Secondo appuntamento con la lettura di “La quarta rivoluzione” di Luciano Floridi: la riflessione parte stavolta dal mese corrente, gennaio, e dal dio romano da cui prende il nome: Giano, dio della soglia, degli inizi, dei momenti di passaggio tra vecchio e nuovo, tra passato e futuro. Vediamo perché potrebbe dunque diventare il dio della tecnologia.

Testa di Giano bifronte, da Vulci. II sec. a.C. Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

Non ricordavo che il mese di gennaio prendesse il nome dal dio Giano. Giano bifronte esprime simbolicamente il passaggio tra il vecchio e il nuovo, è la personificazione del momento di mezzo, della condizione del “tra”. Luciano Floridi lo ricorda per parlare di interfacce, con un richiamo colto e azzeccato (La quarta rivoluzione, p. 37). Estendendo l’immagine di Floridi, si potrebbe forse dire che il dio Giano è il dio della tecnologia. Floridi infatti ritiene che la tecnologia sia per propria natura un “tra”.
Prendiamo Alice, che vive a Rio de Janeiro, ha un cappello e dei sandali. Il sole intenso del Brasile “suggerisce” che qualcuno fabbrichi il cappello e che lei lo indossi. Il cappello è un “tra” l’utente e il suggeritore e lo stesso può dirsi dei sandali, tra Alice e la sabbia bollente. Fin qui tutto è piuttosto semplice e abbastanza intuitivo, anche se la nozione di suggeritore può risultare non immediata.
Le cose si complicano un pochino quando Floridi distingue tra tecnologie di primo, di secondo e di terzo ordine. Le due tecnologie appena menzionate sono di primo ordine: esse si pongono in mezzo, tra umanità e natura, tra Alice e il sole, tra lei e la sabbia. Nel secondo ordine, invece, la tecnologia usata si pone in mezzo tra Umanità e altra tecnologia. Perciò, ad esempio, un cacciavite è una tecnologia del secondo ordine quando serve per avvitare una vite e lo stesso può dirsi di una chiave rispetto alla serratura. Si noti che le tecnologie di secondo ordine hanno un certo grado di dipendenza da quelle di primo ordine. Una chiave senza serratura da aprire sarebbe inutile e in genere non avrebbe senso l’esistenza delle serrature se non ci fossero chiavi per aprirle.
Salendo di un ordine, infine, la tecnologia si pone come mezzo tra tecnologia e altra tecnologia. Questo è l’ambito delle tecnologie più “avanzate” che si occupano di “rimuoverci” dal processo: ciò avviene, ad esempio, nelle auto che si guidano da sole, interagendo con altre auto e la strada, o negli applicativi che eseguono transazioni in borsa, interagendo con altri programmi.

Per aggiungere altri due ulteriori livelli di complessità, va notato in primo luogo che questa concettualizzazione è contestuale. Lo stesso oggetto, infatti, può essere una tecnologia del primo, del secondo e del terzo ordine. Delle forbici, per esempio, sono tecnologia del primo ordine se recidono una rosa e del secondo, se tagliano della carta. Possono essere persino tecnologie del terzo ordine, quando usate da ad esempio un robot che taglia un panno di tessuto in fabbrica.
Il secondo fattore consiste poi nella considerazione che tra la tecnologia e l’utente solitamente vi è un’interfaccia, e lo stesso avviene tra essa e il suggeritore. Questo apre problemi interessanti e non sempre semplici da individuare: Floridi, al riguardo, menziona il fatto che per lungo tempo le pistole erano fabbricate come dei tubi, risultando piuttosto scomode all’uso, e solo in seguito si pensò di dotarle di un’impugnatura che risultasse pratica. Oggi, con la diffusione della cultura dello user-friendly, si pone molta attenzione alle esigenze dell’utilizzatore, ma problemi di interfaccia si danno anche sul versante nascosto all’utilizzatore, tra tecnologia e suggeritore.

La tassonomia esposta, magari suggestiva, può risultare almeno a prima vista arida. Essa però consente, conclusioni piuttosto rilevanti. Quella più rilevante, mi pare, riguarda il piano dell’antropologia. Si è infatti a lungo pensato che in fondo, considerato che anche gli animali sono capaci di utilizzare oggetti come strumenti (per esempio, le scimmie i bastoni, e i castori i tronchi di legno), questa capacità anche umana non costituisse una peculiarità che ci distingue.
Con la tassonomia di Floridi si possono però fare delle appropriate distinzioni: l’uomo è quell’animale che è capace di ascendere la scala degli ordini, producendo prodotti tecnologici di secondo e di terzo ordine; lo stesso non può dirsi degli animali. Floridi osserva al riguardo: «Per quanto taluni animali non umani siano capaci di fabbricare in qualche misura i loro artefatti, per esempio, affilando un bastone, non sembrano in grado di costruire tecnologie di secondo ordine di un certo rilievo» (p. 30).

Altra questione che fa riflettere è quella che riguarda il caso delle tecnologie non funzionanti. Quando qualcosa non va, osserva Floridi, dobbiamo ricorrere a degli specialisti che si prendono cura di entrambi i lati dell’interfaccia, quello verso l’utente e quello verso il suggeritore: «con il risultato che gli specialisti sono i nuovi sacerdoti del tempio di Giano, destinati a diventare tanto più potenti e influenti quanto più facciamo affidamento su tecnologie di ordine elevato» (p. 40).


Leggi la prima parte: L’iperstoria e il suo paradosso: riflessioni sull’infosfera #1

 

Gian Paolo Terravecchia

Cultore della materia in filosofia morale all'Università di Padova, si occupa principalmente di filosofia sociale, filosofia morale, teoria della normatività, fenomenologia e filosofia analitica. È coautore di manuali di filosofia per Loescher editore. Di recente ha pubblicato: “Tesine e percorsi. Metodi e scorciatoie per la scrittura saggistica”, scritto con Enrico Furlan.

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