Abbiamo visto nella prima parte le ragioni che hanno spinto Enrico Berti a offrire una nuova traduzione della “Metafisica” di Aristotele. Di seguito raccogliamo l’intervista che ha voluto gentilmente concedere a «La ricerca».D: Che cosa ha significato per lei questa traduzione? Quanto tempo le è occorso per svolgerla e quali sono state le maggiori difficoltà nel compiere un’impresa tanto importante e impegnativa?

R: La traduzione della Metafisica era il traguardo che mi proponevo a conclusione delle mie ricerche su Aristotele, durate un’intera vita. Essa mi era stata chiesta dalla casa editrice Laterza, che aveva pubblicato la prima traduzione italiana dell’opera, nel 1929, per la prestigiosa collana “Filosofi antichi e medievali” diretta da Giovanni Gentile, con la traduzione di Armando Carlini e l’indice dei nomi redatto da Marino Gentile, allora giovane normalista a Pisa e poi divenuto mio maestro a Padova. Il mio sogno era quindi di ricollegarmi a quel primo momento importante degli studi italiani su Aristotele e di segnare un passo avanti rispetto ad esso, destinato a rimanere un punto fermo, se non per un periodo altrettanto lungo, almeno per un certo tempo.
Firmai un primo contratto con Vito Laterza negli anni ’90 del secolo scorso, col quale mi impegnavo a consegnare il lavoro entro il 1998. Quando arrivò il 1998, mi resi conto che ancora non avevo nemmeno incominciato, perciò inviai una lettera di rinuncia. Dalla Laterza mi risposero che, per loro, ero l’unico che poteva tradurre la Metafisica e che avrebbero aspettato tutto il tempo necessario.
Mi proposi così di lavorarci dopo il pensionamento, che avvenne nel 2009, ma fui preso da altri impegni ancora per qualche anno, per cui mi potei dedicare alla traduzione soltanto dal 2013 al 2016, però impegnandomi totalmente, quasi ogni giorno, mattina e pomeriggio.

La maggiore difficoltà che ho incontrato è stata la mancanza di un testo dell’opera sicuramente affidabile. Le due più recenti edizioni critiche disponibili, quella di Ross e quella di Jaeger, pubblicate entrambe a Oxford rispettivamente nel 1924 e nel 1957, erano ormai invecchiate, come avevano dimostrato gli studi più recenti. D’altra parte io non ero in grado, né avrei avuto il tempo, di fare una nuova edizione critica, perché non ho una sufficiente competenza paleografica.
Quindi mi sono dovuto servire di edizioni più recenti di singoli libri dell’opera, tutte convergenti nel giudicare più affidabile la famiglia di manoscritti chiamata alpha, perché meno influenzata dalla tradizione commentaristica, risalente ad Alessandro di Afrodisia, e ho scelto io stesso in più punti di tradurre il testo della famiglia alpha, scostandomi dalle precedenti edizioni.


D: Il suo intento, nell’interpretare Aristotele, non è di fare “storia antiquaria”, per usare una categoria nietzscheana, cioè non si limita a preservare il passato. Piuttosto, intende fornire uno strumento per rendere attuale la metafisica. Concorda con questo giudizio? Può chiarirlo con un esempio?

R: La concezione aristotelica della metafisica, non come «teologia razionale», né come «ontologia», ma come scienza delle cause prime, ci permette oggi di fare tesoro dei risultati raggiunti dalle varie scienze nella ricerca delle cause, in ciascuno dei quattro generi distinti da Aristotele: la causa materiale e la causa motrice nel caso della fisica e dell’astronomia, quella formale nel caso della chimica e della biologia, quella finale nel caso delle scienze umane. Ma al tempo stesso il bisogno di trovare cause «prime» ci permette di problematizzare i risultati delle singole scienze, quindi di problematizzare l’intero mondo dell’esperienza, e di chiederci se c’è, ed eventualmente qual è, una causa veramente prima, capace di rendere ragione del tutto senza rinviare ad altre ragioni, cioè una causa, appunto, «meta-fisica», che vada «oltre» la fisica intesa come l’insieme di tutte le scienze. Questo sarebbe il «terzo grado» di meraviglia descritto da Aristotele nel I libro dell’opera, cioè quella che ha per oggetto «l’origine del tutto» (982 b 17: genesis tou pantos).


D: Nel corso degli anni, proprio grazie a uno studio minuzioso del XII libro della Metafisica, lei mutò posizione, infatti abbandonò l’idea che per Aristotele il motore immobile eserciti una causalità esclusivamente di tipo finale e ritenne che vi fossero ragioni per sostenere che il motore immobile, per Aristotele, esercita una causalità efficiente. La sua nuova traduzione conferma questa linea interpretativa da lei maturata a partire dal 1996?

R: Sulla causalità del motore immobile si possono fare solo congetture, perché i testi di Aristotele sono troppo sintetici per darne una spiegazione adeguata. Nel tradurre la Metafisica mi sono confermato nella convinzione che l’immagine tradizionale del motore immobile come causa soltanto finale risale ad Alessandro, così come risale a lui l’intera concezione della metafisica come un’ontologia che approda a una teologia razionale (l’«onto-teologia» criticata da Heidegger). Penso che per Aristotele il motore immobile non fosse né causa soltanto finale, come per Alessandro, né causa dell’essere, come sarebbe stato per il neoplatonismo e per Tommaso, ma fosse la causa prima efficiente del movimento, cioè la causa originaria di tutti i movimenti dell’universo. Credo inoltre di avere trovato che il motore immobile non è né il «pensiero del pensiero» che ci è stato tradizionalmente tramandato, e nemmeno l’«atto puro» di cui parlava Giovanni Gentile, ma è un ente intelligente, il quale, essendo da sempre già in atto, ha intellezione di sé stesso come insieme di tutti i princìpi, cioè conosce già da sempre quei princìpi che l’intelletto umano (passivo, perché in potenza) deve invece apprendere come esistenti già in atto nell’intelletto universale (attivo, perché  appunto già in atto). Esso sarebbe la prima formulazione, primitiva e imperfetta, di quella «causa prima», capace di rendere ragione del tutto senza rinviare ad altre ragioni, di cui ho parlato sopra.


D: Da un punto di vista strettamente speculativo, come ribattere alla considerazione che la causalità efficiente, diversamente da quella finale, sembra comportare la necessità che anche il movente si muova (punto questo, però, che, se ammesso, parrebbe introdurre il movimento nel motore immobile)?.

R: La necessità che il movente si muova sussiste solo quando il movimento è prodotto per contatto, cioè quando il movente non solo tocca il mosso, ma viene a sua volta toccato dal mosso, cioè viene mosso. Tuttavia, ci sono casi in cui il movente muove senza essere a sua volta toccato, come ad esempio un fatto luttuoso può commuoverci o un fatto positivo può rallegrarci, senza che essi siano a loro volta influenzati da noi.
Analogo a quest’ultimo è il caso del motore immobile, il quale – come Aristotele spiega nel De generatione et corruptione I 6, 323 a 10-35 – «tocca, per così dire, senza essere toccato», cioè muove senza essere mosso. Del resto lo stesso Aristotele afferma, in Metafisica XII 7, 1072 b 7-8, che il motore immobile, muovendo per un tempo infinito, cioè eternamente, possiede una «potenza infinita» (dunamis apeiros, potenza attiva, ovviamente), quindi può muovere in qualsiasi modo, anche a distanza.


D: Un’operazione tanto ambiziosa come quella che lei ha realizzato con questa traduzione costituisce un traguardo importante. È però vero che spesso i grandi traguardi spingono a nuove grandi imprese. Questo vale anche in questo caso? Quali sono i suoi attuali progetti di ricerca?

R: Effettivamente credevo che la traduzione della Metafisica sarebbe stata la mia ultima fatica, ma poiché, finché c’è vita, c’è… da faticare, mi sono state affibbiate altre imprese.
La più importante di queste è un volume su Aristotelismo per la casa editrice il Mulino, di cui ho già corretto le prime bozze. Anche questo è stato una fatica, perché ho dovuto praticamente riassumere l’intera storia della filosofia da Aristotele a oggi (tale infatti è la storia dell’aristotelismo), ma è stato anche un lavoro di grande soddisfazione, perché mi ha permesso di mettere a frutto numerose altre ricerche che avevo già fatto sull’influenza di Aristotele nella storia della cultura, e di scoprire un’infinità di altre cose che non conoscevo.
Poi ho raccolto i miei articoli su Aristotele pubblicati dopo la serie dei Nuovi studi aristotelici in 4 volumi (di cui l’ultimo in 2 tomi), e la Morcelliana di Brescia ha generosamente accettato di pubblicarli in quello che sarà il V volume dei Nuovi studi aristotelici (anch’esso in 2 tomi), attualmente in lavorazione.
Infine mi è stato chiesto di ripubblicare la mia Introduzione alla metafisica, del 1993 (che ha avuto un certo successo, perché è stata persino tradotta in polacco), quindi ho dovuto scrivere una prefazione che tenga conto delle novità accadute nel frattempo e vi ho potuto aggiungere cinque saggi usciti dopo, sempre sul tema della metafisica.
Prevedo che il nuovo volume uscirà quest’anno per la Utet, la quale nel frattempo è stata assorbita dalla De Agostini.

Tuttavia, con quest’ultimo discorso tocco un punto dolente, perché dovrei scrivere un libro veramente nuovo, nel quale esporre per intero il mio pensiero. Nell’Introduzione alla metafisica ho esposto la mia riformulazione della metafisica classica, così come l’ho appresa dal mio maestro, Marino Gentile. Di essa non rinnego nulla, ma nel frattempo ho elaborato, con l’aiuto di Aristotele e di altri, alcune mie idee, che riguardano il rapporto tra metafisica e scienza e quello tra metafisica e fede.
Quanto al primo, ritengo che non si debba contrapporre la metafisica, o la filosofia in generale, alla scienza, come fanno alcuni, né ridurla alla scienza, come fanno altri, ma che si debba intendere la metafisica come prolungamento, cioè continuazione, e insieme come oltrepassamento della scienza, almeno nel senso di una problematizzazione totale, che è quindi anche problematizzazione dei risultati della scienza.
Quanto al secondo rapporto, ritengo che la filosofia, o meglio la metafisica, debba aprire lo spazio alla fede, cioè mostrare che essa è possibile, che non è contraddittoria, che non è assurda, e quindi debba renderci liberi di scegliere se credere o non credere, eliminando gli impedimenti.
La fede, poi, è una scelta libera, che ho deciso di fare, e spero di riuscire a mantenere finché vivo. Ma vorrei poter spiegare meglio tutto questo, e temo di non averne il tempo, o piuttosto di non esserne capace.

Gian Paolo Terravecchia

Cultore della materia in filosofia morale all'Università di Padova, si occupa principalmente di filosofia sociale, filosofia morale, teoria della normatività, fenomenologia e filosofia analitica. È coautore di manuali di filosofia per Loescher editore. Di recente ha pubblicato: “Tesine e percorsi. Metodi e scorciatoie per la scrittura saggistica”, scritto con Enrico Furlan.

 
Segui La Ricerca
ultimi tweet

Logo Loescher