Alcuni imperativi pedagogici ricordano formule paradossali che generano sconcerto e irritazione come “sii spontaneo”, oppure “non pensare a quel che ti dico”.

testapensaSe provi a essere spontaneo, finisci inevitabilmente per assumere pose studiate. Se provi a non esserlo, inevitabilmente trasgredirai. Si tratta perciò di un comando destinato a generare frustrazione. Se provi a non pensare a ciò che ti ho detto, per ottemperare, finisce che ci pensi per accertarti di ottemperare. Se non provi a pensarci, se anche casualmente ottemperi, non lo fai per seguire il comando. Si tratta insomma di comandi ai quali non si può obbedire senza trasgredirli in qualche modo. Non sorprende che essi siano stati indicati come meccanismi che portano all’infelicità.

Ce ne sono di analoghi nel rapporto educativo. Il più clamoroso è “pensa con la tua testa”. Il discepolo che cercasse di seguire questo comando, metterebbe al centro della propria attività un principio pensato con la testa di un altro e quindi tutto ciò che ne seguirebbe finirebbe col trasgredire il comando. Un altro comando è “sii te stesso” che sembra la versione perversa e crudele di “sii spontaneo”: è perverso perché il secondo almeno può essere trasgredito, è crudele perché porta a pensare a cosa si potrebbe fare per trasgredirlo, giusto per il gusto di fare il bastian contrario, ma anche la ricerca più approfondita è destinata all’insuccesso.

La versione sofisticata di “pensa con la tua testa” è “sii critico”. Diversamente dal primo, “sii critico” è meno palesemente paradossale. Però qualcuno che volesse essere critico fino in fondo, dovrebbe criticare anche tale comando.

Le cose davvero interessanti cominciano però, a mio parere, quando si mettono insieme i comandi. Uno importante, per favorire l’apprendimento è “abbi fiducia”. L’altro, lo abbiamo visto, è “sii critico”. Chi insegna ha bisogno della fiducia del discente, perché altrimenti questo non lo segue e lui non può portare il proprio allievo dove è necessario: non c’è percorso di maturazione, se non c’è fiducia. D’altra parte se il percorso ha come fine l’acquisizione del senso critico, proprio l’esercizio della critica porta a una messa in discussione dei contenuti offerti dal maestro e di qui a una sospensione della fiducia. I docenti autoritari tagliano corto, facendo ricorso a soluzioni repressive, ovviamente fallimentari. L’alternativa contraria non è però migliore: l’accettazione passiva della critica può essere tanto distruttiva da bloccare ogni progresso, così che il rapporto educativo si inceppa, perché il maestro manca di autorevolezza. Di solito sono gli stessi discenti a trovare una qualche soluzione. Siamo tutti sopravvissuti a questo conflitto applicando alcune tecniche più o meno creative. Alcuni hanno finto di essere critici, ma hanno conservato la fiducia nei loro maestri. Questi ultimi hanno capito tutto, ripagando i loro “fedeli” discepoli. Entrambi però hanno tradito le regole del gioco. Altri hanno finto di essere fedeli, ma hanno conservato una critica rendendola anche più devastante a motivo del risentimento che la situazione generava in loro. Quando poi hanno potuto affrancarsi dai “maestri”, l’hanno fatto con gioia e senso di rivincita. In questi casi i maestri non hanno scoperto in tempo l’inganno e i discepoli potranno solo disprezzarli e, soprattutto, disprezzarsi per quanto hanno fatto. Altri ancora hanno deciso di essere fiduciosi su alcune cose e critici su altre, così da togliere il conflitto: chi l’ha mai detto che la coerenza è sempre un bene? Si tratta forse della soluzione meno dolorosa, è il trionfo del compromesso, adatto per gli spiriti di poco spessore. Altri, infine, hanno distinto la fiducia nel maestro dalla fiducia nelle idee e, conservando la prima, hanno esercitato la critica sulle idee, spietatamente (che sia questo il senso del parricidio di cui parlava Platone?). Sono questi i più faticosi, quelli che non danno pace, i più imprevedibili, i ronin del pensiero, destinati a vagare senza una causa per cui combattere, eppure pronti a usare la critica su tutto ciò che lo meriti. C’è qualcosa di malinconico in ciascuna di queste soluzioni, ma del resto c’è qualcosa di malinconico nell’acquisizione della maturità.

Gian Paolo Terravecchia

Cultore della materia in filosofia morale all'Università di Padova, si occupa principalmente di filosofia sociale, filosofia morale, teoria della normatività, fenomenologia e filosofia analitica. È coautore di manuali di filosofia per Loescher editore. Di recente ha pubblicato: “Tesine e percorsi. Metodi e scorciatoie per la scrittura saggistica”, scritto con Enrico Furlan.

 
Segui La Ricerca
ultimi tweet

Logo Loescher