In questi tempi in cui, in Italia, si sta riscoprendo il dibattito – o “debate”, come si dice coi soliti complessi verso la cultura anglofona –, Arthur Schopenhauer è tornato di moda. Il suo libriccino edito da Adelphi, “L’arte di ottenere ragione”, è uno degli strumenti più agili e al contempo utili per familiarizzarsi con ciò che si deve evitare o, almeno, neutralizzare in una discussione.

"Con me non funziona." - frase attribuita a Schopenhauer, qui in un dagherrotipo del 1860 ca.

Tra gli stratagemmi che il filosofo discute vorrei qui riprendere il numero 32, che consiste nel ricondurre una tesi dell’interlocutore “a una categoria odiata, anche se la relazione è solo di vaga somiglianza o è tirata per i capelli”, come scrive l’autore. Per fare qualche esempio, che riprendo da Schopenhauer, si dice “questo è manicheismo, questo è pelagianesimo, questo è idealismo, è spinozismo, è ateismo, è razionalismo, è misticismo” e così via.

Schopenhauer, poi, osserva acutamente che lo stratagemma ha due conseguenze. In primo luogo, attuandosi distrugge le eventuali pretese di originalità della posizione dell’interlocutore (chiamiamola x), perché la si riconduce a categoria nota e perciò sottintende che non si ha a che fare con nulla di nuovo. In secondo luogo, lo stratagemma, riconducendo x a qualcosa di odiato, lo mostra come falso, già confutato; e anzi, verrebbe da aggiungere, come qualcosa di rifiutato, magari per ragioni morali, forse anche gravi.

Lo stratagemma è scorretto perché usa malizia nel liquidare x. Infatti – abbiamo visto – viene stabilita una connessione anche solo per “vaga somiglianza”, anche se “tirata per i capelli”. Chi lo attua non è interessato alla verità, ma a squalificare la posizione dell’interlocutore, anzi per stare al termine usato da Schopenhauer, l’“avversario”. Infatti, il rapporto pugnace della discussione che Schopenhauer ha in mente prevede l’utilizzo di ogni mezzuccio, di ogni stratagemma, appunto. Tali tecniche del budo verbale non sono degne di un dibattito o di una disputa regolati, cioè svolti in contesti formali come un dibattito nel contesto delle Olimpiadi di debate. Questi infatti dovrebbero svolgersi come un confronto diretto, leale, onesto tra tesi magari opposte, ma sostenute da interlocutori aperti al confronto, al dialogo, alla critica, alla ricerca del vero, a partire dalla consapevolezza del pluralismo delle prospettive assiologiche, culturali ed esperienziali da cui essi prendono le mosse.

È dunque utile studiare le mosse scorrette per imparare a riconoscerle e neutralizzarle, e per sapersene astenere, comprendendone la scorrettezza anche etica. Ma come neutralizzare lo stratagemma 32? La via più semplice è denunciarne l’utilizzo, magari anche citando Schopenhauer: “Stai usando lo stratagemma 32. Ti servi cioè di quell’espediente che Schopenhauer presenta e che consiste nel ricondurre, forzando le cose, una tesi complessa a una categoria odiata. Ciò che invece io sostengo...”.
Purtroppo il dibattito, diversamente dallo scritto, necessita di semplificazioni estreme e perciò la frase appena proposta, nella maggior parte delle conversazioni, risulterà lunga, troppo complessa da “digerire”. Ci si potrà allora limitare a: “Al grido di “idealismo” riduci la mia tesi, ma ciò è scorretto”. Anche così però, l’interlocutore avrà fatto un danno, perché le semplificazioni piacciono alla mente umana e, nonostante la nostra denuncia, lui avrà offerto un facile modo per etichettare qualcosa di altrimenti difficile da maneggiare; questo, nostro malgrado, resterà in mente all’uditorio.
Sarà allora necessario mettere in atto una contromossa, da affiancare alla denuncia di cui si è detto. Essa andrebbe preparata prima del confronto, perché è molto difficile improvvisarla. Prima di cominciare la discussione, ci si dovrà perciò chiedere se l’interlocutore potrebbe applicare lo stratagemma 32 e a quale categoria potrebbe ricondurre la nostra tesi.
A questo punto si tratterà di elaborare una difesa che mostri, possibilmente con esempi, perché l’odiosa identificazione non funziona. Più gli esempi sono noti e di senso comune, maggiore sarà il successo nello smascherare quanto sia stato grossolano l’utilizzo dello stratagemma. In tal modo, si potrà ribaltare la situazione di crisi in cui si versava e ipotecare la vittoria. Infatti l’uditorio sarà stato guidato a capire la pochezza della critica e, al contempo, apprezzerà il valore e la complessità della nostra proposta.

Va infine chiarito un punto: lo stratagemma 32 non va confuso con l’etichettare una posizione, una tesi. Mentre lo stratagemma è scorretto, perché – come abbiamo visto – forza le cose, “tira per i capelli”, l’etichettare è una scorciatoia che può risultare utile e anzi anche opportuna per orientare il pensiero, per semplificare ciò che altrimenti resterebbe inutilmente complesso. Non sempre è però facile capire quando siamo di fronte a un’innocente etichettatura e quando invece a un subdolo stratagemma. Si vede così che la dialettica è un’arte difficile e affascinante al tempo stesso.

Gian Paolo Terravecchia

Cultore della materia in filosofia morale all'Università di Padova, si occupa principalmente di filosofia sociale, filosofia morale, teoria della normatività, fenomenologia e filosofia analitica. È coautore di manuali di filosofia per Loescher editore. Di recente ha pubblicato: “Tesine e percorsi. Metodi e scorciatoie per la scrittura saggistica”, scritto con Enrico Furlan.

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