Eccoli! Annunciati a dire il vero già da un po’, sono stati finalmente pubblicati i vari accordi tra il MIUR, le Regioni interessate e i diversi Uffici scolastici regionali in merito al Piano nazionale per la Scuola Digitale 2013; quello stipulato in Piemonte, per esempio, prevede l’attivazione di 120 classi 2.0 e di una (1) scuola 2.0. Nel primo caso saranno selezionati a mettere in atto attività didattiche e a organizzarsi intorno ad un uso diffuso e quotidiano delle strumentazioni digitali gruppi omogenei di allievi (non più di 2 classi per istituto, però); nel secondo un’intera unità scolastica.

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Il darwinismo digitale è quindi di nuovo in azione. In assenza della possibilità economica (ma anche della volontà politico-culturale) di finanziare tutti, ancora una volta si sceglie il meccanismo del bando di concorso, per poi celebrare - magari sui media o in qualche convegno, severamente interdetto alle menti critiche - le “magnifiche sorti e progressive” dei vincitori e dimenticare l’ulteriore digital divide imposto ai perdenti. I criteri per la valutazione delle candidature ono inequivocabili: un patrimonio di esperienze significative e il possesso di un’infrastruttura di qualità sono caratteristiche premianti.
Oltre a questo, è necessario avere un'Idea 2.0 (sic!), base per progettare percorsi formativi innovativi. Siccome il concepimento e lo sviluppo di “idee” in regime concorrenziale mi appaiono comprensibili nel modello operativo e culturale dell’impresa, ma mi provocano l’orticaria se richiesti ai luoghi di formazione dei (giovani) cittadini, ho pensato di attenuare il mio disagio con un rapido elenco dei valori che può aggiungere alla didattica quotidiana l’impiego delle tecnologie digitali, così come attualmente esse si configurano. Si tratta di concetti organizzatori per l’arricchimento della didattica, che possono coinvolgere – e convincere che ne vale la pena - tutti gli insegnanti e tutti gli studenti. Metterli in pratica costituirebbe di per sé un’innovazione culturale strategica e strutturale, potenzierebbe tutte le azioni didattiche e formative già in atto e - soprattutto - non richiederebbe accelerazioni e forzature metodologiche, facilitando la condivisione, il confronto e la verifica di efficacia e fattibilità.

In estrema sintesi, infatti, l’impiego diffuso e quotidiano di strumentazioni e risorse digitali offre infatti queste opportunità:
-    flessibilità del supporto, con la possibilità di impostare tutte le attività di elaborazione –dalla scrittura, al calcolo, fino al disegno tecnico - in prospettiva esplicitamente propedeutica;
-    dimensione multimediale, con la possibilità di incrementare e integrare quantitativamente e qualitativamente i canali per l’insegnamento e l’apprendimento;
-    ipertestualità dei percorsi, con la possibilità di rappresentare e praticare la complessità e la dinamicità dei percorsi di costruzione della conoscenza;
-    accesso alla rete Internet, con la possibilità di avere in aula “accesso diretto al mondo”, con particolare riferimento alle proiezioni degli enti e delle istituzioni – nazionali ed esteri – che producono cultura nel campo di riferimento della disciplina e in quelli contigui;
-    pratica costante e intenzionale della media education, con la possibilità di sollecitare un accesso consapevole e critico alle risorse di rete, sulla base di obiettivi di ricerca negoziati tra adulti e giovani e sostenibili dagli studenti;
-    riflessione sul diritto d’autore, sulle Creative Commons Licenses e in genere sui modelli di fruizione culturale tradizionali e “aperti”, compresi quelli del movimento opensource.

Marco Guastavigna

Insegnante nella scuola secondaria di secondo grado e formatore. Tiene traccia della sua attività intellettuale in www.noiosito.it.

 
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