La scrittura, in quanto fondamento della vita associata, deve necessariamente essere chiara, orientata al destinatario, il quale è chiamato a mettere in comune la sua enciclopedia del mondo e a cooperare alla costruzione del significato.
Intervista a Dario Corno, da La ricerca #10

Umberto Eco, fotografia di S. Lee, 2015, © «The Guardian»

D: Il suo libro Scrivere e comunicare (2012), uno dei manuali più esaustivi ed efficaci tra quelli dedicati alla teoria e pratica della scrittura, inizia con un brano di John Dewey. «La vita sociale – scrive il filosofo – si identifica con lacomunicazione», e, inoltre, «ogni comunicazione è educativa» poiché consente di condividere l’esperienza, metterla in comune. Mi pare che il suo lavoro, caratterizzato da un uso sa
piente e ben calibrato delle acquisizioni della retorica, della linguistica testuale e della semiologia, sia caratterizzato soprattutto da questa preliminare attenzione alla comunicazione come fondamento della vita associata.
R: L’interesse per la comunicazione viene dal mio passato di semiologo che per anni ha indagato quali fossero i principali modelli del comunicare e che si è presto reso conto – anche grazie a queste parole di Dewey e a tutto il suo lavoro, soprattutto quello condotto durante gli anni Trenta – che il comunicare costituisce il cuore pulsante della vita sociale.
La parola “comunicazione” sottende la parola “comune”. È ciò che mette in comune un mittente con un ricevente. Non si tratta solo di persuadere o convincere qualcuno attraverso l’uso della parola, ma, soprattutto, di condividere.
La parola comunicazione sottende la parola comune. È ciò che mette in comune un mittente con un ricevente.D’altronde già Aristotele individuava tra i diversi tipi di oratoria il genere epidittico, che ha per oggetto la lode o il biasimo di una determinata persona e ha lo scopo di illustrare e dimostrare, non di esortare o dissuadere (come l’oratoria deliberativa) o di perorare la causa di qualcuno, compito dell’oratoria giudiziaria. A partire da qui, dalla Grecia antica, ma con lo sguardo volto all’idea di comunicazione proposta da Dewey, ritengo fondamentale rilanciare in ambito moderno la retorica come insieme di tecniche pratiche.
Perché in fondo scrivere e comunicare sono una questione artigianale: si tratta, semplicemente, di far bene le cose. Una scrittura è felice se è fatta bene. Non si tratta di convincere, quanto di condividere aperture di conoscenza.

D: Leggo dall’introduzione a Scrivere e comunicare: “Imparare a scrivere è come imparare a costruire un mobile in legno. Se per costruire un mobile in legno occorre seguire degli schemi, sapere qualcosa sul legno, sulle colle, sugli incastri e così via, ma poi bisogna esercitarsi concretamente segando, piallando e così via, anche per imparare a scrivere bene occorre conoscere gli aspetti principali dello scrivere, ma bisogna soprattutto ideare, stendere e rivedere i testi, e cioè apprendere praticamente”. È un’idea di scrittura facile da comprendere per chi lavora nell’editoria, ma che ancora fatica ad affermarsi in molti am
bienti educativi.
R: Per imparare a comunicare non dobbiamo pensare a un’idea divinatoria della scrittura. Non abbiamo un autore lasciato solo con i fulmini di Zeus a costruire qualcosa che non esiste in precedenza. Mi pare che a scuola, soprattutto con i nuovi esami di maturità, dal 2000 in avanti, si sia recepita la necessità di non lasciare solo lo studente, ma di accompagnarlo – In fondo scrivere e comunicare sono una questione artigianale: si tratta, semplicemente, di far bene le cose. Una scrittura è felice se è fatta bene.fornendogli dei documenti – nell’esplorazione della sua memoria, che non è solo una memoria interna ma è anche esterna, fatta di materiali che sono reperibili al di fuori della sua mente. È un approccio la cui validità è confermata dalla diffusione di Internet. La vecchia topica di Aristotele acquista un nuovo senso: oggi come ieri lo studente ha bisogno di essere accompagnato a recuperare le informazioni che gli servono per comporre il suo discorso.

D: Sono idee rilanciate anche dagli studi sull’arte della memoria di Paolo Rossi, se non ricordo male.
R: Sì, certo. L’arte della memoria ha riconquistato la scena in modo molto pratico, a partire dalla necessità di rielaborare creativamente vecchie informazioni. Far sorgere il nuovo dal vecchio, scoprendo visioni inusitate di vecchi problemi.

Truman Capote nel 1959. © New York World-Telegram and the Sun - Library of Congress Prints and Photographs Division

D: Riguardo alla possibilità di insegnare e quindi di imparare la scrittura, lei ha scritto che occorre “apprendere a scrivere in modo che la comunicazione col lettore avvenga nel migliore dei modi possibili e con il maggiore successo informativo possibile”. Mi pare una formula particolarmente efficace: qual è la sua origine?
R: È un’idea che proviene dall’ambiente anglosassone, dove il concetto è in uso almeno a partire dal 1975. Si tratta del principio di cooperazione di Paul Grice [“Forma il tuo contributo Lo studente ha bisogno di essere accompagnato a recuperare le informazioni che gli servono per comporre il suo discorso.alla conversazione così come lo richiedono, nel momento in cui essa ha luogo, le finalità e la direzione accettate dalla conversazione a cui partecipi”, NdR], il quale evidenzia che nella scrittura e prima ancora nella conversazione sono in gioco dei presupposti, cioè delle conoscenze implicite sul mondo che i partecipanti all’atto comunicativo debbono condividere. Lo scrivente deve quindi coordinare i suoi sforzi informativi ai bisogni enciclopedici del destinatario.

D: È questo che intende quando nel suo libro afferma che per scrivere bisogna essere dotati di “un forte senso del destinatario”?
R: Avere un senso del destinatario è fondamentale. È una specie di intuito. Ciò che bisogna rimarcare a scuola più che in altri luoghi è che il pubblico non è indifferenziato: il pubblico è mirato, non si scrive, non si comunica allo stesso modo con tutti. Si comunica sempre tenendo presente un destinatario privilegiato. È questo che determina il successo della comunicazione.
Lo scrivente deve dare una direzione alle informazioni, gli occorre un’intuizione che gli consenta di raggiungere il lettore, proprio quel lettore.Essere chiari dipende da come si pensa in relazione al pubblico: un conto è scrivere per altri studenti, un altro è rivolgersi a un pubblico di professionisti. Lo scrivente deve dare una direzione alle informazioni, gli occorre un’intuizione che gli consenta di raggiungere il lettore, proprio quel lettore.

D: È possibile imparare a scrivere, dunque? Come si può sviluppare il senso del destinatario e come si fa a diventare dei buoni artigiani della scrittura?
R: Nel mio lavoro di docente e autore di manuali di didattica della scrittura insisto molto sull’articolazione in fasi del lavoro di scrittura. Scrivere fondamentalmente è progettare una comunicazione, e come qualsiasi progetto è diviso in fasi. È un’idea antica, che affonda le radici nella retorica classica (Cicerone, Rhetorica ad Herennium). Le fasi sono al primo posto: inventio, dispositio, elocutio, e poi la memoria e, nell’oratoria, la pronuntiatio. Sono ovviamente da reinventare, ma rimane il fatto che mostrare l’oggetto testuale come un oggetto costruito per fasi ha una grande efficacia soprattutto nell’apprendimento.
Scrivere fondamentalmente è progettare una comunicazione, e come qualsiasi progetto è diviso in fasi.Nella mia esperienza ormai decennale nei corsi di Tecniche di comunicazione e di scrittura al Politecnico di Torino ho sempre seguito questo approccio, ottenendo buoni risultati. I miei corsi si rivolgono agli studenti del primo anno di tutti i corsi di laurea. Sono circa 350 ogni anno quelli che scelgono di frequentare. In cinquanta ore di corso non è possibile incidere su alcuni errori di meccanica fine (uso della punteggiatura, degli accenti, degli apostrofi o difficoltà nell’ortografia – errori insidiosi, che vengono appresi durante la prima giovinezza e sono difficilmente estirpabili), ma è visibile il miglioramento di quello che ho chiamato il successo informativo.

D: Come funziona il lavoro in aula?
R: Intanto, io faccio scrivere a mano, poi eventualmente gli studenti ricopiano al computer i loro testi. Hanno bisogno di un grandissimo recupero della manualità, quindi facciamo molti esercizi. La scrittura a mano richiede una maggiore attenzione alla memoria rispetto alla scrittura al computer, che è volatile. Anche se so che è una battaglia persa, io insisto in questa direzione. Ho visto proprio oggi un servizio giornalistico sull’uso esclusivo del tablet nelle scuole medie… ecco, io ritengo che sia una grossa perdita.
La scrittura a mano richiede una maggiore attenzione alla memoria rispetto alla scrittura al computer, che è volatile. Anche se so che è una battaglia persa, io insisto in questa direzione.Non vorrei sembrare un apocalittico, però effettivamente la rinuncia alla tecnologia della scrittura manuale va a vantaggio di nuove forme di interazione con i media elettronici, ma anche a svantaggio di quella che è la prima qualità dello scrivere a mano, cioè l’astrazione, la capacità di pensare con se stessi nel momento in cui si scrive. Non che manchi con le nuove tecnologie, ma è un’altra cosa. I miei corsi dimostrano che qualcosa si può ottenere proprio grazie alla tecnologia a mano.

D: Un’ultima curiosità. Mi ha sempre colpito la grande importanza che lei attribuisce all’uso della tabella nei suoi esercizi di scrittura.
R: Si tratta di un’attività che dà ottimi risultati. Ho attinto a metodologie che erano ben presenti nelle scuole americane di scrittura negli anni Venti del secolo scorso, basate sulla Scrivere è comunicare, sì, ma è soprattutto pensare.logica dell’unire e separare attraverso qualità specifiche (Aristotele l’aveva visto con molta chiarezza). Questo lavoro comporta grossi risultati dal punto di vista del ragionamento, della logica.
Questa in fondo è la caratteristica che tiene insieme tutta la mia attività di ricerca: scrivere è comunicare, sì, ma è soprattutto pensare.

Dario Corno è stato docente di linguistica italiana presso l’Università del Piemonte orientale, e attualmente insegna Tecniche di comunicazione e scrittura presso il Politecnico di Torino. Si è occupato di teoria della scrittura, di semiotica del testo e di retorica.

Per approfondire:
• D. Corno, La tastiera e il calamaio. Come si scrive all’università, studi e ricerche, Mercurio, Vercelli 2010.
• D. Corno, Retorica in «Enciclopedia dell’italiano», Treccani www.treccani.it 2011.
• D. Corno, Scrivere e comunicare. La scrittura in lingua italiana in teoria e in pratica, Bruno Mondadori, Milano 2012.

Simone Giusti

Allievo di Domenico De Robertis, è docente e consulente di politiche dell’istruzione, della formazione e dell’orientamento. Ha iniziato a occuparsi di insegnamento nel doposcuola del quartiere “Le vele” di Lecce nel 1995. Cofondatore della rivista «Per leggere», dal 2010 è presidente dell'associazione L'Altra Città di Grosseto.
Tra le sue pubblicazioni più recenti: “Cambio verso” (Effequ, 2016), “Didattica della letteratura 2.0” (Carocci, 2015), “Per una didattica della letteratura” (Pensa, 2014), “Vado a vivere in campagna” (Effequ, 2013), “Leggenda e altri discorsi” (Mobydick, 2012), “Insegnare con la letteratura” (Zanichelli, 2011).
Per Loescher condirige (insieme a Natascia Tonelli) la collana scientifica QdR / Didattica e letteratura. Ha curato il Quaderno della Ricerca #5, “Imparare dalla lettura”, ha pubblicato “Tradurre le opere, leggere le traduzioni (QdR #8) e, insieme a Francesca Latini, il QdR #6 “Per leggere i classici del Novecento”.
Su Twitter è @sigiusti.
http://www.simonegiusti.eu/

 
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