Ho visto “Basileus”, il film di Alessandro Marinelli e Simona Messina sulle scuole medie del quartiere di San Basilio, a Roma, due volte. La prima da sola, facendo caso agli aspetti formali, e mi sono emozionata perché molto mi ha fatto pensare al Truffaut de “Gli anni in tasca” e al miracolo di chi sa raccontare i ragazzini senza mettersi al loro posto o, peggio, in cattedra. La seconda volta l'ho visto con mia figlia, di 12 anni. Mi ha detto «è molto bello. La scuola è proprio così».

  • xUn particolare della locandina del film "Basileus, la scuola dei re"

Le scuole medie sono la frontiera della nostra democrazia. Lo sono sempre state, prima della riforma del 1963, quando a 11 anni si doveva decidere se fare l’avviamento professionale e prepararsi a un mestiere oppure studiare il latino e proseguire gli studi. Ma anche dopo, per tutti gli anni Sessanta, quando un sistema dispari faceva sì che, comunque, alle medie si risolvesse il problema del diverso patrimonio culturale dei singoli bambini e bambine con la bocciatura.

Su questo, sull’ingiustizia di una riforma che non aveva riformato l’attitudine degli insegnanti a selezionare, della società a tracciare binari diversi per chi a casa aveva genitori in grado di aiutarli e chi non li aveva, si erano pronunciati i ragazzi di Barbiana nel 1967, quando, in Lettera a una professoressa, avevano parlato dell’ingiustizia di «fare parti uguali fra disuguali», all’interno di un’istituzione, la scuola dell’obbligo appunto, che «curava i sani e lasciava indietro i malati».

Molto, dopo, cambiò, e le scuole medie furono al cuore del dibattito della scuola della repubblica fino a quando, nel 1977, finalmente anche il latino facoltativo venne abolito e tutti poterono frequentare lo stesso percorso di studi fino ai 14 anni.

Io, per esempio, che sono entrata alle medie nel 1983, non credo che avrei scelto di studiare il latino, neanche quello facoltativo – o meglio: forse la mia maestra delle elementari avrebbe insistito per farmelo fare, ma certo sarei stata un’eccezione in una storia familiare che mai prima si era sognata di far frequentare un liceo a qualcuno. Ma per fortuna la scelta per me era rimandata ai 14 anni, senza alcun vincolo. Allora avrei potuto scegliere liberamente come proseguire. Liberamente forse no, perché comunque il consiglio orientativo c’era ed era molto spesso tenuto in considerazione: a me avevano detto che avrei potuto frequentare un istituto tecnico con buon profitto, visto che ero intelligente ma non studiavo abbastanza.

Poi però successe che il mio migliore amico andava al liceo classico, e così anche io decisi di scartare di lato e uscire dal binario segnato.
Ce lo ha insegnato Francesco De Gregori, che in fondo la libertà è tutta qui, in questa differenza che c’è fra il vivere la vita di un bufalo o quella di una locomotiva: «la locomotiva ha la strada segnata, il bufalo può scartare di lato (e cadere)».

La scuola ha consentito a me e a tanti altri di avere la libertà del bufalo. Senza cadere mai.

Le medie che conosciamo

  • xUna foto di scena dal film “Basileus”
  • xUna foto di scena dal film “Basileus”
  • xUna foto di scena dal film “Basileus”

Il 9 febbraio del 1979, quarant’anni fa, venivano promulgati i nuovi programmi della scuola media che risentivano fortemente del grande disgelo costituzionale degli anni precedenti:«Dato per scontato che alla scuola media accedono alunni che hanno un retroterra sociale e culturale ampiamente differenziato, la scuola media deve programmare i propri interventi in modo da rimuovere gli effetti negativi dei condizionamenti sociali, da superare le situazioni di svantaggio culturale e da favorire il massimo sviluppo di ciascuno e di tutti».
Così diceva il decreto legge, e anche «L’insegnamento dell'italiano si inserisce nel più vasto quadro dell'educazione linguistica la quale riguarda, sia pure in diversa misura, tutte le discipline e le attività, e, in particolare, tende a far acquisire all'alunno, come suo diritto fondamentale, l'uso del linguaggio in tutta la varietà delle sue funzioni e forme nonché lo sviluppo delle capacità critiche nei confronti della realtà», chiara eco delle recenti (1975) acquisizioni della linguistica democratica vergate nero su bianco nelle tesi per l’educazione linguistica del Giscel.
Tullio De Mauro e Don Milani, e la scuola di Mario Lodi e di Bruno Ciari si saldavano in un progetto di crescita democratica, per tutti. 

Con gli accordi di Maastricht del 1992 cambiò il quadro entro cui pensare il sistema di istruzione: le linee guida dettate dall’Europa imposero uno sguardo diverso, che ogni governo avrebbe declinato in base alla propria (diciamo) sensibilità politica e sociale.
Così i governi di destra ci hanno lasciato in eredità tagli economici e ritorno a sistemi obsoleti come il voto numerico, mentre quelli di centro sinistra autonomia, sussidiarietà e un grande scontento degli insegnanti di ogni ordine e grado per questioni che oggi, di fronte allo smembramento del sistema scolastico nazionale, in qualche modo sembrano poca roba, ma che in realtà hanno segnato il definitivo scollamento della categoria bacino elettorale della sinistra dalla stessa: questioni come l’abolizione dei programmi, la scuola delle competenze, la messa in discussione del caposaldo del nostro sistema didattico, ovvero le discipline.

Senza voler neanche abbozzare un giudizio su quanto avvenuto, un dato salta comunque agli occhi. In questa frana che ha investito il dibattito pubblico sulla scuola sono scomparse le scuole medie. Lo notava già Sandro Onofri nel 1999: «Innanzitutto, in quale altro modo interpretare, se non come dimostrazione di scarsa considerazione, il fatto che nella famosa commissione di esperti organizzata dal ministro Berlinguer col compito di ripensare il sistema scolastico non figuri un solo docente di scuola media?».

Perché era ed è successo? Perché, io credo, fin da allora si è iniziato a parlare sempre più degli insegnanti e sempre meno degli studenti: ogni critica al sistema formativo degli ultimi trent’anni non ha come oggetto la difesa della scuola nella sua interezza, ma quella di una sola delle parti in causa: i docenti. Il cui pensiero potrebbe essere riassunto con: “Ci hanno trasformato in burocrati, ci hanno tolto autonomia, ci hanno fatto scendere dalla cattedra e trasformati in assistenti sociali, mentre noi rivendichiamo il nostro ruolo di intellettuali”.

Così, in una difesa sempre più di corpo e sempre meno di sistema, le scuole medie – l’anello debole del sistema formativo – sono uscite di scena. Messe lì, ai margini del mondo dell’istruzione, ignorate, neglette, dimenticate.

La scuola dei Re

Ho visto Basileus, il film di Alessandro Marinelli e Simona Messina sulle scuole medie del quartiere di San Basilio, a Roma, due volte. La prima da sola, la seconda con mia figlia di 12 anni.
La prima volta ho fatto caso agli aspetti formali, ho notato lo sguardo attento del regista e della montatrice nel restituire il punto di vista dei ragazzi e delle ragazze, la loro altezza, la quotidianità scolastica che viene scandita dal suono della campanella, che spesso arriva a salvare ma a volte anche a interrompere discorsi, emozioni, conflitti. Ho notato la grazia potente che ha la grammatica cinematografica quando è ben dosata, i silenzi, la musica, le voci dentro e fuori la scuola. Mi sono emozionata perché molto di questa scuola di San Basilio mi ha fatto pensare al Truffaut de Gli anni in tasca e al miracolo di chi sa raccontare i ragazzini senza mettersi al loro posto o, peggio, in cattedra.

Ho chiesto a mia figlia di tornare a vederlo con me, al cinema e lei ha detto: è un film molto bello, la scuola è proprio così. E ci vorrebbero più insegnanti che parlano con noi e ci chiedono cosa pensiamo e ci rispettano, perché spesso a noi viene chiesto un rispetto che non ci viene restituito.

Mi ha colpito questa parola usata da mia figlia: rispetto. Una parola spesso brandita come un’arma dal corpo docente, ma difficilmente rivendicata dai ragazzi e dalle ragazze, come se fosse ontologicamente dovuta a una parte sola.

Rispetto. Ecco a San Basilio, in questo film, il rispetto che gli insegnanti hanno verso ragazzi spesso difficili è la cosa che colpisce di più. Nei dialoghi in classe, nelle spiegazioni, nei momenti di pausa. Così come colpisce il rispetto di chi ha fatto il film nei confronti della scuola, del suo mandato costituzionale, della sua funzione sociale. Non a caso il duo Marinelli/Messina ha deciso di iniziare con un esergo molto chiaro, quella frase di Lettera a una professoressa da me già citata che dovrebbe stare a cuore a ogni cittadino di uno stato democratico: «Se si perdono i ragazzi più difficili la scuola non è più scuola, è un ospedale che cura i sani e respinge i malati».

I sani si riconoscono subito, stanno in classe senza particolari sofferenze, sono apprezzati dai docenti, buoni anche con i compagni: la scuola a loro non serve, ma loro servono tantissimo alla scuola, danno equilibrio a classi incasinate dove i “malati” creano scompiglio, fanno casino, rispondono male, anzi, come mi disse una ragazza di Napoli, semplicemente “rispondono”.

Non rispondere, diceva mia nonna. Non rispondere diceva la mia professoressa alle medie. Non rispondere, se non richiesto.

Ma i “malati” rispondono, e così l’impulso, oggi come ieri, è di metterli a tacere con la forza di una nota, di un'espulsione, di una bocciatura. Eppure la scuola, oggi come ieri, è sempre meglio della merda, come diceva Gianni, lo studente di Vicchio del Mugello che aveva 36 mucche nella stalla e un’alternativa ben peggiore dello studio. Il lavoro duro nei campi. Lo è anche per chi ha come alternativa una giornata passata a casa, da solo, davanti un gioco o alla tv.

«Meno veniamo a scuola e più la scuola diventa una rottura di scatole più veniamo a scuola e più la scuola diventa un posto semplice in cui stare». Il film inizia così, con un dialogo fra un professore e un ragazzino che non si sveglia, va a letto alle tre, e non ce la fa. Ma è dispiaciuto, perché, dice lui, almeno a scuola sto con i miei compagni. 

La storia di chi non si sveglia sta accanto a tante altre storie, accomunate tutte dal fatto che la scuola le raccoglie e consente di elaborarle collettivamente. E torna alla mente l’altro concetto potentissimo di Lettera a una professoressa: i problemi risolti da soli sono l’egoismo, risolti insieme sono la politica. La scuola di San Basilio, il lavoro di alcuni suoi docenti restituisce pragmaticamente il senso di questo frase: la classe discute dei problemi di tutti e se ne fa carico. E così facendo fa crescere tutti, i sani e i malati, e l’istituzione scuola nel suo complesso.

Avete notato? Non si parla più di scuola, se non quando qualche intellettuale o giornalista indignato fa notare l’ennesima mancanza degli studenti, culturale o disciplinare non importa. Non si parla più di scuola primaria, di scuola secondaria. Della scuola non frega davvero niente a nessuno. Allora evviva questo film bellissimo di Alessandro Marinelli e Simona Messina. Andate a vederlo, fatevi spiegare come proiettarlo nelle vostre scuole nelle vostre città. Poi discutetene con i ragazzi e le ragazze in classe. Fatelo perché loro sono davvero la cosa migliore che abbiamo, e questo film ce lo racconta.

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Qui la rassegna stampa del film a oggi:
http://www.cineclandestino.it/basileus-la-scuola-dei-re/
https://left.it/2019/01/16/luniverso-degli-adolescenti-alle-medie-un-film-li-racconta-dal-vero/ 
https://www.iviaggidicicerone.it/basileus-giffoni/ 
https://www.spreaker.com/user/giffoninow/giffoni-movies-basileus-la-scuola-dei-re

Vanessa Roghi

Storica del tempo presente. Ha pubblicato nel 2017 "La lettera sovversiva. Da don Milani a De Mauro, il potere delle parole" (Laterza, Bari-Roma) e nel 2018 "Piccola città. Una storia comune di eroina" (Laterza, Bari-Roma).
http://vanessaroghi.com/ http://www.minimaetmoralia.it/wp/author /vanessaroghi/.
Su twitter è @VaniuskaR

 
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