Dal 5 al 15 ottobre 2018, 27 italiani, tra cui 15 studenti di 11 scuole, sono andati in Nepal per un evento organizzato dal MIUR. In un prossimo articolo racconterò del viaggio, al quale ho partecipato anch’io; qui vorrei spiegare qual è stato il percorso che ha portato gli studenti (affiancati dai loro docenti) a vincere un viaggio-premio tanto straordinario.

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Le ragioni e i momenti preparatori di quest’uscita risalgono infatti a tre eventi precedenti, che si sono svolti rispettivamente nel dicembre dell’anno scorso, in febbraio e in giugno, e che presuppongono la conoscenza di cosa sia un hackathon. Cominciamo da quest’ultimo punto. Il termine hackathon è l’esito della fusione di due parole: hack e marathon, e sta a suggerire una maratona, ovvero una sessione di lavoro prolungata e intensa, a cui partecipano degli hacker. Quest’ultimo termine non gode di buona fama, perché spesso usato erroneamente al posto di cracker (il pirata informatico); in origine, però, esso definisce semplicemente persone brillanti e capaci di ragionare fuori dagli schemi. Il termine hackathon, dunque, nasce nel mondo dell’informatica per indicare una riunione di esperti, ciascuno con competenze specifiche, che collaborano per qualche giorno alla formulazione di una soluzione a un quesito loro posto. Durante l’hackathon i partecipanti, raggruppati in team fra loro concorrenti, collaborano perché il gruppo al quale appartengono formuli, rispetto alla sfida assegnata, una proposta di buona qualità, cioè funzionale, efficiente e implementabile. Le soluzioni migliori tra quelle presentate vengono premiate. Questa modalità di lavoro in team si è estesa dal mondo dell’informatica ad altri ambiti e ora, per iniziativa del MIUR, viene proposta alle scuole italiane, offrendo splendide opportunità agli studenti della secondaria superiore.

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L’11-12 dicembre 2017 si è svolto a Milano il primo Mountain-Hack, un hackathon che ha coinvolto 100 studenti accompagnati da 16 docenti di altrettante scuole. Alla fine dei lavori, ne sono risultati vincenti due team. L’hackathon sui temi della montagna aveva come premio la visita di quello che, per eccellenza, è uno dei Paesi della montagna, il Nepal. Qui infatti s’innalza la catena himalayana, e si trova – condiviso con la Cina – l’Everest. In vista di questa meta, il Ministero ha organizzato due eventi preparatori. 

Il primo, il campo invernale a Edolo, che si è svolto tra il 15 e il 16 febbraio e che ha coinvolto 16 docenti della secondaria superiore, ha contribuito al crearsi di una sinergia importante con l’Università della Montagna (Unimont, centro universitario d’eccellenza nato da un accordo tra il MIUR e l’Università degli Studi di Milano e specializzato nello studio e nell’analisi delle complessità del territorio montano). Era infatti importante che gli insegnanti accompagnatori facessero un’esperienza condivisa che si è realizzata come un’opportunità di formazione di alta qualità.

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In seconda battuta, era opportuno mettere i ragazzi a contatto diretto con la montagna, anche perché l’uscita in Nepal prevedeva un’esperienza di trekking. Per preparare i ragazzi è stato perciò organizzato un campo estivo, dal 14 al 17 giugno. I ragazzi, accompagnati dai docenti e dalla guida himalayana Gianpietro Verza, si sono dati appuntamento sull’Adamello. Il punto di arrivo di un impegnativo percorso di trekking, sotto la supervisione competente di Verza e col supporto degli insegnanti, è stato il Rifugio Garibaldi (2550m). La salita al rifugio è stato un test importante per verificare la capacità degli studenti di affrontare lo stress e le fatiche del viaggio che li attendeva a ottobre. Durante la tre giorni montana, oltre alla presentazione e spiegazione delle bellezze naturali che li circondavano, grazie anche al supporto scientifico dei docenti di Unimont, agli studenti è stato chiesto di lavorare in team per approfondire la conoscenza del Nepal, nei suoi aspetti sociali, culturali e religiosi, così da acquisire una comprensione di base di ciò in cui stavano per immergersi.

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Al di là dell’aspetto avventuroso di questo percorso di formazione e preparazione a una meta tanto ambiziosa, vorrei infine spendere qualche parola conclusiva sulla modalità dell’hackathon come pratica nell’ambito formativo. Si tratta di un’attività cooperativa che stimola chi vi partecipa, attraverso il momento competitivo, a mettersi in gioco per raggiungere un obiettivo. Questa metodologia dà modo agli studenti di formare e potenziare competenze relazionali per il lavoro di gruppo e di mettere in campo i propri talenti, e il prepara ad affrontare le fatiche anche fisiche che la sfida proposta impone. Si tratta di un’attività impegnativa non solo per i ragazzi, ma anche per chi li guida, chiamato a mettere in gioco alte competenze per sostenerli e stimolarli ulteriormente lungo il cammino. Il premio in palio, nel caso specifico, era senza dubbio motivante, e si è rivelato forse ancora più straordinario di quanto tutti si aspettavano, ma su questo ritornerò la prossima volta.

Gian Paolo Terravecchia

Cultore della materia in filosofia morale all'Università di Padova, si occupa principalmente di filosofia sociale, filosofia morale, teoria della normatività, fenomenologia e filosofia analitica. È coautore di manuali di filosofia per Loescher editore. Di recente ha pubblicato: “Tesine e percorsi. Metodi e scorciatoie per la scrittura saggistica”, scritto con Enrico Furlan.

 
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