Il 2 aprile 2017 si è tenuta la prima Giornata Mondiale della Verifica delle Notizie (International Fact Checking Day). Ecco come un team italo-argentino di esperti e volontari ha costruito un modello di lezione pratica che è stato già utilizzato da migliaia di studenti in tutto il globo.

  • xM. Jenkins, "Newsman", Seul 2009.

Buenos Aires, giugno 2016. Nelle aule della Universidad Torcuato di Tella sono riunite oltre cento persone, arrivate qui da tutto il mondo – sono ben 41 i Paesi rappresentati – per Global Fact 3, la terza conferenza mondiale dei fact-checkers: quelli che, in italiano, potremmo chiamare “i verificatori delle notizie”. Un movimento di cui in Italia si parla ancora troppo poco, ma che soprattutto oltreoceano è ormai “diventato maggiorenne”, come scriverà proprio dopo il summit argentino Alexios Mantzarlis, direttore dell’International Fact Checking Network.
La verifica dei fatti e delle notizie, portata avanti da team specializzati di giornalisti e ricercatori, è diventata una necessità sempre più diffusa nell’era dell’informazione digitale. Gli Stati Uniti sono all’avanguardia sul fronte del fact-checking: non solo l’International Fact Checking Network – il coordinamento mondiale dei verificatori delle notizie, che proprio a Buenos Aires inizierà ad elaborare un codice di condotta per i propri affiliati – è nato all’interno del Poynter Institute di St Petersburg, Florida, ma sono americane anche le più “anziane” tra le associazioni attive su questo fronte, da quelle più prettamente giornalistiche ai siti di debunking – quelli che in Italia chiameremmo “antibufalari” – come Snopes.
Non c’è di che sorprendersi: come ben sa chi lavora nell’ambito del giornalismo e dell’informazione, i venti dell’innovazione (o della crisi) spirano spesso e volentieri da oltreoceano, e questo caso non fa eccezione.

Ma il problema delle notizie non verificate, ormai, è un’emergenza a livello mondiale. Niente di nuovo sotto il sole, come precisano molti analisti: bufale, disinformazione e propaganda sono sempre esistite (o quasi). Nell’era dell’informazione digitale, però, subentrano due fattori determinanti che cambiano le regole del gioco: massa e velocità.
Ci vogliono dalle 10 alle 20 ore perché una fake news venga raggiunta dalla sua smentita.Lo spiegano bene i risultati della ricerca condotta da tre italiani – Filippo Menczer, Alessandro Flammini e Giovanni Luca Ciampaglia – al Center for Complex Networks and Systems Research dell’Università dell’Indiana, negli Stati Uniti: grazie al loro progetto Hoaxy (hoax, in inglese, significa scherzo) in dieci mesi vengono mappati 14 milioni di tweet pubblici, che hanno propagato 400 mila bufale. Scoprendo che ci vogliono dalle 10 alle 20 ore perché una fake news venga “raggiunta” dalla sua smentita. E che i numeri raggiunti dalle bugie online (che siano teorie cospirazioniste, pettegolezzi non verificati o notizie false costruite ad arte) sono, purtroppo, parecchio superiori a quelli sfiorati dai tweet di fact-checking, complice anche l’utilizzo dei cosiddetti “social bots”, programmi studiati ad arte per condividere le bufale facendo credere agli utenti di essere persone vere. In una catena pressoché infinita e inarrestabile di specchi che rilanciano bugie e mezze verità.

Gli strumenti messi in campo dai fact-checkers (e da chi, in vari ambiti professionali, si occupa di verifica delle notizie e più in generale di come l’inquinamento dell’informazione – digitale e no – possa avere un impatto negativo sulla nostra società) vanno dall’intervento diretto, con lo smascheramento delle fake news in tutte le loro forme, alla collaborazione con aziende come Facebook o Google, alla prevenzione. E il modo migliore per prevenire la proliferazione indiscriminata di notizie non verificate e di falsa informazione è quello di interrompere la catena, coinvolgendo nella lotta chi rischia di diventare strumento inconsapevole nelle mani dei “bufalari”: i lettori, gli utenti dei social network, il pubblico generalista.

I lavori della conferenza

Ai lavori della conferenza di Buenos Aires è presente anche chi scrive, con un’idea in testa e in cerca di spunti per capire meglio come svilupparla: creare un’associazione che si occupi di diffondere le basi del fact-checking nelle scuole, nelle università, tra la gente comune. È da questa spinta che nasce, nel luglio 2016, factcheckers.it (fondata insieme a Nicola Bruno, esperto di social media verification, e Fulvio Romanin, web developer). Ed è da questo impulso che prende il via un gruppo di lavoro interno all’IFCN, che porterà all’inserimento – in posizione di assoluta priorità – di un “classroom package”, un pacchetto di esercizi pratici per le scuole, nelle attività organizzate a livello mondiale per il primo International Fact Checking Day, tenutosi il 2 aprile 2017.

Il modello di lezione con attività laboratoriali che ne deriva è frutto di una collaborazione intensa, per quanto a distanza, tra più interlocutori: da questo lato dell’oceano c’è factcheckers.it, con il coinvolgimento come consulente esterno di Stefano Moriggi, storico e filosofo della scienza all’Università Bicocca di Milano (già collaboratore dell’associazione nella realizzazione di laboratori pratici di fact-checking per le scuole italiane). Da Buenos Aires c’è il team di Chequeado, organizzatori di Global Fact 3 e tra i pionieri del fact-checking in America Latina. Nella squadra argentina è presente una forte componente educativa, coordinata da Ariel “Hache” Merpert, che lavora da tempo nelle scuole e negli atenei ponendo soprattutto l’accento sulla verifica del discorso pubblico. Infine, dalla Florida, l’International Fact Checking Network (e il suo direttore, Alexios Mantzarlis) funge da coordinatore e supervisore.

Si è cercato di creare uno strumento il più possibile universale, per aiutare gli insegnanti di tutto il mondo nel percorso di avvicinare i ragazzi all’analisi critica dell’informazione onlineL’obiettivo del “lesson plan” è indubbiamente ambizioso: quello che si è cercato di creare è uno strumento il più possibile universale, per aiutare gli insegnanti di tutto il mondo nel percorso di avvicinare i ragazzi all’analisi critica dell’informazione online, e soprattutto di fornire loro gli strumenti di base per trasformarsi in giovani “verificatori delle notizie”. Pensato soprattutto per la fascia d’età tra i 14 e i 16 anni, vuole comunque essere uno strumento flessibile, in grado di adattarsi e modificarsi per venire incontro alle esigenze di docenti che operano in sistemi educativi anche molto diversi tra loro. E in questo senso, la possibilità di lavorare a stretto contatto con esperti del settore di vari Paesi, anche extraeuropei, ci fornisce un primo strumento di verifica dell’universalità del progetto.

Il lavoro (totalmente su base volontaria) di collazione e rielaborazione di spunti e idee non è facile, e richiede parecchi passaggi di analisi, discussione e revisione. La maggiore difficoltà incontrata – nonché uno dei punti critici, che richiederanno un’attenzione ancora più specifica quando si tratterà di progettare il prossimo “lesson plan”, per la seconda Giornata Mondiale in programma nel 2018 – è quella di selezionare argomenti ed esempi in grado di stimolare l’interesse di ragazze e ragazzi a prescindere dal contesto sociale e culturale in cui sono inseriti. Perché se è indubbio che internet ci ha immerso sempre più in un contesto di informazione globale, è altrettanto vero che, quando si va alla ricerca di uno spunto di discussione sul tema “fake news”, ci si scontra ben presto con la territorialità di molti temi e controversie. 

  • xM. Jenkins, "Embed 2", Washington DC, 2006.

La scelta di un tema comune

È la struttura stessa della lezione, del resto, a richiedere l’individuazione di un punto di partenza specifico per il dibattito in classe: dopo aver guardato insieme un video animato (realizzato da Sandra Hiralal) che introduce il tema delle fake news e dell’importanza del fact-checking, gli studenti vengono infatti posti di fronte a un esercizio di lettura e annotazione di articoli costruiti ad hoc, il cui obiettivo è quello di valutare “a monte” la loro capacità di distinguere i fatti dalle opinioni – e, di conseguenza, ciò che è verificabile da ciò che non lo è. 

In questo senso, l’esperienza maturata da Chequeado nell’arco degli ultimi anni è fondamentale: tra le attività da loro proposte agli studenti argentini c’è, infatti, l’analisi dei discorsi politici (in video o sulla carta stampata), con l’obiettivo di individuarne i passaggi critici – quelli, soprattutto, in cui si riportano dati e fatti privi di fonti, oppure modificati ad uso e consumo del messaggio che si vuole trasmettere agli elettori. Una strategia che si radica nella recente storia politica del Paese sudamericano, e che viene condivisa dal gruppo di lavoro come un punto di partenza essenziale per stimolare quello spirito critico che uniforma l’intero percorso della verifica delle notizie.

In realtà, questo primo passaggio si rivelerà ben presto come il più complesso da realizzare, soprattutto per quanto riguarda l’obiettivo dell’universalità: i temi “classici” scelti nei singoli Paesi, perché più frequentemente soggetti alla contaminazione da fake news, propaganda e disinformazione – dalle migrazioni al negazionismo, passando per la libertà di possedere armi da fuoco… – rischiano di risultare alieni o poco stimolanti per gli studenti di altre parti del mondo. E il tutto è ulteriormente complicato dalla scelta di non utilizzare notizie vere, prese dalla Rete, ma di costruire articoli ad hoc per l’esercizio proposto, ancora una volta per evitare prospettive troppo regionali o specifiche di un ambito culturale.
La scelta definitiva, dopo settimane di discussione, cade su un tema apparentemente astratto, ma di cruciale importanza per la fascia d’età prescelta: l’obbligatorietà del voto. Una proposta forse azzardata (e che richiede un impegno ben preciso, da parte degli insegnanti, nell’introdurre il tema e spiegarne i risvolti e le applicazioni in ambito locale), ma che verrà complessivamente accolta in maniera positiva da chi utilizzerà il kit nelle proprie classi.

Il pacchetto proposto prosegue poi in maniera più canonica, prendendo ispirazione dai vari moduli di introduzione al fact-checking realizzati da molti atenei americani e da associazioni di “verificatori delle notizie” in varie parti del mondo (che spesso svolgono attività di sensibilizzazione e formazione per gruppi di giornalisti, studenti, partecipanti a festival e conferenze), con un piccolo manuale di strategie e strumenti di base per la verifica dei contenuti online ed esempi pratici di “fake news” da smontare in classe.
I partecipanti vengono poi invitati ad unirsi alle associazioni di fact-checkers nella celebrazione della Giornata Mondiale, producendo contenuti originali – meme, brevi video, vignette, immagini, slogan – da condividere sui social con l’hashtag #factcheckit, con l’obiettivo di coinvolgere nel dibattito i propri coetanei (un esercizio che in poche classi riusciranno, in realtà, a svolgere, vista la necessità di confinare entro specifici limiti temporali – cioè le ore curriculari – lo svolgimento della lezione). Infine, una sezione dedicata agli insegnanti fornisce letture di contesto, bibliografia ed ulteriori spunti per ampliare le proprie conoscenze e proseguire il lavoro iniziato con il modello di lezione, anche eventualmente espandendolo o modificandone i contenuti in base alle proprie esigenze.

Il kit anti fandonie

Il kit viene lanciato ufficialmente qualche giorno prima dell’International Fact Checking Day, dopo essere stato tradotto in ben 13 lingue diverse – inglese, filippino, francese, georgiano, greco, italiano, coreano, lituano, polacco, portoghese, russo, spagnolo, ucraino – dai volontari delle associazioni aderenti all’IFCN. Sulla mappa delle attività previste per la Giornata Mondiale, e costantemente aggiornata sul sito, compaiono sempre più segnali di eventi che includono formazione e sensibilizzazione di scuole e insegnanti. Al termine della giornata, il “pacchetto per le classi” viene scaricato 1097 volte, per un totale stimato di 60.000 studenti raggiunti in 51 Paesi diversi. Numeri destinati a crescere nei mesi successivi, dal momento che il kit e il sito dedicato all’International Fact Checking Day (che nei dieci giorni precedenti all’iniziativa aveva già totalizzato quasi 35mila visite) continuano a rimanere disponibili online e senza nessun tipo di filtro.

Al di là delle attività condotte personalmente dai membri della nostra associazione – con una prima lezione–test all’I.T.C.G Saraceno di Morbegno (Sondrio) e l’inserimento del kit nei laboratori realizzati per il 2 aprile in collaborazione con Sky Academy, a Milano – la risposta globale al modello di lezione proposto viene misurata con un questionario online, inviato a tutti coloro che hanno scaricato il “pacchetto” dal sito dell’International Fact Checking Day. Le reazioni, nel complesso, sono positive: oltre il 50% di chi ha risposto al questionario ha utilizzato il kit nella sua interezza, nonostante venisse richiesto un investimento piuttosto consistente in termini di ore ed energie; l’89,7% dichiara di sentirsi più incline a insegnare le basi del fact-checking ai propri studenti dopo aver sperimentato il modello di lezione proposto, e il 96% sarebbe interessato ad utilizzare un modello di lezione “rivisto e corretto” in occasione della seconda Giornata Mondiale.

Ci sono, ovviamente, anche numerose critiche e spunti di cui tenere conto. Le richieste principali riguardano un ampliamento della “scatola degli attrezzi”, con più materiale a disposizione per gli esercizi pratici di fact-checking, ma anche una maggiore diversificazione tematica, con più spazio dedicato alla verifica delle notizie scientifiche o al discorso politico. Spunti di cui tenere conto per il prossimo sforzo collettivo, che – ne siamo certi – troverà terreno ancora più fertile: le richieste per interventi di formazione sul tema delle fake news e del fact-checking si sono infatti moltiplicate nel corso degli ultimi mesi, da parte di scuole e centri di formazione di ogni ordine e grado, in classe o all’interno di festival e appuntamenti culturali. Segno di un interesse collettivo che conferma la necessità, più che di leggi censorie o di interventi di moderazione delegati ad aziende e testate giornalistiche, di un coinvolgimento del pubblico nella lotta quotidiana per l’informazione di qualità, e nella costruzione di uno spirito critico che ci aiuti – tutti – a diventare cittadini più consapevoli e responsabili. Iniziando, ovviamente, dal luogo che più di ogni altro è sede adatta alla formazione di teste autonome e pensanti: la scuola.

 

Gabriela Jacomella

è nata nel 1977 a Chiavenna. Dopo gli studi in Lettere alla Scuola Normale di Pisa, inizia a lavorare al «Corriere della Sera» come redattore agli Interni. Dopo una fellowship al Reuters Institute for the Study of Journalism di Oxford, nel 2011 lascia il «Corriere» per occuparsi di formazione e giornalismo nei Paesi in via di sviluppo, dal Sudan alla Birmania. Nel 2016 fonda, insieme a Nicola Bruno e Fulvio Romanin, Factcheckers.it, un'associazione no-profit che promuove e diffonde la cultura del fact-checking, soprattutto online. Dall'ottobre 2017 è Young Policy Leaders Fellow presso la School of Transnational Governance dell'Istituto Universitario Europeo di Fiesole. Collabora con varie testate italiane. Il suo sito personale è www.gabrielajacomella.com, il suo ultimo libro è "Il falso e il vero" (Feltrinelli Kids).

 
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