Il dibattito si dice in molti modi

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A chi si occupa di debate in Italia era già noto il testo di Christopher Sanchez, “Introduction to Debating in Schools. WSDC Format and Club or Classroom Implementation” (qui reperibile gratis). Ora è tradotto a cura di Elena Tornaghi nel testo edito da Pearson, “Il debate nelle scuole”. L’edizione italiana presenta una prefazione di Maria Giovanna Colombo dell’ITE “Enrico Tosi” di Busto Arsizio (VA), l’Istituto che in Italia costituisce il capofila riguardo alle attività di dibattito svolte secondo il protocollo World Schools Debating Championship (WSDC).
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Il gruppo di dibattito all’Università of Chicago nel 1950

Si tratta di un testo utile, perché chiarisce il protocollo WSDC (un protocollo stabilisce il numero degli oratori, i tempi che hanno, le modalità di presentazione e di interazione con la controparte) e suggerisce pratiche didattiche, da svolgersi in classe oppure da implementare in attività progettuali in orario extra scolastico. Può servire tanto agli studenti, per capire cosa devono fare, quanto ai docenti, per capire come farlo fare agli studenti. Il testo offre tavole, schemi, schede, immagini, link, tabelle che rendono la lettura chiara, ricca di spunti e di opportunità per l’approfondimento. La sua efficacia didattica è notevole, tanto che viene consigliato a coloro che in Italia si stanno formando per le attività relative alle Olimpiadi di Debate, sostenute dal MIUR.

Il capitolo quarto dell’edizione originale (Debating tournaments in Germany), nel testo italiano è diventato Le attività di debate in Germania e in Italia: un confronto. L’accostamento è impietoso e per noi piuttosto imbarazzante, mostrando quanto siamo indietro e quanto da noi le attività di dibattito siano più una promessa che una realtà, mentre la Germania, sulla base dei dati offerti nel testo, a buon diritto vanta una pratica ampia e consolidata, con una Junior League e una Senior League e un Campionato tedesco di debate.

La traduzione e la pubblicazione del testo di Sanchez sono dunque un’operazione meritoria e il testo è davvero uno strumento utile per la formazione. Il costo di 14 euro per un libro di 78 pagine, a fronte di un materiale gratuito in rete, sia pur in lingua straniera, è forse eccessivo, tuttavia l’investimento ha, per quanto detto, le sue ragioni.
L’editore avrebbe poi potuto fare uno sforzo per rendere più agevole al lettore l’accesso ai link riportati nel testo. Si sa che, su supporto digitale, la lunghezza e la complessità di un link non costituiscono un problema, dato che basta fare click per aprire la pagina voluta. Riportare invece un link su cartaceo comporta che il lettore se lo debba ricopiare e tanto più il link è complesso e lungo, tanto più l’operazione è difficile e foriera di errori e perdite di tempo. Per questo motivo, un buon servizio al lettore interessato agli approfondimenti on-line sarebbe stato quello di offrire, quando possibile, dei mirror ai link con url semplici e di facile gestione.

Vorrei però soffermarmi su un problema che mi pare piuttosto serio che riguarda l’edizione italiana. Mentre il sottotitolo del testo inglese chiarisce bene l’intento di Sanchez, che è quello di presentare il protocollo WSDC e di fornire strumenti per la sua realizzazione e il suo perfezionamento in classe, nel testo italiano questo “dettaglio” va perso con la caduta del sottotitolo. Va detto che sia la prefazione di Colombo, sia il testo di Sanchez chiariscono che il WSDC è solo uno dei protocolli, e si menzionano il British Parliamentary, il Karl-Popper e il Lincoln-Douglas come alternative diffuse. Il problema è che – potenza dei titoli – l’edizione italiana crea nel lettore non esperto un fraintendimento di fondo, perché sembra suggerire che il debate (ma perché non usare il termine italiano?) è il WSDC e non una pratica che si esprime attraverso molte forme, tra cui anche il WSDC.

Che questa confusione non sia senza conseguenze lo si vede proprio tornando al confronto tra Germania e Italia. Infatti, se è vero che il WSDC da noi ha solo un anno di vita e sta entrando nel suo secondo, le pratiche di dibattito hanno invece vita ben più lunga e vantano anzi pratiche diffuse con reti di scuole sparse sul territorio che usano altri protocolli rispetto al WSDC. Ne ricordo un paio tra quelle più articolate e continuative: i tornei “Palestra di botta e risposta”, che risalgono al 2006 per quanto riguarda il torneo regionale in Veneto, e che quest’anno sono al sesto torneo di livello nazionale; e le gare nell’ambito delle Romanae Disputationes, progetto di eccellenza del MIUR, che quest’anno sono alla quinta edizione per la categoria “dibattito”. Insomma, se non si fosse usato erroneamente il termine debate come semplice sinonimo di WSDC, si sarebbe dovuto e potuto dare della situazione italiana un quadro ben più variegato, complesso e meno sconfortante.

Detto questo, resta davvero tanto da fare e il testo di Sanchez aiuterà certo a farlo meglio, a prescindere dal protocollo che si vorrà usare.

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Gian Paolo Terravecchia

Cultore della materia in filosofia morale all’Università di Padova, si occupa principalmente di filosofia sociale, filosofia morale, teoria della normatività, fenomenologia e filosofia analitica. È coautore di manuali di filosofia per Loescher editore. Di recente ha pubblicato: “Tesine e percorsi. Metodi e scorciatoie per la scrittura saggistica”, scritto con Enrico Furlan.

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