La Francia di Macron tira la volata anti cellulare a scuola e, in Italia, molti vorrebbero accodarsi, così che capita di leggere prese di posizione un po’ arruffate, ma nette e sicure. “Il cellulare non va usato, mai!” – sentenziano.

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Per giustificarne il bando, si accusa lo smartphone di essere la fonte di tutti i mali, persino di ridurre di molto le performance degli studenti. Chi va male a scuola potrà allora dire che è tutta colpa del cellulare. E anzi, per giustificare un andamento scolastico disastroso, forse basterà mostrare che si possiede più di un cellulare. 
In Italia ci si è finora limitati a seguire una linea moderata e di buon senso: nessun divieto ufficiale da parte del MIUR, che lascia ampia discrezionalità alle scuole e ha fornito un prezioso decalogo (qui il decalogo) ed è sempre opportuno presidiare le scelte illuminate, perché ci si mette poco a rovinare ciò che funziona. Perché, come ben ricorda anche la Gilda degli Insegnanti, proprio mentre ne propone il divieto, i cellulari sono un mezzo. Ma sono un mezzo... per cosa? Per comunicare, naturalmente; ma anche per recuperare o immagazzinare informazioni.
Oggi c’è dunque chi propone di mettere al bando nella pratica educativa e formativa dei giovani proprio quello che è il più diffuso, semplice e popolare strumento di accesso all’informazione. Come nelle società più retrive, come in quelle spaventate dal nuovo, si crede così di poter risolvere un problema con un semplice divieto. Non si capisce che insegnare, nella nostra società, dovrebbe consistere anche nel formare i giovani a usare gli strumenti per acquisire informazione (che vuol dire non solo come acquisirla, ma anche quando e con quali pre-conoscenze).

Ci sono decine di pratiche scolastiche in cui si può utilmente insegnare facendo usare agli studenti lo smartphone o nelle quali, semplicemente, lo smartphone nelle mani degli studenti è utile per la vita scolastica. Per limitarsi a qualche esempio, ciò avviene quando il docente invia un link da consultare, perché quel giorno la LIM è rotta o la scuola è senza collegamento Internet (e non è insolito!); quando si vuole fare una foto alla lavagna fitta di testo che non c’è tempo di copiare; quando si vuole registrare una lezione, perché ci si è presi una storta alla mano, e quel giorno la penna resta nell’astuccio; quando si è in gruppo e l’insegnante fa svolgere una webquest, ma il laboratorio di informatica è occupato; quando Michele vuole mostrare al docente, sul registro elettronico, di aver erroneamente ricevuto il 5 di Michela; quando il manuale scolastico rimanda a un esercizio on-line di cinque minuti che il docente ritiene utile svolgere adesso. Perché mai dovremmo impedire queste e altre buone pratiche scolastiche e didattiche?

Gli studenti usano il cellulare spesso impropriamente? D’accordo! Essi però possono usare impropriamente anche i soldi, ad esempio, comprandosi junk food. Dobbiamo allora impedire che usino i soldi? La scuola, invece, può e deve insegnare agli studenti che lo smartphone è uno strumento che a volte va usato, a volte va spento, altre volte va limitato ad alcune funzionalità. Si aiuta così gli studenti a graduarne e variarne l’utilizzo, a non esserne dipendenti, a saper comunicare con compagni e insegnanti in una chat o in un gruppo condiviso.

Ciò che è da condannare non è l’uso del cellulare simpliciter, ma il suo possibile interferire negativamente con la pratica di apprendimento: mi riferisco, ad esempio, alla distrazione di frequenti notifiche, o al fatto che il suo abuso scoraggia la lettura approfondita del testo, a favore di una lettura superficiale, un net surfing fra i link del testo multimediale. Va condannato il bullismo high-tech, favorito da telecamere sempre più potenti e quasi onnipresenti. Va denunciato quell’uso del cellulare che mette in secondo piano la prossimità fisica della relazione umana cui viene priorizzata sistematicamente la risposta al remoto che chiama e notifica.
Certo, su questi temi ordini diversi di scuola possono con buone ragioni ritenere opportune linee diverse d’azione, infatti le circostanze didattiche, l’età degli studenti, le scelte personali dei docenti possono giustificare una messa al bando dei cellulari dalla vita della scuola. Ma quel che è vero secundum quid, in circostanze particolari, non è detto che vada bene simpliciter.

Dunque, se è vero che chi auspica il bando dei cellulari va per la strada facile, ovvero quella che – come si dice – fa di tutta un’erba un fascio, è altrettanto vero che la soluzione, come ho cercato di mostrare, non va cercata nel permissivismo.
Il punto non è tanto l’alternativa “cellulare sì”, o “cellulare no”, quanto piuttosto la domanda: “perché il cellulare ora?”. Ci si deve chiedere cioè, nella data situazione, cosa aggiunge – se vi è un’aggiunta – il suo utilizzo rispetto alle alternative didattiche disponibili. In questo senso, lo Stato dovrebbe rispettare l’autonomia di ciascuna scuola, però richiedendo che questa si doti di un regolamento che fissi dei limiti.
Sarà allora il caso di vietare, ad esempio, l’uso del cellulare per attività estranee alla buona vita scolastica, e prevedere sanzioni disciplinari a chi contravviene e a chi lascia che il cellulare diventi motivo di disturbo e perdita della concentrazione. Al contempo, va lasciato un certo spazio di discrezionalità al docente, così da non mortificarne la creatività formativo-pedagogica, per una didattica da società dell’informazione.


N.d.R: sull'argomento, leggi anche San Tommaso e il cellulare in classe: regole e libertà e Smartphone a scuola?

Gian Paolo Terravecchia

Cultore della materia in filosofia morale all'Università di Padova, si occupa principalmente di filosofia sociale, filosofia morale, teoria della normatività, fenomenologia e filosofia analitica. È coautore di manuali di filosofia per Loescher editore. Di recente ha pubblicato: “Tesine e percorsi. Metodi e scorciatoie per la scrittura saggistica”, scritto con Enrico Furlan.

 
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