Ogni tanto, anche se sempre più raramente, a noi insegnanti capita che qualche allievo rivolga una domanda diversa dalla richiesta di uscire per qualche minuto dall’aula, sulla base di esigenze vere o soltanto dichiarate. E così, qualche anno fa, M. mi chiese: “Ma come facevano, quando sbagliavano?”.

olivetti1Avevamo appena letto un racconto di Kerouac e una rapida ricerca su Internet di testi e immagini in proposito ci aveva portato a ragionare sull’uso e sul funzionamento delle macchine da scrivere, che quel gruppo di  studenti non aveva mai avuto modo di vedere materialmente all’opera. Per M. – abituato non tanto dal word processing, quanto piuttosto dai messaggi via telefonino e dalle chat all’idea di poter cancellare e correggere con la massima facilità- fu una scoperta davvero inattesa venire a sapere che era esistito un uso professionale di quel “bianchetto” che fino ad allora aveva pensato fosse una tecnologia riservata agli studenti, impegnati a cancellare le tracce degli “errori” compiuti sulla carta.
M. e i suoi compagni di classe sarebbero a loro agio nel visitare il Museo Laboratorio Tecnologic@mente di Ivrea, che contiene un percorso di storia industriale il cui protagonista è ovviamente l’Olivetti, “Prima fabbrica italiana di macchine per scrivere”. M. e soci scoprirebbero per esempio che l’idea di meccanizzare la scrittura risale al 1500, ma che i primi dispositivi si segnalavano soprattutto per bizzarria e scomodità d’uso, comprendendo così immediatamente il significato e la valenza del concetto di ergonomia fisica. A restituire loro il senso dell’ergonomia cognitiva e della centralità dell’utente nel determinare le scelte relative alle interfacce potrebbe invece essere la continuità delle tastiere “Qwerty”, che transitano sostanzialmente immutate dalle macchine da scrivere ai personal computer agli smartphone e ai tablet.
A far comprendere il fatto che hardware e software permettono al computer di ingegnerizzare e sommare in un unico strumento articolato e complesso un’ampia gamma di attività d’ufficio e di più generale elaborazione intellettuale, potrebbe essere un’escursione guidata tra calcolatrici meccaniche, circuiti elettronici e fogli di calcolo. Le vicende dell’Olivetti, che nel 1959 commercializza il primo calcolatore al mondo realizzato interamente con transistor e diodi e nel 1964 cede l’intera Divisione elettronica alla multinazionale USA General Electric, potrebbero essere a loro volta l’occasione per riflettere sul rapporto tra ricerca, marketing, politiche di investimento, vincoli bancari e mondo della finanza. Una visita al Museo Tecnologic@amente di Ivrea permetterebbe insomma a M. e ai suoi compagni di classe di capire che le tecnologie della comunicazione hanno un passato – addirittura meccanico -, tentano di rispondere a bisogni del lavoro e della cultura, si traducono in scelte che hanno o meno successo sul mercato: un’opportunità di praticare la dimensione storico-sociale dell’innovazione, attraverso i suoi successi e i suoi fallimenti.

Marco Guastavigna

Insegnante nella scuola secondaria di secondo grado e formatore. Tiene traccia della sua attività intellettuale in www.noiosito.it.

 
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