“1. Oratorii: composizioni musicali drammatiche senza azione scenica, eseguite in chiesa o a teatro”. Così l'antologia in nota l'altro giorno, a spiegare – è un evidente eufemismo – un passaggio della novella di Schnitzler "Il sottotenente Giusti".

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Sguardi smarriti, il mio in particolare: gli unici concetti chiari ai ragazzi sono quelli a dimensione concreta, “chiesa” e “teatro”, quest'ultimo soprattutto grazie all'ambientazione di certo cabaret televisivo. Ma ecco il colpo di scena: il collega di sostegno – mai parola fu più azzeccata, data la situazione – rivela la sua altra identità: è un controtenore, canta in coro di musica sacra, che chiama il mio mondo, in cui è contento di portarci. E lo fa cantando: canta alla classe (primo anno di professionale) un pezzo lirico e subito dopo un oratorium. È abituato all'esibizione e quindi non ha problemi a esporsi allo stupefatto pubblico degli studenti. Sa usare la voce e il corpo insieme (ed ecco concretizzarsi l'azione scenica di cui parla la definizione dell'antologia) o soltanto la voce (ed ecco spiegato anche quel “senza”, drammatica connotazione logico-culturale della definizione fornita dal libro di testo).
Ma la vicenda non finisce qui. Qualche giorno dopo il prof – cantante (oppure il cantante – prof? gli auguro di cuore che sia vera la seconda formulazione) porta in classe il suo personal computer, un paio di casse acustiche e  la sua chiavetta UMTS: ci connettiamo a Internet, andiamo su YouTube, raggiungiamo e ascoltiamo “Plorate filii Israel” di Giacomo Carissimi, nell'interpretazione dei Vox Luminis.
Decidiamo lì per lì di provare ad ascoltarlo per due volte. La prima tutto di un fiato, senza preoccuparci di capire una parola. La seconda con il testo in latino davanti al naso, che appena prima abbiamo letto in traduzione italiana. E ci ritroviamo riconoscere un sacco di passaggi, comprendendo meglio il perché delle modulazioni delle voci e le ragioni delle reiterazioni di parti di testo, mentre al primo ascolto ci siamo accontentanti di essere “soltanto” investiti dall'onda emotiva globale.
Un'esperienza di apprendimento informale, connotata di serendipità. Una “cosa” imparata sapendo di non doverla ripetere a nessuno, di non dover rispondere a domande scritte (né aperte né chiuse), di non dover fare una relazione. In un silenzio a sua volta corale, assoluto, indimenticabile da adulti e ragazzi. Di quelli che gli studenti dell'ultimo anno dei licei riservano a un insegnante carismatico, soprattutto se la sua materia sarà oggetto d'esame.
Un'esperienza d'apprendimento contemporaneamente di immersione nella dimensione emotiva e di riflessione grezza sugli aspetti culturali. Insomma, un viaggio nell'astrazione, a cui potremmo però decidere di dare concretezza, condividendo quel che abbiamo capito mediante VideoAnt. Messo a disposizione gratuitamente sui propri server dall'Università del Minnesota, VideoAnt è un'applicazione Web per l'annotazione dei filmati digitali immagazzinati in rete, di utilizzo molto semplice e immediato, che consigliamo a tutti coloro che fossero interessati a far “esplodere” il tessuto culturale che circonda e innerva i video. Diventa possibile proporre a se stessi e ai propri studenti una modalità comunicativa davvero stimolante e nuova, che realizza prodotti culturali del tutto originali. In VideoAnt si sceglie un filmato, si copia e incolla l'url e si viene accolti in un ambiente di lavoro dove è possibile mettere in pausa il filmato stesso e associare a quel punto del flusso un breve testo, che potrà contenere una spiegazione, un commento, un approfondimento e così via; l'insieme delle nostre annotazioni comparirà in modo sincronizzato accanto al filmato. Se lo desideriamo, potremo invitare altre persone a vedere il risultato del nostro lavoro, inviando loro via posta elettronica l'indirizzo di rete su cui esso sarà stato collocato.

Marco Guastavigna

Insegnante nella scuola secondaria di secondo grado e formatore. Tiene traccia della sua attività intellettuale in www.noiosito.it.

 
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