Ci sono poesie coraggiose, che non temono il rischio di tracciare dei confini, di dire il limite al di qua del quale si barrica il poeta insieme ai suoi sodali. Al di là, lontani, possono andare – o rimanere – coloro i quali non condividono i valori che segnano la frontiera e dettano le regole della civile convivenza.

Questa poesia di Claudio Damiani è tratta da Il fico sulla fortezza (Fazi editore, 2012):

Se gli uomini avessero sempre da fare
sarebbe meglio
perché avrebbero meno tempo
per soffrire,
se ci fosse molta socialità
feste e canti, riti
molta natura, non quelle discoteche oscene
non quelle città schifose,
molta religione, più musica,
più fanciulle che danzano battendo i piedi
cantando su barche scendendo i fiumi,
molto camminare nei boschi, molto studio e amore,
non quella televisione da lupanare, con facce da assassini,
molta arte, molta cortesia e gentilezza,
buone maniere, educazione, studio,
meno intellettuali ignoranti,
e quei vip, con quelle facce da maiali
che si rotolano nella loro merda,
più umiltà, molta più umiltà, e rispetto,
se ci fosse più silenzio, più feste
più lavorare insieme, tranquilli,
contenti di lavorare insieme, cantando. 

matisse2È un’unica lassa di ventuno versi liberi organizzati in tre parti piuttosto nettamente distinte. Comincia con una frase ipotetica molto classica e lineare, composta da una protasi e un’apodosi. È un aforisma, quasi, col quale si introduce e all’apparenza si conclude l’argomento fondamentale: la qualità della vita umana, che migliorerebbe se le persone fosse impegnate in attività capaci di distrarli dalle sofferenze, di attenuare il dolore di vivere.
Dopo quest’iniziale atto di fiducia nell’uomo e nella sua possibilità di determinare la propria esistenza, a una prima superficiale lettura può sembrare che la poesia prosegua con un’altra ipotetica, ma l’assenza di un’apodosi, che sembra arrivare ma non si manifesta mai, convince il lettore che si tratta in realtà di una frase ottativa. “Se ci fosse molta socialità” non è l’inizio di un’ipotesi: è un desiderio, un sogno di perfezione o almeno di miglioramento dell’umanità, esortata a fare delle scelte, a preferire alcune attività rispetto ad altre. Da notare l’eccezionalità di due versi composti da altrettante frasi nominali: “feste, canti, riti” e “buone maniere, educazione, studio”, sintatticamente irrelate ma perfettamente comprensibili nel contesto del discorso.
Poi, poco avanti, al desiderio segue la deprecazione: “non quelle discoteche oscene / non quelle città schifose” e poi, ancora, “non quella televisione da lupanare, con facce da assassini” e, infine, “meno intellettuali ignoranti, / e quei vip, con quelle facce da maiali / che si rotolano nella loro merda”. Notevolissimo, in questo caso, è l’utilizzo dell’aggettivo dimostrativo “quelle”, che ha la funzione di allontanare dall’autore e dai lettori l’oggetto della deprecazione. C’è un confine netto tra “loro” e “noi”, una barriera che rende il giudizio morale assai concreto, un fenomeno fisicamente osservabile, mappabile quasi. E il muro è reso invalicabile dal tenore dei giudizi, eccessivi al limite dell’iperbole, anche se pronunciati sottovoce, pacatamente (con “molta arte, molta cortesia e gentilezza”).
Tutta la poesia, d’altronde, si gioca sul ruolo determinante degli aggettivi che esprimono una quantità (molto, più) ripetuti ossessivamente e utilizzati quindi con valore strutturante, per dare coesione al testo e creare un tessuto di suoni capaci di compensare l’assenza di rime e di ritmi regolari.
Infine, gli ultimi tre versi – che costituiscono il terzo blocco di testo – ripartono dalla formula “se ci fosse” per chiudersi con una slogatura sintattica davvero impressionante, che introduce nel testo, finalmente, il gruppo dei “noi”: “tranquilli, / contenti di lavorare insieme, cantando”. Perché la felicità, o, almeno, la riduzione del dolore di vivere, è evidente che possano provenire solo dalla natura (da una corretta fruizione della natura da parte dell’uomo), dall’arte e, quindi, dalla socialità. Al silenzio della solitudine deve necessariamente integrarsi, senza mai contrapporvisi, la musica della festa.

Simone Giusti

Allievo di Domenico De Robertis, è docente e consulente di politiche dell’istruzione, della formazione e dell’orientamento. Ha iniziato a occuparsi di insegnamento nel doposcuola del quartiere “Le vele” di Lecce nel 1995. Cofondatore della rivista «Per leggere», dal 2010 è presidente dell'associazione L'Altra Città di Grosseto.
Tra le sue pubblicazioni più recenti: “Cambio verso” (Effequ, 2016), “Didattica della letteratura 2.0” (Carocci, 2015), “Per una didattica della letteratura” (Pensa, 2014), “Vado a vivere in campagna” (Effequ, 2013), “Leggenda e altri discorsi” (Mobydick, 2012), “Insegnare con la letteratura” (Zanichelli, 2011).
Per Loescher condirige (insieme a Natascia Tonelli) la collana scientifica QdR / Didattica e letteratura. Ha curato il Quaderno della Ricerca #5, “Imparare dalla lettura”, ha pubblicato “Tradurre le opere, leggere le traduzioni (QdR #8) e, insieme a Francesca Latini, il QdR #6 “Per leggere i classici del Novecento”.
Su Twitter è @sigiusti.
http://www.simonegiusti.eu/

 
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