Leggendo il catalogo (Silvana Editore) della mostra da poco aperta al “Serrone” della Villa Reale di Monza, dal titolo Giorgio de Chirico e l’oggetto misterioso, mi sono trovato davanti a una delle definizioni più calzanti e interessanti che siano state date sulla figura e sul ruolo di questo pittore.

Scrive infatti Simona Bartolena, che ha collaborato con Victoria Noel-Johnson alla cura dell’esposizione:

In anticipo sul ritorno alla classicità, sul recupero dell’antico, sull’esigenza di un’arte che spenga i fuochi avanguardisti per ritrovare un silenzio meditativo, sulla fascinazione dell’ignoto e perfino su alcuni meccanismi psicologici cavalcati poi, sebbene con altre finalità, dal surrealismo, de Chirico è l’ombra che non si può evitare, un genio con cui occorre, prima o poi, confrontarsi.

In effetti Giorgio de Chirico (1888-1978) è stato uno dei maggiori artisti de nostro Novecento; eppure la difficoltà di leggere e comprendere appieno il suo percorso intellettuale, come pure la sua tendenza a essere in qualche modo dissonante rispetto ai tempi in cui ha operato, rendono ardua l’individuazione di un suo magistero. Egli ci appare dunque come un soggetto isolato, avvolto da un’aura di impenetrabile mistero; e tale egli voleva essere (o apparire?), in quanto aveva l’orgogliosa (talora narcisistica) convinzione di incarnare il ruolo di Pictor optimus, capace di sintetizzare con l’equilibrio delle forme e dei soggetti classici l’inquietudine dell’uomo moderno. Tale “primato”, che lo sollevava e distingueva dagli avanguardismi e dall’informalità diffusa, lo rendeva anche consapevole che la sua fosse un’esperienza – nel bene e nel male – unica e irripetibile, inadatta ad essere continuata da una qualsivoglia scuola.

de Chirico è l’ombra che non si può evitare, un genio con cui occorre, prima o poi, confrontarsi

Non posso (e non voglio) in questa sede dare un quadro complessivo della sua pittura, che dagli esordi metafisici del 1910 (condivisi poi con il fratello Andrea, alias Alberto Savinio, e con Carlo Carrà, di cui già ho scritto su queste colonne) – in fondo mai del tutto rinnegati – mosse poi verso un più deciso recupero “per evocazione” della tradizione classica, come pure della pittura rinascimentale e barocca. E se per il grande pubblico de Chirico è soprattutto pittore di manichini, cavalli e architetture razionaliste, il suo repertorio tematico fu invero assai più vasto, e la mostra visitabile a Monza in questi giorni ne è un ottimo esempio. Attraverso oltre trenta opere della collezione della Fondazione Giorgio e Isa de Chirico (dagli anni Quaranta fino alla metà degli anni Settanta), l’iniziativa si propone infatti l’obiettivo di illustrare il ruolo che l’“oggetto misterioso” ha giocato nella produzione artistica del Maestro. È, a tal fine, utile questa precisazione di Victoria Noel-Johnson:

Il microcosmo artistico di de Chirico accolse ben presto oggetti comuni, i cui accostamenti illogici in contesti inaspettati servivano ad accentuare l’inconfondibile Stimmung (atmosfera) che pervadeva i suoi dipinti metafisici precedenti: il senso intrinseco dell’enigma, dello straordinario, del nonsenso.

Osservando capolavori come Interno metafisico con pere, Sole sul cavalletto, La meditazione di Mercurio, Il poeta e il pittore, Frutta con busto di Apollo, non sarebbe dunque corretto – a mio avviso – avventurarsi in un’eccessiva decifrazione della loro sfera simbolica o allegorica. I meccanismi il-logici con i quali gli immancabili busti di statua classica (eco della nascita in terra greca del Maestro) sono accostati a oggetti d’uso comune (righelli, squadre, sedie, biscotti…) oppure ai tradizionali “componenti” vegetali delle nature morte (che de Chirico chiamava Vite silenti) sono il prodotto della fantasia e delle inquietudini del pittore: a noi resta il mero compito d’immergerci in quel contesto visionario, la cui comprensione totale ci è invece preclusa.

  • Giorgio de Chirico, Il poeta e il pittoreGiorgio de Chirico, Il poeta e il pittore
  • Giorgio de Chirico, Frutta con busto di ApolloGiorgio de Chirico, Frutta con busto di Apollo
  • Giorgio de Chirico, La meditazione di Mercurio Giorgio de Chirico, La meditazione di Mercurio
  • Giorgio de Chirico, Vita silente metafisica con busto di MinervaGiorgio de Chirico, Vita silente metafisica con busto di Minerva

Pensavo – guardando questi oggetti – ad altri oggetti non meno complessi, e cioè i “correlativi oggettivi” della poesia di Eugenio Montale che tanto influenzarono, ad esempio, la pittura di Filippo de Pisis. Ma leggendo Montale – che pure dichiarava di non avere alcun intento didattico (Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo) – comprendiamo come egli volesse, in fondo, esprimere un messaggio intelligibile, chiaro anche nella sua oscurità: quello dell’inadeguatezza della poesia a spiegare il male di vivere che affligge l’uomo del Novecento. Non credo fosse invece questo l’intento del Pictor optimus, che come pochi altri ha saputo giocare con l’ambiguità e l’enigma, provocando il suo pubblico e soprattutto depistando la critica, da lui non sempre troppo amata: i suoi oggetti dipinti sono dunque misteriosi proprio perché indecifrabili… Esempio di tale atteggiamento quasi beffardo fu la sua risposta alla circolazione di numerosi falsidechirichiani, presenti sul mercato già da quando il Maestro era in vita, e cioè le riproduzioni o rivisitazioni autografe di vecchi quadri metafisici, con fuorvianti retrodatazioni. Ne è un bell’esempio, tra gli altri, anche La meditazione di Mercurio, esposto a Monza: quadro dipinto nel 1973 ma recante la firma "G. de Chirico, 1936", che potremmo ossimoricamente definire un vero falso: in casi come questi è il quadro stesso a diventare un “oggetto misterioso”.

In sostanza: non molti i dipinti esposti a Monza, ma di eccellente qualità, e illuminati in modo da esaltare il loro vivace cromatismo. Perciò non posso che concludere invitando tutti (ed anche i colleghi con i propri studenti) a visitare questa mostra, promossa dal Consorzio Villa Reale e Parco di Monza, prodotta da ViDi insieme con la Fondazione Giorgio e Isa de Chirico che ha sede a Roma in Piazza di Spagna.

E non posso neppure perdere l’occasione per ricordare che accanto al “Serrone”, già da qualche anno restaurato e agibile, è da poco stato completato anche il restauro del corpo centrale della prestigiosa villa neoclassica monzese, che avrà nel corso dell’EXPO 2015 un ruolo primario di rappresentanza. La Villa Reale è dunque nuovamente visitabile, dopo un tempo immemorabile di chiusura: chi venisse a Monza per de Chirico non dovrebbe lasciarsi sfuggire questa opportunità, anche perché mi dicono che le sontuose sale – spogliate, o meglio, razziate in epoca bellica – si stanno pian piano riempiendo di mobili preziosi. Chi scrive ci è andato qualche settimana fa, quando la villa era in larga parte vuota; e se ciò, a un primo acchito, poteva dare un senso di desolazione, permetteva però una completa fruizione degli ampi spazi architettonici e dei bellissimi pavimenti lignei. Inoltre tale vacuità – nell’imminenza della mostra di de Chirico al “Serrone” – mi ha consentito di immaginare quelle sale piene degli “oggetti misteriosi” cari alla pittura del Maestro metafisico: sì, credo che la Villa Reale, con le sue forme classicheggianti, anche se “vuota” a de Chirico non sarebbe affatto dispiaciuta!

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

 

 
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