Una sperimentazione tecnologica all’avanguardia: che cosa succede quando le tecnologie dell’informazione e della comunicazione vengono introdotte in classe? Come si trasforma l’ambiente di apprendimento?

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Spesso affrontando gli interrogativi posti nel titolo la riflessione si concentra sugli aspetti tecnici, su quali siano i dispositivi più adatti per i ragazzi e su quali potrebbero essere le necessità di banda. Quando si parla di uso delle TIC nella scuola si tende a ragionare di metodologia, di didattica e di software lasciando sullo sfondo il problema dell’organizzazione degli spazi e quindi dell’hardware e delle infrastrutture necessarie. Finché le TIC sono rimaste confinate nel laboratorio informatico non si ponevano grandi problemi, ma la situazione adesso sta cambiando perché le tecnologie stanno invadendo le nostre classi. La vecchia lavagna viene sostituita dalle LIM e si comincia a portare il PC direttamente in aula, magari fornendone uno a ogni bambino. Si prefigura uno scenario nuovo, moderno e digitale, che si oppone al vecchio, antiquato e fuori dal tempo, di tipo analogico. 

La sperimentazione Un computer per ogni scolaro ne è un esempio eclatante. Una classe di quinta elementare del 1° circolo didattico di Rivoli, in Piemonte, è stata allestita per consentire a ogni alunno di utilizzare un netbook tutti i giorni durante l’attività didattica. La configurazione spaziale della classe è cambiata: gli studenti sono disposti in cerchio nello spazio e guardano i loro piccoli JumPc Olidata. Una configurazione spaziale che consente ai singoli alunni d’instaurare una relazione con i compagni e con il docente di riferimento. Al centro della classe c’è l’insegnante che diventa guida e sostegno per gli allievi, i quali, da parte loro, acquisiscono autonomia nel processo di apprendimento attivato dal docente. Un nuovo modo di fare didattica che genera cambiamento e innovazione. Come dichiara durante un’intervista l’educatrice Paola Limone, l’insegnante che ha gestito la sperimentazione nel 2008/2009, “la presenza del computer non basta per generare l’innovazione del metodo, occorre invece rivedere e rielaborare l’organizzazione didattica delle ore trascorse in classe con gli allievi. La lezione di tipo cattedratico comincia così ad avere poco senso portando l’insegnante a trasformare il proprio ruolo da elargitore di saperi a coordinatore dell’azione didattica in classe”. Avere a disposizione un PC nella didattica quotidiana cambia dinamiche relazionali e metodologiche e si ripercuote sugli apprendimenti: un fare scuola che si costruisce insieme ai bambini. Significa allestire un ambiente didattico nel quale farli sentire coinvolti in “uno spazio altro” dove si può raccontare, imparare e crescere insieme all’insegnante e ai compagni. 

L’inserimento dei netbook in classe ha permesso quindi di sperimentare una dimensione scolastica nuova. Parliamo di buone pratiche d’uso didattico che si prestano alla definizione di “scuolafacendo”, che mettono in risalto la componente esperienziale e pratica dell’apprendimento. Il gruppo di lavoro che ha ideato il progetto Un computer per ogni scolaro è composto dal professor Dario Zucchini, l’insegnante Paola Limone, il professor Mariano Turigliatto e dai docenti Antonietta Lombardi e Mirko Pellerei. La sperimentazione ha avuto il sostegno dell’ufficio scolastico regionale Piemonte e di Olidata che ha fornito i piccoli computer JumPC, in comodato d’uso, per allestire la tecnoclasse dell’istituto Don Milani del 1° Circolo di Rivoli. La classe quinta di scuola primaria ha avuto l’opportunità di sperimentare una didattica alternativa: i computer da zainetto hanno permesso di ridisegnare spazi e relazioni, di eliminare le file costituite dai banchi, di semplificare le dotazioni tecnologiche e di consegnare al passato l’ora d’informatica, intesa come materia isolata. 

Durante la sperimentazione gli scolari hanno utilizzato il netbook in classe per due-tre ore al giorno, e a casa per svolgere i compiti o per momenti dedicati allo svago. Gli studenti portavano il computerino con loro mettendolo comodamente dentro la cartella, per poi riportarlo in classe al suono della campanella mattutina. La tecnologia usata dalle tecnoclassi durante la sperimentazione è un portatile a basso costo, chiamato JumPC prodotto da Olidata. Presenta uno schermo da 7 pollici e pesa un chilo e mezzo, è semplice, funzionale, e dalle dimensioni contenute. Tecnicamente è un derivato dell’Intel Classmate di seconda generazione, un laptop a basso costo nato per la prima informatizzazione dei bambini nei Paesi in via di sviluppo, pertanto può essere classificato nella categoria dei netbook o degli OLPC. La parola “netbook” è il neologismo proposto da Intel per identificare un gruppo di dispositivi portatili emergenti, caratterizzati da prezzo e dimensioni contenute, ma dalle prestazioni modeste, sufficienti comunque per navigare su Internet e svolgere le più comuni applicazioni quotidiane. Il capostipite di questa generazione di computer è sicuramente XO, del progetto “OLPC” di Nicholas Negroponte. Con questi computer è possibile avviare un primo percorso di sperimentazione che verifichi le potenzialità dell’inserimento dell’uso del “computer da zainetto” nei percorsi didattici quotidiani (dalla lingua alle scienze, dalla matematica alla storia), come strumento sia collettivo sia individuale.

Questa tecnologia consente agli insegnanti e agli scolari interessati l’occasione per compiere un’esperienza d’uso di strumentazioni parzialmente differenti da quelle usuali nelle scuole, in modo da acquisire una mentalità più flessibile nei confronti delle tecnologie della comunicazione digitale. La sperimentazione è stata caratterizzata da una forte progettazione iniziale che ha permesso di prevedere un buon esito dell’attività didattica. Infatti i PC sono stati appositamente allestiti per essere in tutto e per tutto “a misura di bambino”. I piccoli JumPC Olidata sono stati dotati di un kit didattico con software prevalentemente libero. Sono state adottate misure preventive per tutelare la sicurezza della navigazione in rete degli scolari e le aule sono state predisposte per il collegamento WiFi. Il browser di navigazione Internet non consentiva l’inserimento libero degli indirizzi nella barra degli strumenti. Era invece possibile selezionare le fonti da una white list di circa 1000 siti scelti appositamente per gli alunni. La password per la navigazione era conosciuta soltanto dai docenti e dai genitori. L’interfaccia, che si avvia all’accensione, è stata elaborata per essere accattivante e allo stesso tempo usabile da un pubblico così particolare: ci sono grandi icone colorate e bauli che contengono giochi e programmi.

 

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Il word processor ha il simpatico aspetto di un quaderno ad anelli da sfogliare che mostra tutti i programmi installati. Gli alunni hanno usato Office, offerto da Microsoft, per esercitazioni di tipo grammaticale, giochi linguistici, riassunti e articoli giornalistici, programmi per il disegno, per la produzione di libri dinamici, per mappe mentali e concettuali. Hanno avuto largo spazio webcam, registratore di suoni e ambienti per montaggio di filmati e di animazioni. Le famiglie degli alunni sono state coinvolte con un incontro esplicativo in cui è stato formalizzato un accordo casa-scuola all’atto della consegna del computer ai bambini. La sperimentazione ha di certo lasciato il segno sugli scolari che hanno usufruito per un intero anno scolastico, tutti i giorni, dei piccoli PC, in classe e a casa. Il gruppo di lavoro dal quale è nato il progetto Un computer per ogni scolaro è composto da docenti di scuola superiore e di scuola primaria che da anni si occupano di tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC) applicate alla didattica. I netbook consegnati al primo circolo di Rivoli sono stati singolarmente preparati e configurati dagli studenti e docenti dell’istituto tecnico industriale Majorana di Grugliasco.

Il lavoro è stato condotto seguendo un approccio di natura sinergica che ha permesso agli insegnanti coinvolti nella sperimentazione di non trovare grandi difficoltà nella risoluzione dei problemi tecnici, e allo stesso tempo ha impegnato fattivamente gli studenti dell’istituto tecnico industriale Majorana.Ripensare il processo educativo come pluridimensionale è la svolta didattica di cui la scuola ha bisogno. Un approccio collaborativo può certamente apportare dei risultati diversi negli apprendimenti e nella motivazione di ogni singolo studente. Riuscire a connettere la dimensione astratta dei saperi appresi a scuola, in classe, con la dimensione concreta dell’esperienza e della vita può rinnovare, se non del tutto almeno in parte, la scuola e i riti che in essa si consumano. È, infatti, nella parola collaborazione che possiamo identificare uno strumento valido per ottenere dei buoni risultati. Gli studenti dell’ITIS Majorana aiutando tecnicamente la classe protagonista della sperimentazione hanno vissuto un’esperienza fattiva, che ha permesso di sperimentare che cosa significa mettere in pratica gli insegnamenti scolastici in un contesto reale. In questo modo si è riusciti a responsabilizzare i ragazzi, che hanno avvertito un senso di partecipazione molto forte al raggiungimento di un obiettivo di gran lunga più motivante del semplice superamento di un’interrogazione o di un buon voto riportato a casa.

Le nuove generazioni sono attratte dalla possibilità di confrontarsi con dispositivi tecnologici sempre più all’avanguardia e mostrano un grande interesse per i contenuti veicolati dalle tecnologie. Ecco perché diventa fondamentale tracciare uno scenario teorico e metodologico di riferimento che possa consentire di ricostruire dinamiche didattiche diverse da quelle usualmente applicate nella quotidianità scolastica. L’inserimento delle TIC deve essere interpretato come un valore aggiunto all’attività didattica. Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione consentono di attivare processi di apprendimento collaborativo che valorizzano la costruzione sociale della conoscenza. In questo modo la classe diventa un luogo di apprendimento finalizzato alla costruzione di competenze e conoscenze in un ambiente sociale. Permettendo d’instaurare processi di relazione fra i bambini, fra i docenti, e fra gli alunni e i docenti.

Valeria Zagami

Laureata in Teoria della comunicazione e ricerca applicata ai media presso l’Università La Sapienza. È esperta di tecnologie e didattica, e collaboratrice ANSAS ex-Indire.

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