Il passo in cui Aristotele asserisce che la filosofia nasce dalla meraviglia è celeberrimo: “Gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia” (Metafisica, A, 2, 982b, trad. it. di Giovanni Reale). Egli, di seguito, spiega la cosa sostenendo che chi prova dubbio e meraviglia riconosce di non sapere e la filosofia sarebbe dunque nata dal desiderio di liberarsi dall’ignoranza. Vorrei provare ora a mettere in dubbio questa spiegazione del rapporto tra meraviglia e filosofia, sostenendo che ciò che avviene davvero è esattamente il contrario.

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Provo a fare tre esempi. Quando studiai gli atomisti, venni a conoscere gente che ritiene che la realtà sia composta di “mattoncini” che si aggregano e si separano. Mi guardavo attorno e ciò che mi era sempre sembrato ovvio e familiare, acquisiva, sotto questo paradigma, nuovo fascino. Tutto era lo stesso, eppure era diverso! Quando studiai la prova ontologica dell’esistenza di Dio, fui pieno di meraviglia: dal concetto stesso di Dio si ricava, per via argomentativa, l’esistenza di Dio come conclusione necessaria. Nonostante le critiche di Gaunilone e di Kant a questa prova, l’argomento era straordinariamente stimolante. Quando, per fare un ultimo esempio, venni a conoscere della critica di Popper ai neopositivisti, rimasi meravigliato all’ennesima potenza.
Come è noto, egli rileva che se scienza è ciò che è verificabile e ciò che non è verificabile è metafisica, il principio di verificazione, non essendo verificabile, non è scienza e perciò è metafisica.


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Ne segue che i neopositivisti, ponendo il principio di verificazione alla base della scienza, fondano questa sulla metafisica che pure volevano bandire. Popper aveva visto qualcosa che ad altri era sfuggito, qualcosa che avevo avuto sotto il naso, senza saperlo scorgere, per tutto il tempo che avevo studiato il neopositivismo logico. Strepitoso!
Sulla base di questi esempi, mi si potrà ribattere, ho solo dimostrato che la meraviglia, talvolta, nasce dalla filosofia. Gli esempi illustrano che ci si meraviglia perché si guarda con occhi diversi alle cose familiari, perché si coglie il fascino di idee straordinarie e perché si scorge finalmente ciò che si aveva davanti e non lo si era visto prima. Aristotele non ha però detto che la filosofia non possa far nascere la meraviglia, quindi i miei esempi non provano nulla. Ovviamente tale obiezione coglie il segno, o meglio lo coglierebbe se io ritenessi, forniti gli esempi, esaurito il mio argomento. Se la si accetta però mi si concede che, almeno a volte, dalla filosofia nasce la meraviglia. Non è molto, ma per me è un inizio.
Facciamo un nuovo passo. Cosa succede quando ci meravigliamo? Qualcosa ci suscita quel sentimento perché ci apre nuove prospettive, ci affascina, ci rende manifesto ciò che pure era già palese.


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Poteva una cosa del genere avvenire se noi non avessimo avuto attese e credenze circa ciò che ci meraviglia? Penso proprio di no: non c’è ragione di meraviglia per qualcosa che apprendiamo simpliciter. Se ci si meraviglia è sempre perché qualcosa colpisce la nostra attenzione, perché non ce lo aspettavamo, o non ce lo aspettavamo così. Diciamo, ad esempio: “mi meraviglio che tu sia a casa, non dovevi essere al lavoro?”. Abbiamo un’attesa che si è rivelata falsa e non sappiamo come spiegarci la cosa. Diciamo che qualcosa è meraviglioso perché si stacca dal normale, ma possiamo dirlo perché abbiamo una concezione, una filosofia, di ciò che è normale. Quell’attesa sulle cose, la conoscenza del normale, non è altro che una filosofia di come va il mondo, di come sono le cose ordinarie. Essa è assunta forse ingenuamente, forse ideologicamente, talvolta in maniera meditata, però è pur sempre una filosofia, una Weltanschauung, un modo di vedere il mondo, o una sua parte. Dalla meraviglia si continuerà a fare filosofia, ma la filosofia non è causata dalla meraviglia, semmai è il contrario. Ma com’è che Aristotele è giunto a un tale errore?


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Egli capisce bene che c’è un nesso meraviglia-filosofia, ma non identifica il momento iniziale, perché pensa alla filosofia come a un conoscere le cause. Si tratta però di un modo di intendere la filosofia oggi insostenibile e, di fatto, abbandonato. Insomma, se ho ragione, la filosofia non nasce dalla meraviglia, anzi non nasce da niente: l’uomo è filosofo per natura, per propria costituzione. Sta a lui coltivare tale disposizione, rendersi capace di meraviglia, così da vivere, anche per questo, una vita intellettualmente viva, che meriti la fatica di essere vissuta.

Gian Paolo Terravecchia

Cultore della materia in filosofia morale all'Università di Padova, si occupa principalmente di filosofia sociale, filosofia morale, teoria della normatività, fenomenologia e filosofia analitica. È coautore di manuali di filosofia per Loescher editore. Di recente ha pubblicato: “Tesine e percorsi. Metodi e scorciatoie per la scrittura saggistica”, scritto con Enrico Furlan.

 
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