Fra gli audiovisivi che più agiscono sul nostro immaginario storico ci sono quelli televisivi. Ma la Tv tende a fare confusione: ci sono immagini nate per il piccolo schermo e altre prodotte per cinegiornali cinematografici, o per creare degli archivi. A questa genealogia chi fa Tv non dà quasi mai peso, ma chi insegna dovrebbe, perché la storia produttiva di un audiovisivo pesa tanto quanto il suo contenuto. Con questo, che è il secondo di una serie di interventi, intendo offrire agli insegnanti un vademecum per usare in classe un documentario storico. Prendiamone uno e smontiamolo, facciamolo a pezzetti, dividiamolo in sequenze, arriviamo fino ad isolarne i fotogrammi, cerchiamo di capire di cosa parliamo quando parliamo di repertorio, in TV come altrove. Ho scelto per iniziare documentari scritti da me e facilmente reperibili in rete.

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I Medici del Reich è una puntata di Correva l’anno andata in onda durante l’estate del 2009, all’interno di un ciclo dedicato al racconto di alcuni aspetti della Seconda Guerra Mondiale, a 70 anni dal suo inizio.
È una puntata che affronta il tema, tristemente noto, dello sterminio degli ebrei (e di tutte le vite considerate inutili dal nazismo) attraverso una chiave, quella della medicina, forse meno conosciuta, grazie all’intervista a Robert J. Lifton, uno dei più importanti studiosi nell’ambito dei rapporti fra ricerca scientifica e sterminio, e del ruolo centrale degli scienziati non solo nel progettare ma anche nel realizzare un genocidio altrimenti impossibile. Dopo il 22 giugno del 1941, infatti, con l’inizio dell’operazione Barbarossa, la Germania invade l’Unione Sovietica e si trova di fronte 5 milioni di cittadini ebrei. Le unità operative delle SS, le Einsatzgruppen, hanno l’incarico di uccidere tutte le cosiddette “vite senza valore” anche secondo un criterio definito “razziale”. La via scelta è quella del monossido di carbonio, già sperimentato in Germania durante gli anni Trenta durante la campagna per l’eliminazione dei disabili mentali (Aktion T4). Nei paesi dell’Europa orientale, però, il problema logistico diventa pressante. Le Einsatzgruppen rastrellano infatti migliaia di civili e devono eliminarli, subito, lì dove si trovano.
Kiev è la seconda città sovietica per popolazione ebraica. Qui, il 29 settembre 1941, 33.371 fra ebrei e zingari vengono uccisi sul burrone Babi Yar. Donne, bambini, civili inermi. Vengono fatti spogliare, allineati sull’orlo di un fossato e massacrati da raffiche di mitra. Poi è la volta di Odessa, conquistata da reparti di fascisti rumeni il 16 ottobre 1941. Qui fra il 22 e il 24 ottobre dello stesso anno vengono uccisi a colpi di armi da fuoco o bruciati vivi 34.000 cittadini ebrei e comunisti.
Dell’eccidio di Liepaja in Lettonia il 17 dicembre 1941 rimane una documentazione fotografica piuttosto accurata: sono fra le pochissime immagini che conserviamo dello sterminio di massa. Non diverse, all’apparenza, da altre fotografie di analoghi massacri (catalogo visivo aberrante del lungo Novecento); eppure uniche, nella sostanza, poiché inseriscono un barlume di rappresentazione nell’universo immaginario della Shoah, ricostruito essenzialmente attraverso la voce dei testimoni e le loro pagine scritte.
Le fotografie, i video girati nella campagna di Russia raccontano un preciso momento storico: quello in cui i nazisti si accorgono che le uccisioni faccia a faccia sono troppo dure da sopportare per le SS. Una certa percentuale di loro crolla, a volte per questioni morali, ma più spesso semplicemente per lo stress. Claude Lanzmann, durante le ricerche per il documentario Shoah (1985), domanda a Franz Suchomel, ufficiale SS a Treblinka, come sia stato materialmente possibile uccidere 18.000 ebrei al giorno. L’ufficiale risponde: “Diciottomila è troppo… dottor Lanzmann, è esagerato, può credermi… Da dodici a quindicimila sì”.
Gli esperimenti fatti con i gas per il progetto T4, dunque, tornano utili in questa fase della guerra. Si scopre che con il gas si può uccidere meglio e più velocemente. Questo ci fa capire che per progettare un genocidio bisogna avere non solo assassini professionisti, dice Lifton, ma anche professionisti della morte quali sono i medici che, nei campi, hanno poteri decisionali pari a quelli dei militari. È nei lager che i dottori nazisti iniziano una nuova fase della loro collaborazione con il regime. Quella legata ad esperimenti giustificati dalle necessità belliche. Hanno cavie umane, tempo e denaro. La condizione perfetta. Quanto può resistere un essere umano bevendo soltanto acqua salata? In quanto tempo i suoi arti esposti al gelo dell’inverno russo perdono sensibilità? Quali i problemi della respirazione in alta quota? I medici prendono nota degli esperimenti e fanno fotografie come nel caso di un ebreo di 37 anni, selezionato per verificare quanto si possa sopravvivere all’alta quota senza pressurizzazione. Si legge sul rapporto medico: «Fra i 6 e i 10 minuti la respirazione diventa più veloce e il soggetto perde conoscenza. Dagli 11 ai 30 minuti la respirazione rallenta progressivamente fino a scomparire del tutto». Dachau, Buchenwald, Mauthausen, in tutti questi campi vengono effettuati esperimenti medici. Ma soltanto in un lager si raggiunge la sintesi perfetta fra scienza e sterminio. È il campo di Auschwitz Birkenau.
Nella puntata Lifton sottolinea motivi personali per cui molti medici intraprendono la strada dei campi di sterminio, motivi legati essenzialmente e banalmente alla carriera, ma punta il dito anche contro una scienza che, a livello mondiale e non solo in Germania, dalla fine del XIX secolo attraverso l’eugenetica e l’idea che le razze esistano, rende possibile immaginare la separazione fra puri e impuri, esseri umani perfetti ed esseri umani inutili. Una convinzione condivisa a lungo anche in paesi democratici da una scienza tutt’altro che piegata al giogo totalitario.

 

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Fonti. Durante la preparazione della puntata I medici del Reich ho potuto affrontare in modo approfondito la questione del racconto per immagini dello sterminio. Una questione tutt’altro che banale. Su questo tema pesano come macigni questioni di tipo etico (è giusto mostrare immagini così crude?), di tipo epistemologico (cosa raccontano le immagini, fotografie o video, se non un punto di vista parziale, circoscritto, limitato?), di tipo storiografico (chi ha prodotto le immagini? perché? quanto è affidabile una fotografia come fonte?). In questo articolo mi occuperò soltanto dell’ultimo punto, lasciando gli altri a un altro intervento. In televisione l’abitudine alla violenza rasenta l’assuefazione, ma quando si affronta un tema storico nel quale, come in questo, la questione della rappresentazione è così importante, la scelta della filologia diventa l’unica possibile. Mostrare soltanto immagini che raccontano esattamente quello che il testo sta narrando, e non coperture generiche, è un imperativo categorico. Ma cosa fare se le immagini non esistono? Non vi sono infatti documenti filmati che raffigurano Auschwitz, le camere a gas, la soluzione finale nel suo momento più drammatico. La chiave della medicina ha consentito di percorrere l’unica strada possibile, quella degli audiovisivi di “ricerca” e propaganda.
La documentazione “scientifica” dei provvedimenti contro le vite inutili è diventata, infatti, parte consistente della propaganda nazista. I film realizzati sono moltissimi; la loro circolazione è imponente, come vedremo. Propaganda e documentazione dunque. Le fonti audiovisive naziste, tuttavia, non sono facilmente rintracciabili per mancanza di una produzione centralizzata - come, invece, è il caso dell’italiano Istituto Luce che, di fatto, fino al 1938, ha operato in Italia in regime di sostanziale monopolio per quanto riguarda la realizzazione di cinegiornali. Il modello tedesco, da un punto di vista produttivo, imita più che altro quello americano. La Germania nazionalsocialista preferisce “lasciare più o meno intatta la struttura proprietaria privata, badando piuttosto a controllarla politicamente attraverso l’inserzione di propri uomini nei consigli d’amministrazione delle imprese e nei loro gangli amministrativi e manovrando infine il credito. Creando in tutti i settori della vita economica una rete di camere che regolano l’agibilità o meno delle aziende, rilasciando o negando le licenze necessarie per operare” (Mino Argentieri). Soltanto nel 1940, dopo lo scoppio della guerra, la propaganda viene accentrata in un’unica società di produzione. Per questo non è oggi semplice fare ricerca sugli audiovisivi nazisti: non esiste un archivio unico, e molte case di produzione, fallite dopo la guerra, hanno perduto i loro documenti; molti sono stati inoltre requisiti dagli Alleati, americani e russi, e sono oggi conservati presso gli archivi nazionali delle potenze che hanno vinto la guerra. Durante il nazismo le agenzie di produzione di cinegiornali sono la Ufa-Tonwoche, Deulig-Tonwoche, Tobis-Woche e Fox-Tönende Wochenschau fino al 1940 e Die Deutsche Wochenschau per il periodo bellico. Ne I medici del Reich ho attinto agli archivi di queste società: la propaganda è svolta spesso in positivo, ovvero attraverso la raffigurazione delle tipologie umane da eliminare, ma anche, e soprattutto in negativo: la descrizione del perfetto ariano infatti è assai più pervasiva e subdola. La costante proposizione di corpi atletici, ragazzi e ragazze è naturalmente in linea con l’ideale di una razza superiore creano naturalmente il modello dell’uomo nuovo al quale tendere. Ma oltre ai cinegiornali vi sono veri e propri lungometraggi, come quelli legati al progetto Eutanasia o T4. Il più celebre film in questo senso è Io accuso sul quale cito parte di un sintetico, ma esaustivo, articolo di Alessandro Matta (che può essere letto per intero qui): Ich klage an (1941), prodotto e girato con maestria quando già il programma “T4” era avviato su suggerimento di Karl Brandt, uno dei principali responsabili del progetto, per giustificare le misure intraprese e mettere a tacere le critiche che, nonostante il lavoro propagandistico fatto, erano ancora numerose. Il film si ispirava  al romanzo Sendung und Gewissen (Missione e coscienza) del medico e scrittore Helmut Hunger, altro elemento chiave dell' “Aktion T4”. Mentre i nazisti operavano le uccisioni contro la volontà dei pazienti e dei parenti, il film mostra, distorcendo la realtà, un medico che uccide la moglie, malata di sclerosi multipla, che lo supplica di porre termine alle sue sofferenze. Processato, il medico viene assolto dalla giuria, che si interroga sulla domanda fatta dallo stesso accusato: «Vorreste voi, se invalidi, continuare a vegetare per sempre?». Presentato al festival del cinema di Venezia nel 1941 , vinse il primo premio come migliore film straniero.

(continua)

Credits
I medici del Reich
, di Vanessa Roghi, 49’
Ricerche Fania Petrelli
Montaggio Loriana Lucarini
Correva l’anno è un programma di Marina Basile e Tiziana Pellegrini per la Struttura Storia di Rai Tre diretta da Luigi Bizzarri

Vanessa Roghi

Storica del tempo presente. Insegna alla Sapienza Visualità e storia e fa documentari di storia per Rai tre. Fa parte di SIM – Storie in movimento, SIS – Società italiana delle storiche, Iamhist – International Association for Media and History. Ha pubblicato nel 2017 "La lettera sovversiva. Da don Milani a De Mauro, il potere delle parole" (Laterza, Bari-Roma) e nel 2018 "Piccola città. Una storia comune di eroina" (Laterza, Bari-Roma).
http://vanessaroghi.com/ http://www.minimaetmoralia.it/wp/author /vanessaroghi/.
Su twitter è @VaniuskaR

 
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