Penne e calamai, quaderni, libri di testo, strumenti didattici… ma anche giochi, grembiulini, vetrini di lanterne magiche, materiale froebeliano e montessoriano: è il Museo dell’Educazione di Padova, recentemente riaperto. Il museo ci accompagna lungo l’intero percorso educativo di bambini e ragazzi, fino al loro ingresso nell’età adulta, attraverso l’esperienza scolastica, l’educazione familiare e quella religiosa, la gestione del tempo libero. Cosa studiavano i bambini, ma anche come giocavano, cosa leggevano a casa, quali sport praticavano e cosa si aspettava da loro la società del tempo.

Istituito nel 1993 nell’ambito del Dipartimento di Scienze dell’Educazione, grazie al supporto del Centro di Pedagogia dell’Infanzia, il museo nasce dall’idea e dall’opera di Patrizia Zamperlin, su ispirazione e confronto con realtà europee già esistenti, come il prestigioso Musée National de l’Education di Rouen, che ha raccolto materiale relativo alla scuola e all’educazione dalle scuole di tutta la Francia.

La collezione, che presenta materiale proveniente prevalentemente dal nord Italia, si è costituita intorno a un primo nucleo di oggetti esposti in mostra nel 1985, e si è arricchita sempre più grazie ad acquisti, donazioni private, acquisizioni da istituzioni educative.

Ci accoglie all’ingresso una simpatica serie di cappellini di tutte le fogge appesi a due attaccapanni murali. Una vasta sala ospita il materiale tipico della scuola, una ricca esposizione di pagelle e diplomi (dal 1870 al 1950 circa), strumenti scientifici e didattici, testi scolastici, quaderni e tabelloni murali. Il museo possiede anche una bella collezione di oggetti relativi alla refezione scolastica.

Anche l’arredo della sala è interessante. Si tratta principalmente di mobili provenienti dall’Università di Padova; non essendo vietato, non resisto alla tentazione di sedermi sulle bellissime panche anni Trenta che testimoniano il rinnovamento edilizio promosso dall’archeologo Carlo Anti, rettore dell’Università dal 1932 al 1943, in cui vennero coinvolti i maggiori artisti del periodo, fra cui l’architetto Gio Ponti, che curò anche arredi e decorazioni, Massimo Campigli, Arturo Martini.

Entro in un’altra sala, dove lo sguardo non sa bene dove soffermarsi: se sullo straordinario ottovolante esposto al centro, sulle vetrine dei giochi, sulle carrozzine, sulle bambole. Gli oggetti dei bambini di una volta ci conducono indietro nel tempo, in un mondo dell’infanzia in cui tutto concorreva a educare le piccole donne e i piccoli uomini. L’orientamento del museo è evidente nel puntuale collegamento fra oggetti diversi che ripropongono lo stesso contenuto: giocattoli correlati a disegni, letture, illustrazioni, compiti dei bambini, vetrini delle lanterne magiche, in una visione unitaria dell’educazione che, oltre la scuola, continuava a casa e nel tempo libero.

Le vetrine ci presentano i giochi rivolti prevalentemente ai bambini o alle bambine. Il percorso educativo era diverso per maschi e femmine, in funzione del ruolo che avrebbero rivestito, una volta adulti, nella società. Le classi in cui erano presenti sia bambini che bambine si affermarono molto lentamente. Anche nei libri e nelle immagini si sottolineava la distinzione dei ruoli. Le bambine sono generalmente composte, ordinate, aiutano la mamma nei lavori di casa; ai bambini è concesso un certo disordine, si prevede che possano essere dei “monelli” disubbidienti.

  • xMuseo dell’Educazione - Università degli Studi di Padova
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Mi ricordo che alle elementari anche la mia scuola era suddivisa in classi maschili e femminili e avevamo addirittura due ingressi diversi. Grembiulini bianchi per noi, grambiulini neri per i maschi. Generalmente, le bambine avevano il fiocco rosa e i bambini il fiocco azzurro: nella mia sezione, invece, anche noi avevamo un bellissimo fiocco azzurro (e in mezzo al mio c’erano anche dei fiorellini di panno colorati).

Alle medie, per fortuna, sono invece capitata in una meravigliosa classe mista, a prevalenza maschile, ma durante le lezioni di applicazioni tecniche ci dividevamo: noi a cucinare (mi ricordo con gioia il giorno in cui abbiamo fatto le pizzette), cucire (ho imparato a fare gli orli e i ricami, cosa che ho prontamente dimenticato) e a fare altri lavoretti; i maschi intenti ai lavori di falegnameria.

Fra i suggestivi giocattoli esposti, mi attira molto una bambolina con fasce tricolori e una gran coccarda (lo confesso, la vorrei). Sono le bambole che rappresentavano la nuova Italia, un’Italia neonata, sorta dalla Prima guerra mondiale. Molto bella anche la bambolina nera di produzione tedesca di fine Ottocento, a testimonianza del periodo coloniale.

Passo nella sala successiva, “Tra casa e scuola”, in cui è ricostruito, con l’arredo originale, parte dello studio di Stefania e Giovanni Omboni, protagonisti della vita culturale, non solo padovana, di fine Ottocento-inizi Novecento. Se Giovanni Omboni diede un importante contributo alle scienze geologiche, la moglie Stefania fu una grande animatrice nel campo delle iniziative educative e sociali: a lei si devono, per esempio, la creazione del primo giardino froebeliano di Padova, la fondazione della prima cucina economica della città e, soprattutto, dell’Istituto per l’Infanzia Abbandonata, molto diverso e con criteri di accettazione meno rigidi di quelli già esistenti.

Questa sala presenta gli oggetti dell’educazione casalinga, dalla piccola macchina da cucire per le bambine, simile a quella della mamma e della nonna, al banchetto da falegname per i bambini, oltre a una interessantissima collezione di libri di narrativa per l’infanzia. Molto particolare è anche il banco destinato allo studio domestico dei bambini di buona famiglia, che dava la possibilità di assecondare la crescita del piccolo studioso.

Un angolo della sala, davanti a una porta chiusa, è dedicato all’Università e ricorda le prime donne laureate: Elena Lucrezia Cornaro Piscopia all’Università di Padova e Bettisia Gozzadini all’Università di Bologna.

Guardo una serie di grembiulini e piccoli abiti mentre Patrizia Zamperlin, che mi accompagna nella visita, apre la porta chiusa davanti a me. Mi ritrovo in un’aula scolastica ricostruita con scrupolo e ricchezza di particolari. Mi emoziona sempre entrare nelle ricostruzioni di vecchie aule scolastiche, anche se non sono le mie: io avevo i banchi monoposto di formica verdina, specchio di una differente impostazione didattica. Nella parete di fondo, una cornice vuota, che dovrebbe ospitare il ritratto del re, ci ricorda che quel tipo di aula dominata dalla cattedra, tipica della “scuola dell’ascolto”, ha attraversato circa un secolo, da metà Ottocento a metà Novecento, passando da un regnante all’altro.

È l’aula di una scuola ordinata, con le cartelle lungo le pareti e gli oggetti didattici ben disposti negli armadi. Mi viene in mente la descrizione dell’aula che ci ha lasciato Edmondo De Amicis in Il romanzo di un maestro del 1890: “Le scuole maschili erano in un vecchio monastero [...]. C’erano alle pareti vari cartelloni di piante e di animali, una nicchia con dentro qualche solido geometrico e una gran carta geografica tra le due finestre; ma tutto in cattivo stato. I banchi, mal costrutti, disposti in due lunghe file, eran coperti d’incisioni e d’iscrizioni d’ogni genere, incavati, dentellati, forati, raschiati, come se avessero servito per dieci anni agli esercizi di lavoro manuale d’una scolaresca d’intagliatori e di fabbri” (in Anita Gramigna,“Il romanzo di un maestro” di Edmondo de Amicis, Firenze, La Nuova Italia, 1996, pp. 130-131).

Durante le animazioni proposte dal museo, una maestra d’altri tempi, in abiti d’epoca e un ampio scialle, accoglie i bambini nell’aula e li guida nei laboratori di calligrafia. Lo scialle mi fa pensare alle fredde aule delle scuole di montagna e ai racconti dei maestri, con i ragazzi che non riescono a stare seduti e a tenere la penna in mano per il gelo, e allora via, a far ginnastica, a cantare, a fare calcolo orale…

Oltre ai laboratori di calligrafia, il museo offre una serie di attività didattiche rivolte a scuole di ogni ordine e grado. Per l’anno scolastico 2015-2016 sono previsti, fra gli altri, i percorsi Crescere nell’Italia di ieri, rivolto alla scuola primaria; Donne e scolari nella Padova della Grande Guerraper la scuola primaria e secondaria di I e II grado; Andare a scuola tutti: la lunga storia di un diritto-dovere dal ‘700 ad oggiper la scuola secondaria di I e II grado; Un secolo di pedagogia attraverso i sussidi didattici, principalmente rivolto al liceo delle scienze umane. Nella pagina dei percorsi didatticidel Museo dell’Educazione è possibile scoprire anche le proposte relative all’anniversario della Guerra 1914-1918.

È da questa scuola e da questa società che siamo partiti ed è anche su questo museo che si formano gli educatori di domani. È il mondo che ricordava con nostalgia Giovanni Mosca, quando lasciò l’insegnamento per la carriera giornalistica che lo avrebbe portato alla direzione delCorriere dei Piccoli:

Io vi parlo qui del tempo in cui, ragazzi, andavamo a scuola; del tempo che vorremmo tornasse, ma è impossibile. Dei sogni, delle speranze che avevamo nel cuore; della nostra innocenza; delle lucciole che credevamo stelle perché piccolo piccolo era il nostro mondo, basso basso il nostro cielo. Vi parlo delle stesse cose che voi ricordate, e se ve le siete scordate v’aiuto a ricordarle. Di quelle cose perdute che voi ora ritrovate nei vostri figli, e vorreste – tanto sono belle – che non le perdessero mai.
[Giovanni Mosca, Ricordi di scuola (1939), Milano, Rizzoli, 2001, p. 7]

Museo dell’Educazione
Università degli Studi di Padova
Responsabile Scientifico: Patrizia Zamperlin
Conservatore: Mara Orlando
Via degli Obizzi 23 - 35123 Padova
tel. +39 049 8274662 - 4786
fax +39 049 8274791
e-mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Elena Franchi

Ricercatrice nell'ambito della protezione del patrimonio artistico in tempo di guerra, e della storia dell'insegnamento e della divulgazione della storia dell'arte.
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