Da qualche giorno continua a fare sensazione in rete la lettera aperta scritta al proprio nipotino dal più noto semiologo italiano e pubblicata dal più noto settimanale del nostro Paese.

umberto_ecoIl destinatario della missiva deve in realtà già possedere molte delle competenze per lui auspicate dall’autore di Apocalittici e integrati (saggio di tale rilevanza da aver meritato una specifica voce su Wikipedia), dal momento che viene giudicato dal proprio avo in grado di comprendere e mettere in atto una serie di consigli espressi mediante stile, linguaggio e riferimenti culturali con un profilo davvero “alto”, per altro coerente con il prestigio del dispositivo elettronico di cui gli viene attribuito l’uso - ovvero il tablet più famoso e costoso presente sul mercato internazionale. E deve anche aver sviluppato una buona maturazione personale, se è in grado di assorbire serenamente gli ironici riferimenti del nonno alla pornografia, agli orientamenti sessuali supposti e potenziali, nonché alla procreazione del proprio genitore e al concetto di diversabilità, espresso e impiegato in modo intenzionalmente e amaramente politically uncorrect.

In ogni caso, l’illustrissimo nonno è preoccupato dal fatto che il nipote possa aver contratto una grave ”malattia”, a suo insindacabile giudizio diffusissima tra i giovani: la “perdita della memoria”. E la lettera si trasforma così in un appello socio-culturale all’esercizio della memoria personale e alla valorizzazione di quella storica, messaggio in grandissima parte condivisibile.

Quello su cui non è possibile essere d’accordo, però, è l’apodittica messa in stato d’accusa del computer, a cui viene imputato di essere considerato fallace strumento sostitutivo della memoria: “È vero che se ti viene il desiderio di sapere chi fosse Carlo Magno o dove stia Kuala Lumpur non hai che da premere qualche tasto e Internet te lo dice subito. Fallo quando serve, ma dopo che lo hai fatto cerca di ricordare quanto ti è stato detto per non essere obbligato a cercarlo una seconda volta se per caso te ne venisse il bisogno impellente, magari per una ricerca a scuola. Il rischio è che, siccome pensi che il tuo computer te lo possa dire a ogni istante, tu perda il gusto di mettertelo in testa”. Stupisce che l’autore di questa frase non ravvisi nella medesima lo stesso tessuto logico e culturale che permeava le argomentazioni di coloro – per esempio noti filosofi – che si sono scagliati prima contro la scrittura e poi contro la diffusione della stampa, accusate appunto a loro volta di danneggiare la “memoria” degli individui e dell’umanità. Argomentazioni che la storia della cultura e dell’acculturazione umana ha ogni volta smentito.

Apparentemente acuta e autorevole a una lettura superficiale, appare invece altrettanto poco convincente a una più attenta analisi un’altra considerazione sui dispositivi elettronici: “il nostro cervello ha più connessioni di un computer, è una specie di computer che ti porti dietro e che cresce e s’irrobustisce con l’esercizio, mentre il computer che hai sul tavolo più lo usi e più perde velocità e dopo qualche anno lo devi cambiare”. È infatti indubbiamente in atto – ultimamente magari un po’ ridotta, loro malgrado, almeno presso quelle fasce di popolazione il cui reddito è colpito dalla crisi economica - una tendenza all’acquisto compulsivo di apparecchiature, pc e smartphone in particolare. Ma si tratta dell’esasperazione di un noto meccanismo di politica industriale, assolutamente precedente l’epoca del “digitale”, strettamente connesso alla natura di merci dei beni destinati al consumo di massa e chiamato obsolescenza (tecnologica) programmata: da sempre una lavatrice, una lavapiatti o un frigorifero – in una parola, qualsiasi elettrodomestico – hanno un ciclo di vita e di funzionamento predefinito, tale da garantire ai produttori successivi cicli di vendita e ulteriori profitti.

Marco Guastavigna

Insegnante nella scuola secondaria di secondo grado e formatore. Tiene traccia della sua attività intellettuale in www.noiosito.it.

 
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