Quand’è che convincere è manipolare? Ho avuto modo di scrivere su judo verbale (qui) e aikido verbale (qui e qui): entrambi presentano tecniche per convincere gli altri. Di per sé – si giustificano i fautori di questi stili di argomentazione –il semplice fatto di convincere gli altri non è manipolare, o almeno non è moralmente riprovevole: avviene continuamente e nessuno se ne scandalizza e anzi è facile mostrare che, a volte, riuscire a convincere qualcuno può persino salvare delle vite umane.

Otello-Monticelli-con-burattini-e-marionette1Si pensi, ad esempio, al caso in cui Thompson convinse un padre affetto da uno stato mentale alterato a non uccidere il proprio figlio (cfr. Verbal Judo pp. 133-136). Il parallelismo con le arti marziali classiche è calzante: come il fatto di imparare a combattere pare di per sé non aver nulla di immorale, così il fatto di imparare a persuadere sembra essere moralmente neutro. Fin qui, si direbbe, le cose sono semplici e abbastanza pacifiche. Tutto si complica però quando ci si chiede quali siano i criteri per identificare un’azione come manipolatoria: così, dalla teoria dell’argomentazione si entra nell’etica.

Si può pensare che per qualificare un’attività come manipolatoria basti che essa sia finalizzata a compiere il male di colui che viene manipolato. Non è detto che sia così, però. Per cominciare, si deve riconoscere che si può manipolare qualcuno non tanto per suo danno, quanto per danno di terzi. In secondo luogo, va riconosciuto che si può manipolare qualcuno, anche se l’atto manipolatorio non comporta alcun danno per la persona manipolata, ma “solo” vantaggi per il manipolatore. Di entrambe le pratiche sono maestri i cortigiani di ieri e di oggi. In ogni caso, per identificare la manipolazione come tale, il criterio del danno per il manipolato non è sufficiente, né necessario.

Mi pare vi siano almeno 3 condizioni che si devono verificare, perché si parli di manipolazione. A prima vista possono risultare ostiche, ma le considerazioni che le seguono dovrebbero aiutare a capire:
I - Vi devono essere dei fini (F) che il manipolatore (M) persegue nel convincere, ma che non condivide, esplicitandoli, col manipolato (m).
II – Bisogna che si verifichi quanto segue: m non sarebbe disposto ad agire come M vuole da lui, se solo conoscesse F in sé o F in quanto fini di M. III – Bisogna che M conosca la circostanza descritta in II, o che almeno la ritenga probabile e che nondimeno agisca.
Nella manipolazione l’azione manca di trasparenza, intrinsecamente e, inoltre, vi è l’intento di ingannare, come si capisce da III. Se però a guidare la non trasparenza di chi cerca di convincere fosse solo una forma di pudore o di reticente delicatezza nell’esplicitare le proprie finalità, questo non basterebbe certo a fare dell’azione qualcosa di riprovevole: ciò chiarisce l’importanza di II e III. Per esempio, per non umiliare un povero, potrei convincere un ricco a darmi dei soldi per aiutarlo, senza rivelargli il nome del beneficiato. In quest'azione però non manipolerei il ricco, perché questi, anche se conoscesse l’identità del beneficato, sarebbe senza dubbio ancora pienamente disposto ad aiutare. Il mio atto non sarebbe una manipolazione, perché II non è soddisfatta e a maggior ragione III. La condizione III serve poi a distinguere tra un atto di riprovevole manipolazione e l’atto di qualcuno che è solo superficiale, o riservato, non rivelando tutte le sue intenzioni. Al contrario, per fare un esempio chiaro di manipolazione, il terribile Riccardo III, il personaggio di Shakespeare, cerca di manipolare Lady Anna. Lui vuole convincerla a sposarlo e lo fa per il solo gusto malvagio di avere la donna a cui ha portato via il marito. Egli può riuscire nel proprio intento solo celando le vere intenzioni che lo muovono: I, II, III sono soddisfatti.

Ora però torniamo a Thompson, che convince l’uomo a non uccidere il proprio figlio. Egli fa credere all’altro che intende far esorcizzare il ragazzo, dato che l’uomo – nella sua follia – lo riteneva posseduto. Si tratta di una tattica, per convincere l’uomo a lasciare il ragazzo: Thompson non ha la minima intenzione di farlo esorcizzare e sa perfettamente che, se l’altro lo sapesse, ucciderebbe il figlio. Secondo quanto ho detto sopra, dunque, Thompson effettivamente manipola l’uomo. Si tratta di un atto moralmente riprovevole? Non più che se – non avendo tempo per altro – facendole lo sgambetto, si costringesse intenzionalmente una persona ad abbassarsi, così da evitarle la pallottola che si sa diretta alla sua testa. Thompson stesso, del resto, conclude scrivendo: “L’ho fatto per un bene più grande” (p. 136).

Gian Paolo Terravecchia

Cultore della materia in filosofia morale all'Università di Padova, si occupa principalmente di filosofia sociale, filosofia morale, teoria della normatività, fenomenologia e filosofia analitica. È coautore di manuali di filosofia per Loescher editore. Di recente ha pubblicato: “Tesine e percorsi. Metodi e scorciatoie per la scrittura saggistica”, scritto con Enrico Furlan.

 
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