Un – freddo – rapido commento a caldo è indispensabile. Anche se molti dei nostri concittadini avranno probabilmente vissuto con maggiore tensione e interesse il countdown relativo alla scadenza del calcio-mercato, è finalmente terminata, con il rilascio delle linee guida sulla scuola – sulla Buona Scuola, anzi – anche la serie di anticipazioni, smentite e indiscrezioni che ha riempito negli ultimi periodi le cronache.

Il “rapporto” – questa la definizione ufficiale – è scaricabile in toto o per capitoli e chi vuole può anche prenotare il proprio coinvolgimento nella prevista consultazione, lasciando il proprio indirizzo di posta elettronica. Per ora, in ogni caso, il messaggio promozionale del presidente del Consiglio dei ministri visibile sul canale di Palazzo Chigi di Youtube vede disabilitata la possibilità di lasciare la propria opinione.
La veste grafica del documento – oscillante tra il libro di fiabe e quello di ricette – a prima vista non consente di cogliere il grado di impegno necessario per la sua lettura da parte di chi volesse formarsi un'opinione circostanziata e dare un contributo significativo.
Sempre sul sito, fortunatamente, è disponibile al download una sintesi di una pagina, che raccoglie i punti fondamentali. Non si può non essere colpiti dal fatto che essi siano dodici, il doppio dei capitoli: le pratiche innovative di questa generazione di “politici” sembrano quindi intenzionate a rottamare anche molti tra gli amanti della cabala, per lo meno quelli che si attendevano il tradizionale decalogo.
Propongo ora qualche prima considerazione di merito, scelta tra quelle possibili in questo contesto, rimandando appunto ragionamenti più articolati a una lettura più approfondita.
La mia curiosità si è ovviamente indirizzata alle affermazioni in merito alle tecnologie di comunicazione. Della Buona Scuola non potevano non essere protagonisti i “Nativi Digitali”, concetto molto discusso e criticato, a cui però il documento assegna invece un significato assoluto e condiviso da tutti gli adulti. I quali però – e qui sta la sorpresa – cadrebbero con l'uso di questa espressione in un errore educativo davvero grave, suggerire che i ragazzi “non abbiano bisogno di essere formati al digitale”.
Avverte il rapporto che invece: “quella digitale è una rivoluzione della conoscenza che va ben oltre la tecnologia, e tocca il modo in cui il sapere si crea, si alimenta, e si diffonde, imponendo una riflessione profonda sui modi, sugli strumenti e sulle fonti che i nostri giovani utilizzano per imparare, per informarsi, per lavorare”.
È necessaria quindi un'alfabetizzazione digitale: “la scuola ha il dovere di stimolare i ragazzi a capire il digitale oltre la superficie. A non limitarsi ad essere 'consumatori di digitale'. A non accontentarsi di utilizzare un sito web, una app, un videogioco, ma a progettarne uno”.
Ed ecco quindi la – per nulla originale, a dire la verità – strategia individuata: insegnare ai giovani come programmare, partendo dalla primaria, dove “vogliamo che nei prossimi tre anni in ogni classe gli alunni imparino a risolvere problemi complessi applicando la logica del paradigma informatico anche attraverso modalità ludiche (gamification)”. Tanto più che “programmare non serve solo agli informatici. Serve a tutti, e serve al nostro Paese per tornare a crescere, aiutando i nostri giovani a trovare lavoro e a crearlo per sé e per gli altri”.
Nella scuola secondaria, inoltre, questo bisogno di essere “produttori digitali” sarà un programma per “Digital Makers”: mai rinunciare a un concetto anglicizzato, che consente di mascherare la genericità dell'analoga espressione in lingua madre! E così: “Concretamente, ogni studente avrà l’opportunità di vivere un’esperienza di creatività e di acquisire consapevolezza digitale, anche attraverso l’educazione all’uso positivo e critico dei social media e degli altri strumenti della rete. E imparando a utilizzare i dati aperti per raccontare una storia o creare un’inchiesta, oppure imparando a gestire al meglio le dimensioni della riservatezza e della sicurezza in rete, o ancora praticando tecniche di stampa 3D. Questo servirà a rafforzare le ore di Tecnologia e di Cittadinanza e Costituzione nella scuola secondaria di primo grado, quelle di Informatica nei licei scientifici e negli istituti tecnici e professionali, promuovendo inoltre la contaminazione con ogni altra disciplina”.
Ciò che lascia più perplessi in questo elenco in stile “di tutto, di più” è il fatto che tra le priorità formative, pensate per studenti che tuttora sono chiamati a scrivere su carta i propri elaborati, usando penne stilografiche e biro, sia collocata, più che l'acquisizione delle tecniche del word processing (in cui le capacità in gioco sono quelle del soggetto ), la riproduzione fisica, materiale, di modelli tridimensionali (dove invece a essere “capace” è lo strumento).
Forse questo strampalato inserimento è però un modo sottile per catturare il consenso di quella parte di parlamentari della Repubblica che ha fatto delle potenzialità della stampa a 3D una delle sue bandiere ideali.
O forse è un'indicazione di superficialità, direzione verso la quale spinge anche l'uso ripetuto, nell'ambito delle proposte del rapporto in merito gestione della documentazione e delle pratiche amministrative tipiche della scuola, del concetto di “smaterializzazione” (perdita della materialità da parte di un oggetto, concetto ai confini tra magia, illusionismo, arte e fantascienza) al posto di quello corretto di “dematerializzazione” (concetto invece ufficiale e corrente).

Marco Guastavigna

Insegnante nella scuola secondaria di secondo grado e formatore. Tiene traccia della sua attività intellettuale in www.noiosito.it.

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