Luciano Floridi, in un lungo paragrafo del suo “La quarta rivoluzione”, spiega così le ragioni che lo spingono a dedicarsi con una certa ampiezza al tema dell’istruzione: «Poche cose ci influenzano quanto le nostre reciproche interazioni. E ciò è tanto più vero quando le interazioni hanno carattere pedagogico» (p. 89). La vera questione, secondo l’autore, non è tanto il “come” usare la tecnologia per l’istruzione, diversamente da quanto invece molti sembrano credere in tempi di grande sviluppo tecnologico, quanto piuttosto il “che cosa” insegnare, su cosa puntare. Il merito del testo di Floridi, svolto alla luce della filosofia dell’informazione, è di offrire una risposta originale, svolta a partire da categorie e prospettive concettuali non comuni.Floridi avanza l’ipotesi che in passato i termini “civile”, “colto” e “istruito” potessero essere usati come sinonimi. Essi però sono oggi ben distinti: “civile” riguarda le maniere e i comportamenti di una persona; “colto”, invece, è riferito a colui che prova interesse per la lettura, l’arte e più ampiamente la cultura e le attività intellettuali. “Istruito”, infine, andrebbe a designare la persona che ha completato un percorso di studi negli istituti di insegnamento primario, secondario e terziario. 

Si può usare uno dei tre termini per qualificare una persona, senza che questo comporti alcun impegno a descriverla anche con un altro di essi, men che meno con tutti e tre insieme. La ragione di questa distinzione, sostiene Floridi, è la globalizzazione, che ha spinto in due direzioni opposte: globale e locale.
Il punto, infatti, è che “civile” e “colto” sono termini con “accezioni locali”, i cui parametri o i punti di riferimento da tenere in considerazione di volta in volta possono variare anche molto. Per certi luoghi e culture, infatti, per fare un esempio, togliersi le scarpe in certe situazioni è, oltre che normale, doveroso; lo stesso comportamento nelle stesse circostanze, per altri, può essere invece inappropriato. Analogamente, si deve allora essere disposti a riconoscere che qualcuno è colto anche se non conosce il genere musicale della bossa nova, o la danza sattriya, o l’Opera di Sichuan, o il teatro Nō, o qualunque componente essenziale della nostra cultura assente nella sua.

L’infosfera ha molti nodi, ma nessun centro, cosicché ciascuno può essere soltanto più o meno provinciale.L’istruzione, poi, è altra cosa rispetto a tutto questo, o almeno così sembrerebbe. Già da un po’ i mercati del lavoro globalizzati hanno finito col separare l’istruzione dall’educazione. Le tecnologie hanno dato un ulteriore contributo, mostrando in maniera sempre più chiara che l’essere civili e colti è questione relativa. La conclusione di Floridi è brillante: «L’infosfera ha molti nodi, ma nessun centro, cosicché ciascuno può essere soltanto più o meno provinciale» (p. 91). Diversamente da cultura e civiltà, l’istruzione riguarda la trasmissione della conoscenza. Ciò comporta l’acquisizione critica di fatti e formule, ma anche la comprensione, la valutazione e l’interpretazione di stili di vita, di tradizioni, capacità e competenze.

Una conseguenza di queste distinzioni è che ha senso confrontare il grado di istruzione di studenti di diversi paesi, ma non il grado di sofisticatezza culturale o quello di raffinatezza nell’educazione. L’istruzione, associata alla conoscenza, muta al mutare di questa, così da tenere conto del suo rapido accrescersi esponenziale quantitativo e qualitativo. Questo crea nuovi problemi. La vera sfida, infatti – osserva Floridi nel passo chiave del paragrafo – riguarda cosa mettere nel curriculum oggi, più che come insegnarlo.

La dematerializzazione che caratterizza la nostra società sta sempre di più diventando anche una dematerializzazione della docenza e anzi del corpo docente (si pensi al mercato dell’e-learning). Gli strumenti informatici favoriscono la personalizzazione e una elevazione della didattica a livelli notevoli, soprattutto in considerazione della grande utenza cui essa è rivolta. Quindi il problema del come può essere risolto facilmente scegliendo i mezzi a disposizione migliori per il fine.
Il punto è proprio che va chiarito quale sia il fine. Non si tratta prima di tutto di un problema di singoli contenuti, quanto piuttosto di decisioni strategiche circa le capacità critiche necessarie. Floridi, al riguardo, non ha facili risposte, e del resto la situazione è tanto fluida e aperta che è oggettivamente impossibile pretendere di averle. Nondimeno, l’autore avanza alcune considerazioni che danno da pensare.

Siamo fallibili, ma la gestione della nostra fallibilità è ciò che può fare la differenza.È utile distinguere i termini informazionali di conoscenza, insipienza, incertezza e ignoranza, nota Floridi. La prima, in un mondo pieno di informazioni, è a portata di mano e relativamente a buon mercato. Una formazione che ci renda poi consapevoli dei limiti della nostra conoscenza, e perciò della nostra insipienza, è importante. Ci formeremmo allora imparando a porci la giusta tipologia di domande per colmare le nostre lacune. Ci sono cose di cui siamo incerti, ma non è detto che ne siamo consapevoli, perciò una buona formazione comporta anche una qualche maestria nell’arte di dubitare e una capacità critica anche verso ciò che sembra certo. Siamo fallibili, ma la gestione della nostra fallibilità è ciò che può fare la differenza. 

Quanto all’ignoranza, gli antichi insegnavano che non si può ricercare ciò di cui non si sa assolutamente niente. La cosa interessante, però, è che una condivisione del proprio stato di ignoranza può offrire orizzonti di ricerca nuovi, perché può stabilire obiettivi altrimenti irraggiungibili e, anzi, prima impensabili. Per capire questo punto con un esempio di Floridi, se un giocatore sa di non sapere che nelle vicinanze c’è un mostro e un altro giocatore dove sia la spada magica per ucciderlo, mettendo insieme quello che non sanno, i due insieme possono avviare una ricerca mirata della spada e del mostro, avendo maggiori possibilità di risolvere la situazione e arrivare al livello successivo, come non potrebbero se ciascuno agisse da solo e sulla sola base di ciò che sa e di ciò che ignora (p. 95).

Una condivisione del proprio stato di ignoranza può offrire orizzonti di ricerca nuovi, perché può stabilire obiettivi altrimenti irraggiungibili e, anzi, prima impensabili.Un passaggio che mi pare illuminante è quello in cui Floridi sostiene che continuare a puntare solo sull’acquisizione della conoscenza significa puntare a una cultura di utenti e consumatori di informazione e non di produttori. Dobbiamo chiederci, insomma, che tipo di capacità dovremmo privilegiare nella formazione dei curatori, dei disegnatori e dei produttori di informazione di domani. Floridi ritiene che la risposta sia abbastanza chiara: vanno insegnati i linguaggi con cui l’informazione è creata, manipolata, resa disponibile e consumata. Per “linguaggi” egli intende ovviamente, tra l’altro, la lingua madre, ma anche l’inglese (o quella che dovesse fungere da lingua internazionale di comunicazione), la matematica, la programmazione, la musica, la grafica.
Ecco il che cosa da privilegiare, per la formazione delle generazioni future, oltre a quanto si diceva sopra in termini di consapevolezza, capacità critica, capacità di dubitare, consapevolezza della propria fallibilità e capacità di condividere le conoscenze, ma anche la propria ignoranza consaputa.


Leggi la prima parte: L’iperstoria e il suo paradosso: riflessioni sull’infosfera #1 e la seconda: Giano ovvero la tecnologia: riflessioni sull’infosfera #2

Gian Paolo Terravecchia

Cultore della materia in filosofia morale all'Università di Padova, si occupa principalmente di filosofia sociale, filosofia morale, teoria della normatività, fenomenologia e filosofia analitica. È coautore di manuali di filosofia per Loescher editore. Di recente ha pubblicato: “Tesine e percorsi. Metodi e scorciatoie per la scrittura saggistica”, scritto con Enrico Furlan.

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