Enrico Berti è professore emerito di Storia della filosofia all’Università degli Studi di Padova, accademico dei Lincei e presidente onorario dell’Istituto internazionale di filosofia, oltre che membro di prestigiose Istituzioni come la Pontificia Accademia delle Scienze e l’“Interdisciplinary Centre for Aristotle Studies” della “Aristotle University” di Salonicco.
Il suo interesse per Aristotele risale almeno agli anni Cinquanta del secolo scorso. Egli stesso ne racconta le ragioni:

Intorno alla metà del Novecento, precisamente nel 1955, scelsi come argomento della mia tesi di laurea in Filosofia Aristotele. L’interesse che provavo per questo autore era di natura filosofica, non storica. Volevo cioè capire con quali argomenti era possibile difendere una filosofia di tipo metafisico, ovvero quel tipo di filosofia che fra tutti mi sembrava – come dire? – il più specificamente filosofico, perché non dipende da altre forme di sapere, e che all’epoca, almeno in Italia, era anche considerato il più obsoleto, o, come si diceva allora, “superato”. Poiché i pochi che difendevano la metafisica erano in generale i cattolici, divisi allora fra neotomisti e spiritualisti, temevo che essi fossero indotti a ciò da motivazioni di tipo religioso, cioè non filosofico. A me interessava invece conoscere argomenti a favore della metafisica sviluppati indipendentemente da qualsiasi fede religiosa, o almeno indipendentemente dalle fedi delle grandi religioni monoteistiche.
Aristotele nel Novecento, Roma-Bari 1992, p. V.

Ne è seguita una vita di studio dedicata ad Aristotele di cui Berti ha sviscerato il pensiero ricostruendone le radici storiche (e.g. La filosofia del “primo” Aristotele, Padova 1962, Milano 1997; Sumphilosophein. La vita nell’Accademia di Platone, Roma-Bari 2010) e gli elementi speculativi centrali (e.g. L’unità del sapere in Aristotele, Padova 1965; Aristotele: dalla dialettica alla filosofia prima, Padova 1977, Milano 2004). Egli poi ha studiato l’influsso dello stagirita sul pensiero occidentale dal tardo antico all’epoca contemporanea (si vedano soprattutto i due tomi finali dei Nuovi studi aristotelici, Brescia 2009, 2010 e Aristotele nel Novecento, Roma-Bari 2008), non disdegnando di offrirne presentazioni introduttive (e.g. Profilo di Aristotele, Roma 2012), ma cercando al contempo di riattualizzarne il contributo (e.g. Le ragioni di Aristotele, Roma-Bari 1989). Anche a guardare semplicemente la mole degli scritti di Berti si resta impressionati: la sola raccolta dei suoi saggi, peraltro per nulla esaustiva, nei Nuovi studi aristotelici (Brescia 2004-2010) conta 2216 pagine. Va chiarito che l’approccio di Berti non si limita alla semplice ricostruzione storica. Nell’introduzione ai Nuovi studi aristotelici egli stesso fornisce una chiave utile a capire non solo gli scritti di quella raccolta, ma l’intera sua opera:

Il riferimento ad Aristotele contenuto nel titolo va inteso in due sensi. In un primo senso esso significa che l’oggetto di questi studi è la filosofia di Aristotele, considerato insieme – come ho detto – con quelle che hanno contribuito alla sua preparazione (soprattutto Platone) e con i suoi sviluppi successivi, cioè con le interpretazioni a cui essa è stata soggetta sino ai giorni nostri. In un secondo senso tale riferimento indica il punto di vista da cui sono elaborati questi studi, il quale, senza rinunciare a nulla della più rigorosa e imparziale indagine storica, vorrebbe essere anche un punto di vista filosofico, cioè l’espressione della mia persuasione che la filosofia di Aristotele meriti di continuare ad essere studiata, non solo come oggetto di ricerca storica, ma anche come oggetto di riflessione utile per un orientamento filosofico valido anche oggi.
Nuovi studi aristotelici, Brescia 2004, vol. I, p. 7.

Quanto alla metafisica, Berti ha dedicato alla riflessione aristotelica una speciale attenzione (per esempio, Il libro primo della “Metafisica”, Roma-Bari 1993; Nuovi studi aristotelici, vol. II, Brescia 2005). La sua ricerca però non si è limitata al pensiero di Aristotele, ma è andata anche, per così dire, alla «cosa stessa» (per esempio, in generale Introduzione alla metafisica, Torino 1993, oppure su questioni specifiche La ricerca della verità in filosofia, Roma 2014). Tutta questa ricerca è ora culminata nella traduzione della Metafisica di Aristotele, appena uscita per i tipi di Laterza.

Quando uno studioso di caratura internazionale, quale è Enrico Berti, pubblica una nuova traduzione di uno dei pilastri della storia del pensiero filosofico occidentale, come la Metafisica di Aristotele, si tratta di un evento di grande rilevanza culturale.
La Metafisica, come è noto, non è solo una tra le molte opere del “maestro di color che sanno”, come ebbe a chiamarlo Dante (Inferno, 4,131), ma è quella più difficile, complessa e speculativamente alta, oltre che controversa. Si tratta di uno dei testi più antichi, che vanta una sterminata serie di studi, commenti, discussioni che hanno segnato e continuano a segnare la storia del pensiero occidentale. È già straordinario il solo fatto di tentare di fornire una nuova traduzione; la cosa poi diventa ancora più interessante se l’operazione, lo vedremo, avanza pretese di originalità.
A prima vista, infatti, la scelta di Berti di compiere una nuova traduzione è sorprendente, poiché erano già disponibili numerose traduzioni italiane, come osserva lui stesso, e anzi Berti addirittura riconosce che alcune di esse sono ottime (cfr. p. v). Per stare alle più recenti: si pensi alla traduzione di Giovanni Reale (1968), e a quelle a cura di Antonio Russo (1973) e di Carlo Augusto Viano (1974).

La nuova traduzione si giustifica però per il fatto che quelle esistenti si basano su edizioni critiche che oggi sono considerate da molti superate. Le edizioni critiche di Werner Jaeger e di William David Ross si fondano infatti su due famiglie di manoscritti, denominate alpha e beta, che vengono da loro ritenute ambedue valide, così che, nel caso in cui l’una si discosti dall’altra, essi adottano criteri di scelta indipendenti dall’autorevolezza della fonte.
Studi recenti hanno però portato a ritenere che la famiglia beta nasca da una revisione successiva del testo originario, con l’intento di chiarificarlo, e che si ispiri al commento di Alessandro di Afrodisia. La famiglia beta dunque sarebbe più tarda della alpha e costituirebbe una manipolazione del testo originario. La famiglia alpha, per contro, è ritenuta fedele al testo originario. Berti perciò scrive: «Ritengo almeno che il testo della famiglia alpha sia quello più attendibile a noi pervenuto, cioè quello che più di tutti si avvicina all’edizione originaria» (p. viii).
Su queste basi, le traduzioni esistenti non sarebbero del tutto fedeli all’autentico pensiero di Aristotele. Serviva una nuova traduzione e Berti se ne è appunto occupato, senza attendere il nuovo testo critico. La conclusione cui giunge Berti dopo il lavoro di traduzione è che la Metafisica non sia né una teologia razionale, né un’ontologia, bensì che vada intesa come “filosofia prima”, ossia una scienza dei princìpi o delle cause prime. Una nuova traduzione, insomma, aiuterebbe a superare una serie di gravi critiche formulate nel corso dei secoli ad Aristotele da autori del calibro di Kant o di Heidegger, ma per ragioni contrarie presta il fianco alle critiche di coloro che considerano il lavoro di Aristotele non abbastanza teologico o non abbastanza ontologico.
La preoccupazione storica guida insomma la ricerca di Berti sia per conseguire una retta comprensione del pensiero di Aristotele, sia per una retta comprensione del contributo che questi ha offerto e che avrebbe la forza di reggere a molte critiche filosofiche formulate a sue interpretazioni non fondate storicamente, per i motivi detti. 

Gian Paolo Terravecchia

Cultore della materia in filosofia morale all'Università di Padova, si occupa principalmente di filosofia sociale, filosofia morale, teoria della normatività, fenomenologia e filosofia analitica. È coautore di manuali di filosofia per Loescher editore. Di recente ha pubblicato: “Tesine e percorsi. Metodi e scorciatoie per la scrittura saggistica”, scritto con Enrico Furlan.

 
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