“Un e-book non è solo un PDF”. “Non si può studiare su un monitor: è evidente!”. “Io non posso rinunciare al piacere di sfogliare la carta”. “Rivoluzione a metà”.

profumolibriPotrei continuare a lungo l'elenco dei pareri stereotipati che i neo-integrati e i post-apocalittici scagliano gli uni contro gli altri ogni qual volta la grancassa mediale si mette in moto intorno al tema dei libri digitali per la scuola. In occasione, poi, dell'ultimo decreto ministeriale il rumore di fondo è davvero assordante, come testimoniano interpretazioni assolutamente in contrasto tra loro: c'è chi sostiene che ha avuto successo una sorta di moral suasion dell'inquilino di Viale Trastevere (ma sì, spendiamoci un altro stereotipo) nei confronti degli editori, chi riferisce di una sorta di guerra aperta. Insomma, al solito c'è molto spazio per opinioni inutili e quindi a maggior ragione per la mia.
A mio giudizio, un e-book e un e-book di testo - ovvero un “libro digitale” destinato alla scuola - sono prodotti culturali diversi tra loro, così come i loro predecessori tradizionali. E le due espressioni non sono quindi equivalenti da nessun punto di vista.
Il libro di carta è un prodotto culturale destinato alla lettura per l'intrattenimento o per l'acculturazione personale da parte di soggetti auto-diretti, che decidono da soli se leggere (quando per esempio ricevano un regalo), cosa leggere, quando leggere, per quanto tempo leggere. E con chi parlare – eventualmente – di ciò che hanno letto.
Il libro di testo di carta è invece un prodotto culturale destinato a favorire l'apprendimento formale da parte di soggetti etero-diretti, che “leggono” (e “studiano”, ovvero cercano di apprendere – sempre che ne abbiano voglia) ciò che altri hanno deciso per loro, secondo tempi decisi da altri, e che devono svolgere una serie di attività (tra cui riferire su ciò che hanno letto) sempre frutto di altrui volontà. Il contenuto dei libri di testo è infatti definito in base a canoni culturali collettivamente riconosciuti sul piano storico-sociale e istituzionale ed è soggetto e oggetto di attività di mediazione didattica a intensità e metodologia variabile, a seconda degli ordini di scuola e delle età dei destinatari. Su questo aspetto il contributo delle case editrici è con ogni evidenza fondamentale. Il libro di testo – se gestito in modo corretto, ovvero senza lobby e cartelli di mercato – potrebbe addirittura svolgere un importante ruolo di garanzia politico-culturale, nella direzione della democrazia culturale, dell'inclusione e quindi dell'interesse generale della comunità.
Passiamo ora ai discendenti digitali, per cui non cambiano destinatari e condizioni di fruizione.
Degli e-book (intesi come e-narrativa ed e-saggistica) sono chiari e evidenti gli aspetti fondamentali;
- modelli tecnici di produzione e fruizione, in particolare per quel che riguarda il rapporto tra formati e dispositivi;
- modelli di distribuzione, che può essere commerciale o free; la discussione sulle implicazioni di queste scelte è accesa, ma le due diverse linee di indirizzo sono chiare.
Degli e-book di testo, invece, allo stato attuale non sono per nulla chiari e tanto meno condivisi:
- modelli culturali;
- modelli autoriali;
- modelli relativi alle attività di mediazione didattica;
- modelli relativi al diritto d'autore, alle Creative Commons Licenses e così via.
Nella sostanza, per quanto riguarda i libri digitali a scuola mancano uno schema editoriale chiaro e  piani di business sostenibili da imprese e consumatori, i quali ultimi non hanno certo interesse a che si metta in moto un meccanismo del tipo: “Poco pagare per poco capire”.
Il decreto del ministro, insomma, fa notizia, ma non è affatto una buona notizia: oltre a confusione sui media, esso genererà infatti fretta negli addetti ai lavori. E quindi mancherà lo spazio per concepire e realizzare prodotti culturali davvero innovativi, ovvero capaci da una parte di utilizzare la dimensione digitale per incrementate l'efficacia della mediazione didattica, e dall'altra di integrarsi nel contesto a cui si propongono senza essere costretti a minacciare gli insegnanti con insostenibili e controproducenti rotture epistemologiche e professionali.

Marco Guastavigna

Insegnante nella scuola secondaria di secondo grado e formatore. Tiene traccia della sua attività intellettuale in www.noiosito.it.

 
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