Il dibattito sul declino dell’italiano che ha preso avvio dalla lettera dei 600 professori, già affrontato anche su «La ricerca», ha scatenato legittime polemiche, fornendo l’occasione per esprimere opinioni personali, per prendere posizione negli schieramenti che si sono costituiti, per presentare i risultati di ricerche e illustrare ipotesi di lavoro.

Marco Raugei, «QUESTE SONO I BAMBINI E LEBAMBINE», 1994 - La Tinaia, Firenze

Come c’era poi da aspettarsi, visto l’approccio antiscientifico e impressionista della lettera, che denunciava criticità e proponeva soluzioni senza minimamente preoccuparsi di supportare gli argomenti con dati e fonti attendibili, in tanti hanno semplicemente approfittato del momentaneo interesse per l’argomento per intervenire con racconti personali, opinioni e consigli vagamente paternalistici. Dispiace che proprio gli studiosi di letteratura abbiano perso l’occasione di affermare una posizione non dico univoca ma almeno autorevole all’interno di un dibattito in cui molti linguisti si sono distinti per capacità di analisi e lungimiranza.

È il caso, per esempio, di un articolo uscito sul blog «Le parole e le cose» a firma di Claudio Lagomarsini, filologo romanzo in forze all’Università degli Studi di Siena, che si inserisce nella discussione in corso affrontando nello specifico il problema della scrittura dei giovani accademici, ritenuta – come quella dei loro maestri – «retrospettiva, conservatrice, tendenzialmente involuta e oscura». 

Non entro però nel merito delle questioni linguistiche sollevate dall’autore, per soffermarmi semplicemente sul metodo usato per l’argomentazione, che ricorda da vicino quello adoperato da un altro accademico, il professor Claudio Giunta, in un articolo intitolato Saper scrivere è così importante? uscito sul Domenicale del «Sole 24 ore», che inizia così: «Tra i colpevoli della notevole inabilità alla scrittura di buona parte degli studenti italiani ci sono anch’io. Ho appena messo 18 al compito scritto di uno studente della laurea magistrale in Lettere (quinto anno di università) che meritava invece di essere bocciato perché, a parte conoscere maluccio il programma, ha grosse difficoltà nello scrivere: mette male la punteggiatura, usa i verbi sbagliati, confonde le preposizioni (scrive per esempio che la squadra ha l’intenzione a partecipare, anziché di partecipare) non sa fare un riassunto, nel senso che invece di riassumere l’intero brano assegnato sintetizzandone il contenuto lo riassume frase per frase: “L’autore di questo brano dice che… Poi dice che… Poi dice che…”, e così via».

Ormai la narrativa non finzionale ha fatto scuola, certo, e l’esempio autobiografico ha sempre la sua efficacia, ma io non riesco a non essere colpito dal fatto che l’aneddoto sia perfettamente riconoscibile dal diretto interessato e dai membri della sua comunità. Non mi sono ancora assuefatto a quest’uso un po’ brutale dello storytelling, funzionale non tanto a dare forza all’argomentazione quanto semmai al posizionamento del narratore, che in questo modo disegna il proprio ruolo e si proclama unilateralmente deus ex machina, creatore e manipolatore di destini. 

Cosa avrà pensato quello studente – ammesso che esista davvero – di fronte a queste frasi: «lo studente non è affatto sciocco, e ha un libretto più che dignitoso. Non sa scrivere in un italiano decente, ma ha una media del 27-28, alcuni 30. Esami orali, voti in parte anche meritati. Di fatto, il mio è uno dei non molti esami scritti che ci siano a Lettere; i pochi altri sono test a crocette, o sono esami scritti in cui il docente (legittimamente?) bada più al contenuto che alla forma. Ma insomma, alla quarta volta – lo studente è civile, è anche, ripeto, intelligente – non me la sono sentita di bocciarlo ancora, e gli ho regalato un voto»? Non lo so, certo, ma immagino che in qualche modo, adesso che qualcuno gli ha scritto addosso, sulla sua pelle, la sua vita sia leggermente diversa. Così come è diversa la percezione che io ho dello scrivente, che un po’ mi spaventa – per il suo potere e per la sua spregiudicatezza – e un po’ mi imbarazza, oscurando completamente, ai miei occhi così sensibili, l’argomento trattato.

Anche Lagomarsini racconta casi personali. Il proprio, proponendo un suo testo “giovanile” come esempio negativo, e poi quelli di altri, i cui scritti ha incontrato non in seguito al campionamento di una serie di testi, ma “per caso”. E così una persona a lui vicina – proprio come l’incolpevole studente di Giunta – è stata chiamata a collaborare inconsapevolmente a questo pezzo di autobiografia del critico da giovane. 

Scrive Lagomarsini: «Ma la complessità inutile può essere cercata anche su altri piani, ad esempio sul livello della sintassi, come nel caso del seguente, lunghissimo periodo, interrotto da continue incidentali (esempio tratto dalla recensione di un/una under 30)». E cita un brano che io ho la ventura di riconoscere, così come altri l'hanno riconosciuto, specialmente le persone vicine a Lagomarsini, proprio perché non è stato scelto “a caso” tra un campione di testi ma è stato trovato “per caso” all’interno della comunità di persone che l’autore frequenta in ambito accademico. Un ambito di lavoro in cui dovrebbero valere principi etici e regole di comportamento capaci di garantire la pacifica convivenza, il libero dibattito e il benessere di tutti i lavoratori.

Invece io ora so chi è la persona portata a esempio (e non recensita: citata senza essere nominata come esempio di mala scrittura), la conosco indirettamente, e so anche che è stata colpita in modo duro da quelle frasi. Una persona che sta dando il suo contributo alla comunità scientifica è stata criticata senza che possa trarre alcun beneficio da questa critica, che è derisoria e solo distruttiva. Tutto qui. Il resto mi pare non conti o passi in secondo piano, e continuare a parlare di «continismi» e di difficoltà linguistiche di fronte a questa situazione mi sembra ipocrita. Sarebbe meglio fare un passo indietro e prestare attenzione, prima ancora che alla qualità della scrittura, alla qualità della comunicazione, al suo scopo autentico, ai suoi effetti sulla pelle degli altri e sulla propria, perché ogni atto comunicativo ha un effetto retroattivo, e mentre parla a qualcuno del mondo sta anche contribuendo a costruire il ruolo del mittente, la sua immagine di sé nel mondo.

Perché dunque non approfittare di quest'articolo per affrontare il vero problema che esso solleva: l'atteggiamento di chi, in ambito accademico, da una posizione di piccolo o di grande potere, anziché far crescere affossa, anziché costruire distrugge, con poco coraggio e ancor meno generosità? Perché non parlare dell’uso e dell’abuso di strategie narrative non finzionali da parte di docenti universitari che hanno una responsabilità pubblica e che dovrebbero avere un atteggiamento responsabile nei confronti di studenti, dottorandi, assegnisti, ricercatori e colleghi che perseguono, ciascuno con le proprie risorse, una finalità comune?

Simone Giusti

Allievo di Domenico De Robertis, è docente e consulente di politiche dell’istruzione, della formazione e dell’orientamento. Ha iniziato a occuparsi di insegnamento nel doposcuola del quartiere “Le vele” di Lecce nel 1995. Cofondatore della rivista «Per leggere», dal 2010 è presidente dell'associazione L'Altra Città di Grosseto.
Tra le sue pubblicazioni più recenti: “Cambio verso” (Effequ, 2016), “Didattica della letteratura 2.0” (Carocci, 2015), “Per una didattica della letteratura” (Pensa, 2014), “Vado a vivere in campagna” (Effequ, 2013), “Leggenda e altri discorsi” (Mobydick, 2012), “Insegnare con la letteratura” (Zanichelli, 2011).
Per Loescher condirige (insieme a Natascia Tonelli) la collana scientifica QdR / Didattica e letteratura. Ha curato il Quaderno della Ricerca #5, “Imparare dalla lettura”, ha pubblicato “Tradurre le opere, leggere le traduzioni (QdR #8) e, insieme a Francesca Latini, il QdR #6 “Per leggere i classici del Novecento”.
Su Twitter è @sigiusti.
http://www.simonegiusti.eu/

 
Segui La Ricerca
ultimi tweet

Logo Loescher