Prendo spunto da un libro scritto da un’insegnante toscana, che è nella scuola da trent’anni, si cela dietro lo pseudonimo di Isabella Milani e gestisce un blog abbastanza frequentato. Il libro si intitola L’arte di insegnare. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi, Milano, Vallardi, 2013 e contiene una quantità di «consigli pratici» esposti con garbo: come entrare in classe il primo giorno di scuola, come acquisire autorevolezza e ottenere ascolto e disciplina, come motivare gli alunni, garantire aiuto ai più irrequieti e difficili, ma anche tranquillità di lavoro ai più motivati e dotati. I colleghi o i genitori che le scrivono ottengono dal blog risposte molto sagge e prudenti, nel nome di un lavoro scolastico dignitoso, attento e democratico.

Buber e il rabbino Benyamin

Insegnare è un’arte? Oppure è una tecnica, ispirata al pragmatismo di Dewey e Bloom, alle teorie psicologiche di Piaget o a quelle politicamente motivate di Citton? Oppure è una praticaccia, affidata alle capacità personali, come quelle di un bravo esecutore al pianoforte o al clarinetto? È un rapporto sostanzialmente dialogico, molto personale, capace di stabilire un rapporto di intima comprensione fra il maestro e l’allievo? O è un esercizio di capacità retoriche, come quelle di un grande avvocato davanti alla giuria di un processo, o quelle di un attore davanti alla platea di un teatro, o di un predicatore davanti alla comunità dei fedeli?

Il filosofo israeliano di origine tedesca Martin Buber, a cominciare da un suo libro pubblicato a Lipsia nel 1923 e intitolato Ich und Du (Io e tu) ha formulato una teoria che è stata chiamata la «filosofia del dialogo». L’esistenzialismo ebraico di Buber, che si concentra sul rapporto personale del soggetto con l’altro (sia esso Dio o un’altra coscienza), si presenta come filosofia dell’incontro, che privilegia la presenza, la totalità, la reciprocità e la responsabilità. Ha i suoi fondamenti nella fenomenologia e un forte sapore di socialismo utopistico. Buber distingue tra un falso dialogo (costituito semplicemente da due monologhi paralleli), un dialogo tecnico (negoziazioni di qualsiasi tipo su una semplice base empirica che servono a discutere un contratto o un accordo, sulla base di regole o principi convenzionali), e un vero e proprio dialogo (una relazione reciproca, intima, un Io e un Tu, uno in faccia all’altro).
Lo scopo principale della teoria di Buber è teologico o esistenziale, ma essa può essere applicata anche alla vita di ogni giorno nei suoi vari aspetti: nell’educazione (dove può ispirare una nuova forma di rapporto fra maestro e allievo), nella vita politica e sociale (dove può dare nuova sostanza all’idea della democrazia), e specialmente nell’organizzazione del lavoro, sia nell’industria sia nelle varie forme del terziario (dove può promuovere, al posto di atteggiamenti autoritari di subordinazione e sfruttamento, il libero esercizio della collaborazione e delle responsabilità condivise: Buber aveva in mente gli esperimenti comunitari in Israele dei kibbutz e dei moshav).

Insegnare è un'arte, oppure una tecnica?

La teoria di Buber si riallaccia a una lunga tradizione filosofica e retorica, che fu iniziata dal filosofo greco Platone. Sappiamo tutti che i dialoghi di Platone erano una composizione letteraria che sviluppava in forma scritta l’analisi dialettica di problemi filosofici e al tempo stesso dava vita all’esperienza reale delle conversazioni di Socrate con i suoi seguaci ateniesi. Queste conversazioni avevano il carattere aperto di una comune ricerca della verità, in cui l’interlocutore era nella posizione di ricevere i frutti della conoscenza di Socrate, ma Socrate stesso riceveva i frutti della conoscenza del suo interlocutore. Era un legame speciale che si formava tra maestro e allievo e aggiungeva all’eccitazione dell’indagine intellettuale un elemento di passione erotica sublimata.
Questo carattere filosofico-erotico, che era tipico del dialogo platonico, scomparve presso i numerosi imitatori che seguirono. In molti dialoghi teologici del periodo medievale, così come in molti dialoghi umanistici in cui si discutevano non solo problemi filosofici, ma anche morali e pratici, la forma dialogica era solo un artificio retorico che serviva a presentare le tesi dell’autore in modo convincente (i comportamenti nelle corti, l’amore, il matrimonio, l’economia domestica, la questione della lingua, gli ideali artistici e letterari). I dialoghi del Settecento furono invece più apertamente argomentativi: davano voce a una discussione vera, come per esempio Le rêve de d’Alembert (1769) di Denis Diderot, oppure mascheravano dietro un apparente confronto tra opinioni diverse un’opinione in quel momento scandalosa come i Dialogues Concerning Natural Religion (1779) di David Hume.
Nell’insieme però non riuscirono quasi mai a ricreare l’atmosfera intellettuale appassionata del dialogo di Platone. Si può forse dire, sulla base degli studi sociologici (Brockmeier, Elias), che in Francia e in Inghilterra, dove c’erano luoghi di vita intellettuale accentrati come la corte, il salotto, il circolo, il club, il dialogo si è spesso abbassato a conversazione più o meno frivola o impegnata, mentre in Germania e in Italia, data la situazione frammentata degli ambienti e delle istituzioni, il dialogo prese spesso la forma della lettera scambiata a distanza. Non oso pensare cosa direbbe Buber se gli capitasse di assistere a un talk show con Vittorio Sgarbi, o una puntata di «Ballarò», o di connettersi in rete con il blog di Beppe Grillo.
E nella nostra scuola, che tipo di dialogo si instaura fra il professore e i suoi allievi?

Remo Ceserani

È stato professore di letterature comparate all'Università di Bologna.

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