I libri di scuola come calzature che vanno al passo con i tempi. Riflessione semiseria nata da una mail (vera) e da una scrivania troppo ordinata.

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Una scrivania ordinata può suscitare ammirazione, certo. Ma può anche causarvi qualche problema. Infatti se avete una scrivania ordinata, probabilmente sarà ordinata anche la vostra libreria, così come la vostra dispensa e pure la vostra scarpiera. Quindi, prima o poi, qualcuno (familiare, amico, collega) guardandovi con sopracciglio inarcato vi farà notare che siete “disgustosamente ordinati”. Ribattete che non ci potete fare niente, che voi siete fatti così. Ma questo non basta per scacciare lo sguardo perplesso che l’interlocutore continua a far passare tra la vostra persona e l’oggetto del suo sgomento. Ricorrete allora a uno psichiatra che conoscete, il quale vi spiega con noncuranza che il vostro è un comunissimo caso di ossessione. A questa parola, che non vi lascia indifferenti, saltate su spiegando che anche da piccoli eravate così: ne è la prova che alle elementari le matite, nell’astuccio con gli elastici, le riponevate in rigorosa scala cromatica. Niente da fare: lo psichiatra spiega compassato che quella è una comune forma di ossessione infantile.

A questo punto non vi rimane che tenervi la vostra ossessione e mettervi alla scrivania. Qui dovrete riporre, se non l’avete già fatto, le schede, i programmi, i planning, così come i leaflet, i flyer e tutte le diavolerie che vi siete portati appresso dalla riunione agenti. Quando ogni cosa ha trovato il suo posto, non potete esimervi dal mettere mano alla pila di mail che vi siete diligentemente stampati. E dopo averne smaltite un po’ non potete evitare quella che ora sta in cima a tutte: la mail di Paolo D. Paolo D. non è un autore né un agente né un redattore. E non è nemmeno un insegnante: no, Paolo D. è uno studente. Ha dodici anni. Ed è con la freschezza propria della sua età che vi fa notare come nel libro su cui studia qualche errorino c’è. Allora gli spiegate subito che avete già corretto per la ristampa, ma che – a monte – i libri, “nonostante la cura e la competenza delle persone coinvolte nel realizzarli”, possono presentare qualche imperfezione. È quello che accade con i prodotti artigianali, perché nonostante le apparenze (le tecnologie, i computer e il correttore automatico) i libri sono ancora tali: un po’ come un vestito fatto a mano o, un tempo, un paio di scarpe. Ma è proprio sulle scarpe che Paolo D. vi coglie in castagna. Per la sua logica – lineare e stringente – non è ammissibile che tentando di insegnargli una lingua straniera (una di quelle brutte, difficili e cattive) gli venga proposto di esercitarsi su una frase a suo parere ridicola e senza senso: “Le scarpe sono fuori moda”. Le scarpe non sono mai fuori moda, obietta lui. Infatti nessuno va in giro scalzo, argomenta. E per certi versi il ragionamento non fa una piega. Ma solo per certi versi, perché a ben vedere – spiegate voi – questa frase è soltanto un esempio: non ci interessa il suo contenuto, ci serve per imparare una regola (Sabatini docet, come suggerisce la collega coinvolta a ragionare sullo strano caso delle scarpe di Paolo D.). E poi, continuate, quando avremo imparato a dire questa stupidaggine potremo passare a una frase più complessa e soprattutto dotata di maggior senso: per esempio, “Queste scarpe sono fuori moda”.

Così potreste quasi archiviare Paolo D. e la sua mail, se non fosse che quelle scarpe adesso vi camminano dentro la testa. E vi fanno pensare a come ciascuna pagina, ciascuna riga, ciascuna frase di ogni libro che licenziate finisce davvero per essere compulsata, compitata e vissuta da uno studente. E allora il libro stesso vi appare come un paio di scarpe creato ad hoc per far camminare quello studente e condurlo a una certa meta grazie alla foggia più adatta alle sue esigenze e a quelle dei tempi. Dunque tanti libri, tante scarpe. Perciò ora state pensando a tutte le varietà di calzature che conoscete, partendo dal set a voi più noto (diremo, a caso, dalla ballerina al tacco 12), per poi passare morettianamente in rassegna molti altri generi fino a spingervi alle scarpe buffissime dei piccoli che muovono i primi traballanti passi, a quelle da trekking inzaccherate di terra, a quelle dalla suola in velluto della ballerina di tango. E più oltre pensate ai calzari di Mercurio, alla scarpetta di Cenerentola e alle scarpe di Magritte, quelle più belle di tutte, che finiscono per diventare tutt’uno con il piede che le calza. Così, senza avventurarvi nella filosofia spesa sulle scarpe di Van Gogh, vi immaginate artigiani attenti al dettaglio, alla singolarità della calzatura che sta prendendo vita tra le scartoffie rigorosamente allineate sulla vostra scrivania.

E mentre riponete la mail di Paolo D. nella cartellina della posta evasa, vi ritrovate a pensare che in ogni loro foggia (cartacea, digitale, elettronica o chissà che altro) anche questi libri – come le scarpe – no, non saranno mai fuori moda.

Chiara Romerio

Redattrice presso Loescher Editore.

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