Nella variegata casistica degli aforismi sulla scrittura, non mancano certo gli inviti alla chiarezza e alla semplicità. Sono noti quelli di Galileo Galilei: “Parlare oscuramente lo sa fare ognuno, ma chiaro pochissimi” o di Francesco De Sanctis: “La semplicità è la forma della vera grandezza”.
Ma che cosa significa “semplificare” il linguaggio? E fino a che punto è possibile farlo senza banalizzare o mistificare un contenuto complesso?

Mi ha colpito, tempo fa, riascoltare una dichiarazione di don Lorenzo Milani, di cui spesso si ricorda la strenua difesa della necessità di conquistare il diritto alla parola per essere appieno cittadini, anzi egli diceva “sovrani” (nel senso che si ricava dall’art.1 della Costituzione).
Queste le sue parole: «In statistica si usa chiamare analfabeta chi non ha fatto la terza, semianalfabeti quelli che hanno fatto la terza e alfabeti quelli che hanno fatto la quinta. Ma queste sono distinzioni statistiche con pochissimo fondamento nel reale perché io non considero che uno che sa leggere la Gazzetta [Sportiva] sappia leggere. La Gazzetta ha un suo vocabolario fatto di non più di 200 vocaboli e uno può con una certa facilità arrivare a leggere la Gazzetta dello sport e capire fino agli ultimi particolari, ma saper leggere la Gazzetta non significa saper leggere. Saper leggere significa, a dir poco, intendere il giornale dalla prima all’ultima pagina. Oppure, a dir poco poco, intendo la prima pagina del giornale. E non chiamerei cittadino a pieno diritto, cittadino sovrano chi non fosse in condizioni di intendere davvero la prima pagina del giornale oppure il livello di Tribuna politica o il livello di un comizio».
Non chiamerei cittadino a pieno diritto, cittadino sovrano chi non fosse in condizioni di intendere davvero la prima pagina del giornale, scriveva Don Milani.Quest’affermazione di Don Milani è di estrema importanza poiché, in netto anticipo sui tempi, misura l’essere alfabeti non dalla classe frequentata ma dall’effettiva capacità di comprendere testi complessi e rilevanti sul piano democratico. Per questo non si accontentava che i suoi ragazzi sapessero leggere la pagina sportiva!
Le sue considerazioni rimandano a un tema assai dibattuto: la comprensibilità del linguaggio pubblico, in particolare politico, che consenta davvero la partecipazione di tutti i cittadini, e il dovere costituzionale della scuola di fornire a tutti gli strumenti che garantiscano l’accesso a quei testi.
Nello stesso tempo egli lavorò strenuamente perché il testo dei ragazzi di Barbiana, pur affrontando un tema delicato e complesso, fosse chiaro e comprensibile. Lettera a una professoressa è infatti considerato un libro non solo rivoluzionario per i temi trattati e le idee sostenute, ma anche per lo stile chiaro ed efficace, che ben ne sorregge la dura critica alla scuola borghese, che faceva dell’oscurità linguistica uno dei suoi strumenti di selezione.
Le pagine in cui gli allievi di Don Milani descrivono la loro tecnica di scrittura sono mirabili e si commentano da sé.

Noi dunque si fa così: Per prima cosa ognuno tiene in tasca un notes. Ogni volta che gli viene un’idea ne prende appunto. Ogni idea su un foglietto separato e scritto da una parte sola.
Un giorno si mettono insieme tutti i foglietti su un grande tavolo. Si passano a uno a uno per scartare i doppioni. Poi si riuniscono i foglietti imparentati in grandi monti e son capitoli. Ogni capitolo si divide in monticini e son paragrafi.
Ora si prova a dare un nome a ogni paragrafo. Se non si riesce vuol dire che non contiene nulla o che contiene troppe cose. Qualche paragrafo sparisce. Qualcuno diventa due.
Coi nomi dei paragrafi si discute l’ordine logico finché nasce uno schema. Con lo schema si riordinano i monticini.
Si prende il primo monticino, si stendono sul tavolo i suoi foglietti e se ne trova l’ordine. Ora si butta giù il testo come viene viene.
Si ciclostila per averlo davanti tutti eguale. Poi forbici, colla e matite colorate. Si butta tutto all’aria. Si aggiungono foglietti nuovi. Si ciclostila un’altra volta.
Comincia la gara a chi scopre parole da levare, aggettivi di troppo, ripetizioni, bugie, parole difficili, frasi troppo lunghe, due concetti in una frase sola.
Si chiama un estraneo dopo l’altro. Si bada che non siano stati troppo a scuola. Gli si fa leggere a alta voce. Si guarda se hanno inteso quello che volevamo dire. Si accettano i loro consigli purché siano per la chiarezza. Si rifiutano i consigli di prudenza.
Dopo che s’è fatta tutta questa fatica, seguendo regole che valgono per tutti, si trova sempre l’intellettuale cretino che sentenzia: “Questa lettera ha uno stile personalissimo”…

Da Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Editrice Fiorentina, Firenze 1967.

Mario Ambel

per anni docente di italiano nella “scuola media”; esperto di educazione linguistica e progettazione curricolare, direttore di «insegnare», rivista on line del CIDI.

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