Nel "Manifesto del nuovo realismo" il filosofo Maurizio Ferraris accusa il postmoderno di aver portato con sé, nei suoi esiti, un populismo mediatico nel quale si è preteso di far credere qualsiasi cosa, quando se n’è avuto il potere (p. 6). L’idea chiave del postmoderno, sostiene Ferraris, riassunta nello slogan “non ci sono fatti, solo interpretazioni”, nella cultura occidentale si è affermata a tal punto che la realtà non ha potuto più fungere da punto di confronto e misura e si è affermato il principio: “la ragione del più forte è sempre la migliore”. Su queste basi, sottolinea Ferraris, si è innestato un populismo che ha beneficiato di un sostegno ideologico potente, ma involontario, da parte del postmoderno.


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Ritorcendo contro Ferraris la parola “populismo”, nel pamphlet curato da Donatella Di Cesare, Corrado Ocone e Simone Regazzoni, gli autori del testo hanno concluso che, come dice il titolo: Il nuovo realismo è un populismo. Essi infatti hanno spiegato che in filosofia il populismo è una “banalizzazione del pensiero che mira a riscuotere il consenso del vasto pubblico” (p. 5). L’accusa del libro al nuovo realismo è pesante: “Animato da propensioni demagogiche, attraversato da una vena autoritaria, anche nelle sue vicissitudini storiche il populismo si rivela dogmatico e a tratti intollerante” (ivi). Gli autori ci tengono comunque a distinguere il populismo dalla popolarizzazione, questa sì accettabile perché svolge l’utile funzione di spiegare ai molti ciò che è difficile, senza “sacrificare la complessità del pensiero, il rigore dell’argomentazione, la creatività concettuale” (ivi).

Si vede subito che il termine è usato in Ferraris e nei suoi critici in due accezioni diverse. In Ferraris esso sta a designare una prassi di potere la quale si rende egemone attraverso il consenso delle masse, guadagnato principalmente con l’esercizio di una comunicazione svincolata dalla verità. Nei critici di Ferraris l’espressione va a designare uno stile che predilige la banalizzazione e la semplificazione estrema al fine di attirare facili consensi e di affermarsi in maniera che essi giudicano ultimamente autoritaria.

Mi piacerebbe segnalare l’esistenza di un terzo uso del termine “populismo”. Esso infatti designa quell’approccio alla filosofia (ma non solo) in cui non ci si misura con le cose, ma si usano slogan per mettere “al loro posto” gli interlocutori. Secondo questo approccio, non serve dimostrare che uno abbia torto, né che abbia ragione: basta qualificarlo con uno slogan un po’ maligno e ben azzeccato per metterlo in difficoltà, per segnarlo a pubblico ludibrio, per chiudere i conti con lui. Nelle scienze sociali si direbbe: per lanciare uno stigma su di lui. Si tratta di una pratica usata da certi comici di oggi, che liquidano un uomo con una sola parola (chissà come mi vengono ora in mente “Psiconano” e “Gargamella”), ove il sorriso diventa presto scherno. Non vorrei che questo stile si diffondesse anche in filosofia, nemmeno nella filosofia più coinvolta dialetticamente. Certo non sto insinuando che Il nuovo realismo è un populismo sia un lavoro populista, altrimenti sarei io stesso vittima del mio caveat, non avendo fin qui fornito alcuna analisi dettagliata e fondata su fatti. Ci tengo solo, con tutta la leggerezza di cui sono capace, a mettere in guardia me stesso e il mio lettore dalle facili tentazioni del pensiero che, quando è pigro e impegnato al contempo, rischia di imboccare scorciatoie “furbe”, ancorché deprecabili.

Gian Paolo Terravecchia

Cultore della materia in filosofia morale all'Università di Padova, si occupa principalmente di filosofia sociale, filosofia morale, teoria della normatività, fenomenologia e filosofia analitica. È coautore di manuali di filosofia per Loescher editore. Di recente ha pubblicato: “Tesine e percorsi. Metodi e scorciatoie per la scrittura saggistica”, scritto con Enrico Furlan.

 
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