Qualche sera fa ho visto più o meno per caso Code Name Geronimo, film uscito in Italia nel 2012; diretto da John Stockwell, ricostruisce l’operazione che si concluse con l’uccisione di Osama Bin Laden l’anno precedente. I personaggi fondamentali sono gli analisti della CIA da una parte, che si occupano della progettazione, e una squadra di Navy Seals dall’altra, a cui spetta la parte esecutiva. La vicenda è nota e la trama è di conseguenza abbastanza noiosa – ad un certo punto credo di essermi addirittura addormentato –, ma quel che colpisce è l’uso intensivo delle tecnologie.

geronimoProtagoniste assolute del film sono soprattutto le telecamere digitali. Gli agenti che individuano in Pakistan il rifugio del terrorista più ricercato della storia dell’umanità ne hanno una sul cruscotto dell’auto, con cui trasmettono alla centrale negli USA i propri pedinamenti e avvistamenti minuto per minuto. I filmati vengono registrati in tempo reale su hard disk, in modo che ogni azione sia certificata in tutti i dettagli. Allo stesso modo operano i militari, ciascuno dei quali ha in dotazione uno strumento di ripresa collocato sull’elmetto e riceve sul campo informazioni logistiche di vario genere raccolte usando i satelliti. Il momento dell’irruzione è così vissuto in tempo reale da tutto l’apparato politico e di intelligence interessato ad essa, il che permette l’immediata e orgogliosa comunicazione dell'uccisione di Obama all’opinione pubblica mondiale. Le tecnologie digitali, insomma, danno un contributo fondamentale allo svolgersi dei fatti e alla loro documentazione, fino a costituirne un elemento imprescindibile e condizionante.
Lo stesso modello comunicativo può essere in qualche modo esteso ormai per quel che riguarda vari altri tipi di eventi, anche se fortunatamente molto più pacifici. Sto parlando per esempio di seminari e convegni, che vengono a loro volta trasmessi in streaming nel momento in cui si svolgono e resi successivamente disponibili via rete Internet, in particolare su Youtube. La consapevolezza della presenza delle telecamere influenza non solo il posizionamento di relatori e interlocutori e i movimenti concessi o impediti a coloro che sono presenti in sala e che magari vogliono intervenire negli spazi aperti al dibattito, ma anche le regole cromatiche con cui gli stessi sono invitati a realizzare (o meno) le proprie slide, che dovranno a loro volta far parte in modo visibile del flusso proposto al pubblico remoto e a quello futuro del video sharing.
I lettori potranno avere dimostrazioni molto chiare di queste affermazioni raggiungendo la rispettiva documentazione filmata di due recenti convegni sulle tecnologie digitali nella didattica. Il primo si è svolto a Pisa il 9 novembre 2013 e ha avuto come filo conduttore l’impiego degli e-book a scuola; il secondo si è tenuto a Firenze una settimana dopo ed aveva come target privilegiato i dirigenti scolastici, nella convinzione che ad essi spettino il compito e l’onere di effettuare scelte decisive per l’innovazione organizzativa e metodologica. In entrambi i casi tutti gli interventi e tutti i dibattiti sono ora replicati sul web, disponibili per chiunque voglia fruirne. A questa categoria – almeno nel secondo caso, quello di Firenze – appartengono anche i relatori, dal momento che è stata scelta una modalità di comunicazione particolare, che prevede che, oltre alla persona che parla e alle sue eventuali diapositive elettroniche, vengano trasmessi e registrati anche i commenti di coloro che assistono alla trasmissione via streaming, per i quali è disponibile una chat. In questo modo, è possibile avere “a caldo” un feedback davvero interessante sulle reazioni suscitate, sull’interesse, sull’accordo e disaccordo rispetto a quanto argomentato, scoprendo in qualche caso anche che la discussione tra gli spettatori remoti ha sviluppi laterali, che prendono spunto dagli interventi, ma assumono forma autonoma.

Marco Guastavigna

Insegnante nella scuola secondaria di secondo grado e formatore. Tiene traccia della sua attività intellettuale in www.noiosito.it.

 
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