Nel 2003 è uscito, a cura di Marco Bersanelli e Mario Gargantini, un volume dedicato allo stupore individuato come ciò che è all’origine della scienza. Il titolo del volume è tanto suggestivo quanto, a mio parere, infelice: Solo lo stupore conosce. Come spiegato dai curatori nell’introduzione (p. xiii), l’espressione è da loro ripresa da Gregorio di Nissa.

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Senonché, a costo di essere pedanti, bisognerà ricordare che lo stupore non conosce nulla: a conoscere è sempre e solo l’uomo. Si dirà che la frase non va presa alla lettera, che è solo un modo di dire. Può darsi. Però se quel modo di dire viene preso sul serio, si giunge a conclusioni epistemologiche e antropologiche improprie, se non addirittura false. Ciò avviene di frequente in quel libretto. Lo stupore, invece, non conosce e non spinge di per sé a nulla. Si tratta di quello stato afasico, di quello stato d’animo che non ha ancora intellettualizzato, reso giudizio, la sorpresa. Esso si esprime in suoni vacui, come “ohh” (con molte acca che portano il suono al silenzio) e “wow”, suoni vocalici quasi l’esito dello stato dell’avere la bocca aperta, dell’essere senza parole. Lo stupore è una condizione coscienziale in cui la sorpresa è ancora disarmata, priva di strumenti concettuali classificatori, ermeneutici. Lo stupore è quel sentimento che è suscitato dall’urto con una realtà imprevista, la quale eccede le attese e le schianta. Esso, insomma, è quello stato in cui ci si trova quando qualcosa ci sorprende, mostrando che il mondo è altro, è di più, è oltre tutte le possibilità di cui eravamo pronti a tenere conto. Bersanelli e Gargantini nel loro libro facevano comunque benissimo a elogiare lo stupore: restando in contatto con la propria esperienza stupita, non censurandola, non dimenticandola, non lasciandola cadere come un’esperienza tra altre è possibile trovare uno stimolo prezioso, forse insostituibile, per capire meglio il mondo. Lo stupore non va dimenticato, va preso sul serio dal ricercatore a costo di doversi rimettere dolorosamente in discussione, a costo di dover rinunciare alle proprie credenze più care. Si vede però che lo stupore non è il protagonista del percorso che va verso la conoscenza. Da esso potrebbe tranquillamente non seguire nulla, essendo esso solo la presa d’atto di una novità insopprimibile, al di fuori delle categorie, delle attese, nulla di più (anche se nulla di meno).

La condizione afasica dello stupore lo rende qualcosa di altro, d’irriducibile alla filosofia. Se ho ragione, il libro di Jeanne Hersch, Storia della filosofia come stupore (L’étonnement philosophique. Une histoire de la philosophie), è un colossale errore, è l’esito di un fraintendimento rispetto al quale Aristotele credo abbia delle responsabilità (qui quanto ho scritto al riguardo). Alle attese che hanno reso possibile lo stupore seguono nella mente curiosa la filosofia, la scienza o la teologia. In un modo o nell’altro, si tratta di sforzi esplicativi sostenuti dalla riflessione. Quando ci sono questi, quello cessa, non ha ragione di essere, se non come sorgente sotterranea che spinge lo spirito inquieto a cercare nuove vie per razionalizzare lo stato d’animo che nasce dall’urto del mondo sulle proprie attese.

 

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Molti trattano stupore e meraviglia come sinonimi. A me pare che vi sia una differenza, anche se sottile e sfumata. La meraviglia, rispetto allo stupore, è quel momento in cui quest’ultimo trova modo di darsi una formulazione verbale che va dal “che meraviglia!”, al “mi meraviglio che…”. La meraviglia è l’espressione diretta dello stupore, è la comunicazione di un vissuto, di un’esperienza in cui si esprime una forma di sorpresa per qualcosa che non ci si aspettava, o non si pensava che sarebbe stata così. Dalla meraviglia, di per sé, non segue nulla. Essa non causa alcunché, come del resto lo stupore.

Il motore della ricerca non è lo stupore: da Aristotele a Hersh gli studiosi sono caduti in una fallacia di non causa pro causa. Ciò che invece mette in moto la ricerca è la curiosità, cioè la volontà di uscire dallo stupore, di trovare una soluzione al rompicapo, di mostrare alla mosca la via d’uscita dalla bottiglia. Bisogna non accontentarsi, bisogna essere spiriti inquieti che non si placano con l’emozione del momento, che esigono un di più che il vissuto afasico non dà, né sa dare.

Ne seguono conseguenze pedagogiche rilevanti. Buon insegnante non è, prima di tutto, colui che sa stupire: anche un buon intrattenitore ne è capace. A chi, tra gli insegnanti, non è capitato di vedere prima o poi davanti a sé occhi sbigottiti, volti pieni di meraviglia? Quando ha poi egli scoperto che nulla si è messo in moto, che in quegli spiriti lo stupore ha lasciato spazio al tran tran, alla ripetizione meccanica, all’acquiescenza alle supposte richieste dell’autorità docente, avrebbe dovuto stupirsi dell’inutilità dello stupore, della sua inconcludenza. Aristotele ci ha però anestetizzato: non eravamo capaci di stupirci dell’infertilità dello stupore, perché pensavamo che non potesse essere ciò che pure avevamo sotto gli occhi. Resta il fatto che, in quei casi, negli allievi nulla è seguito, nessuno si è messo in moto, gli spiriti, che pure erano stati toccati, non han intrapreso alcun cammino. D’altra parte, l’autentica curiosità (non già il fatuo domandarsi pettegolo da cui Heidegger mette in guardia) sorpresa nello studente costituisce un forte indizio della maestria di chi a quello studente ha insegnato.

La conoscenza nasce insomma non già dallo stupore, ma dalla curiosità capace di un’indifesa e sincera fedeltà allo stupore. Bisogna sapersi liberare di Aristotele che ci è stato e ci è maestro.

Gian Paolo Terravecchia

Cultore della materia in filosofia morale all'Università di Padova, si occupa principalmente di filosofia sociale, filosofia morale, teoria della normatività, fenomenologia e filosofia analitica. È coautore di manuali di filosofia per Loescher editore. Di recente ha pubblicato: “Tesine e percorsi. Metodi e scorciatoie per la scrittura saggistica”, scritto con Enrico Furlan.

 
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