Ogni tanto qualcuno mi domanda come siano cambiati i libri, da quando li usavo da studente a oggi, che li produco come redattore. Mi è capitato anche ultimamente, con alcuni ragazzi dell’alternanza scuola-lavoro, presenti in azienda e curiosissimi di tutto. “Ai miei tempi c’erano i Bignami”, ho risposto dopo un attimo di esitazione, godendomi per un po’ la loro espressione stranita (“dobbiamo far finta di capire?”).

Quindi ho spiegato, cercando di collocare la questione nella prospettiva per me più corretta, per non limitarla alla pura analisi comparativa tra due manufatti. Se osservati da un’ottica meramente formale, infatti, gli oggetti rivelano essere sostanzialmente la stessa cosa: strumenti per la trasmissione del sapere, realizzati in carta (o nel suo equivalente elettronico), sequenziali e sfogliabili. Le differenze immediatamente evidenti, come quelle estetiche (per esempio l’uso del colore), didattiche (la presenza di esercizi), strutturali e funzionali (la maggior frammentazione del testo, il massiccio ricorso alle immagini), non cambiano l’evidenza che si tratti, alla fine, dello stesso oggetto. 

E invece non è così. 

Al tempo dei Bignami, i libri di testo erano congegni perfetti per la scuola del tempo, pensata e costruita su un’unica modalità di lezione (quella frontale), un tipo prevalente di intelligenza (quella linguistica), un paio di tipologie di verifica (l’interrogazione e il compito in classe), un sistema di valori consolidato e forte (la religione cattolica, la morale pubblica, il “decoro borghese”), un’appartenenza etnica e culturale omogenea (ugualmente italiani gli insegnanti e gli studenti), una selezione sociale assai prematura (chi lasciava dopo la terza media, chi studiava “da geometra” o “da ragioniere”, chi puntava alla carriera liceale e universitaria). Era un recinto stretto, al quale conveniva adeguarsi in fretta se non si voleva correre il rischio della bocciatura, culturale e sociale prima ancora che scolastica.

Il progetto editoriale rappresentato dai bigini si inseriva perfettamente in questo contesto, in cui la principale abilità richiesta agli studenti era quella di leggere il testo e di ripeterlo, possibilmente con le stesse parole, al docente interlocutore unico.  Allo studente in difficoltà proponevano, in sostanza, di sostituire il manuale con il suo riassunto, divenendo di fatto il prototipo di tutti gli strumenti inclusivi, anche se di un’inclusione intesa come adesione all’unico modello di preparazione scolastica accettata. Furono un tale successo da rappresentare, a mio modo di vedere, l’analisi più impietosa della scuola di allora. E dei libri di testo, anche: gloriosi corsi scolastici scritti da grandissimi autori, confezionati per funzionare bene in quel tipo di scuola, improponibili in qualunque altro contesto educativo.

E così torniamo al punto: cos’è cambiato tra allora e oggi? Sono cambiati i libri di testo?

Sì, ovviamente, ma perché sono cambiati la scuola, la didattica, i docenti; e sono cambiati, in modo particolare, gli studenti e il loro orizzonte di attese. Si tratta di un processo ancora in corso, di una lenta e inesorabile (quanto benefica, a parere di chi scrive) evoluzione, che tenta di disegnare il nuovo modello di cittadino studente. Ma è un processo anche faticoso e, a volte, doloroso, che sta lasciando sul campo vecchie prassi e inveterati pregiudizi. Primo su tutti, quello che vede il libro di testo come un puro contenitore di conoscenza, riassumibile, in quanto tale, in un bigino.

E allora? Come dev’essere il libro di testo oggi? E come dovrà essere nel prossimo futuro? È a queste domande che tentiamo ogni giorno di dare una risposta con il nostro lavoro editoriale, ed è su queste domande che contiamo di interpellare presto tutti coloro che, in quanto genitori, studenti, docenti, presidi e studiosi, potranno aiutarci a capire e distillare in pagine (e learning object, of course) l’essenza del cambiamento.

 

Sandro Invidia

Direttore editoriale Loescher.
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