastici.

Le esperienze del professor Sutter

Lo racconta bene un articolo del «New York Times»6 che descrive la battaglia quotidiana del professor Sutter, un insegnante di scienze in una scuola di Wellston, una cittadina dell’Ohio dove la maggior parte degli studenti vive al di sotto della soglia di povertà e dove la piaga dell’eroina è ormai allarmante. In questa comunità di ex operai bianchi, impoveriti dalla chiusura delle grandi miniere di carbone ormai troppo costose e inquinanti, gli ambientalisti sono considerati coloro che, contribuendo alla chiusura delle miniere, hanno portato loro via il lavoro.

Non a caso, come racconta il recente caso letterario Elegia americana di J. D. Vance, la regione è stata un bacino elettorale per Trump, che sconfessando la lotta al cambiamento climatico ha accelerato la deregulation energetica e fatto ripartire le industrie di carbone. In questo contesto, i tentativi del professore di scienze di insegnare il cambiamento climatico in aula si sono scontrati con le forti reazioni degli studenti. Una in particolare, Gwen, ha preteso con l’appoggio della famiglia (sostenitrice di Trump) che venissero affrontati in aula gli argomenti contro il cambiamento climatico. Nulla ha potuto la tenacia del professor Sutter. Alla fine la giovane studentessa ha chiesto e ottenuto l’esonero dalla classe e recuperato i crediti frequentando un corso di scienze online che non accennava minimamente a questi problemi.

Con altri studenti è andata meglio. Il professore è riuscito a coinvolgere la classe attraverso esperienze concrete e condotte al di fuori dell’aula: una passeggiata in un sentiero naturale nei boschi dietro la scuola, dove ha mostrato loro la presenza di insetti che, a causa del clima insolitamente caldo, quell’inverno non erano morti. Ma anche la gita presso un fiume vicino alla scuola, la cui acqua arancione per via dello sversamento di sostanze tossiche aveva colpito molto i ragazzi. Il professor Sutter ha chiesto agli studenti di raccogliere i campioni di acqua, mostrando così che hanno livelli di pH equiparabili a quelli dell’aceto.

Esperienze come questa non ci restituiscono solo uno spaccato apocalittico dell’alfabetizzazione scientifica negli Stati Uniti. Mostrano anche che gli insegnanti possono fare la differenza e che non tutto è perduto.

Lo dimostra anche uno studio del 2017 su come le prospettive degli insegnanti sui cambiamenti climatici, incluse le loro opinioni politiche, influenzano l’apprendimento di questo tema nei loro studenti.

Interrogando 24 insegnanti di scienze e 369 loro studenti in una scuola media della North Carolina, i ricercatori hanno trovato (confermando studi precedenti) che sebbene quasi tutti gli studenti (il 92,1%) avessero insegnanti convinti che il riscaldamento globale fosse in corso, pochi (12%) avevano un insegnante convinto che il riscaldamento globale sia antropogenico. Hanno poi scoperto che c’è uno stretto legame tra la convinzione degli insegnanti che il riscaldamento globale è in corso e quella degli studenti che la causa dei cambiamenti climatici è l’uomo, ma non viceversa – ovvero, le cause addotte dagli insegnanti per tale riscaldamento non influenzano le convinzioni degli studenti in merito. La conclusione che se ne può trarre è che gli adolescenti interpretano le informazioni scientifiche in modo relativamente indipendente dai vincoli ideologici. Sebbene la polarizzazione degli insegnanti americani possa essere problematica, sembra che, quando le informazioni base sui cambiamenti climatici sono presentate in classe, gli studenti ne deducano da soli le cause antropogeniche.


NOTE

1. Pew Research Center, The Politics of Climate, Ottobre 4, 2016, www.pewresearch.org.
2. A. J. Hoffman, How Culture Shape the Climate Change Debate, Standford University Press, Standford 2015. 
3. J. Farrell, Corporate funding and ideological polarization about climate change, in «Proceedings of the National Academy of Sciences»,
13, 2015, www.pnas.org. 
4. Pew Research Center, Public and Scientists Express Strikingly Different Views about Science-Related Issues, gennaio 29, 2015, www.pewresearch.org.
5. National Science Teacher Association, Climate Change Education Challenges Continue, luglio 2011, www.nsta.org.
6. A. Harmon, Climate Science Meets a Stubborn Obstacle: Students, in «The New York Times», 4 giugno, 2017. 
7. K. T. Stevenson, M. N. Petyerson, A. Bradshaw, How Climate Change Beliefs among U.S. Teachers Do and Do Not Translate to Students, in «PLoS ONE» 11(9), 2016.

Francesca Nicola

Dottore in Antropologia all’Università Bicocca di Milano.

 
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