Imparare la filosofia o fare filosofia?

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Dopo aver presentato il modello dell’insegnamento della filosofia, o meglio di “Philosophy and Reason”, in Queensland (Australia), mi è parso interessante compiere un passo ulteriore, e intervistare due docenti australiani per capire, attraverso le loro parole, come il documento ministeriale si incarni nella pratica didattica, cioè come e con quale sensibilità didattica si insegni la filosofia in Queensland. Ho dunque intervistato Nathan Pickels e Antonios Apergis, due docenti della Brisbane State High School, una delle migliori e più stimate scuole di Brisbane.
Distribuzione di latte in una scuola di Brisbane nel 1958 – fonte Qld State Archives.

L’Istituto ha circa tremila studenti, e di essi circa trecento seguono i corsi di filosofia, che qui si svolgono negli ultimi tre anni (estendendo dunque di un anno quanto previsto dal Syllabus che – abbiamo visto – prevede due soli anni). Gli studenti che scelgono di frequentare filosofia, materia opzionale, sono molti, e c’è un interessante incremento di iscrizioni nell’anno 10, che ha otto classi, mentre gli anni 11 e 12 hanno, ciascuno, quattro classi. C’è da pensare che nei prossimi anni aumenteranno anche le classi successive a quelle dell’anno 10.
La didattica dei due docenti è di tipo quasi esclusivamente laboratoriale, con attività di analisi testuale, cooperative learning, brainstorming, peer tutoring. Molto usate, sia dai docenti sia dagli allievi, le tecnologie più recenti, come LIM, tablet, computer, ma anche quelle più classiche, come la lavagna e il pennarello (in certi casi si distribuisce a ciascun allievo una lavagnetta bianca su cui lui scrive le proprie idee, e poi ne discute coi compagni a coppie o in gruppo). Si utilizzano brevi spezzoni di video, che poi vengono discussi, e si svolgono attività di case study. I compiti assegnati a casa sono, per lo più, di revisione di quanto fatto in classe, oppure si propone lo studio preliminare di video o testi che poi saranno oggetto di discussione in classe la volta dopo. Non esistono manuali o testi di riferimento, e il docente propone materiali propri, video gratuiti già presenti in rete, o pdf dei testi classici. Ma veniamo alle risposte dei due docenti ai miei quesiti (la traduzione è mia).

D. Perché vi sembra importante l’insegnamento della filosofia?

Nathan Pickels – Ritengo che l’insegnamento della filosofia sia importante in quanto offre l’opportunità di pensare a un livello più profondo di quello della maggior parte delle altre materie scolastiche. Con ciò intendo che, mentre le altre materie sono solitamente capaci di sviluppare competenze nel loro specifico ambito, la filosofia consente una visione più universale che ci permette di chiedere non solo “è giusto?”, ma anche “che cosa significa?”. Porre questo quesito è davvero il primo passo per diventare se stessi.

Antonios Apergis – La filosofia riguarda il diventare consapevoli dei propri pregiudizi, delle assunzioni tacite e non verificate e delle credenze dogmatiche. Una volta che lo studente si impegna nel processo, un mondo del tutto nuovo di conoscenza si apre. Per molti versi, si può dire che non si può smettere di conoscere ciò che la filosofia può rivelare. Semplicemente non si può più tornare indietro a ciò che si era, una volta che la filosofia ha aperto una finestra in un nuovo modo di pensare e comprendere l’umanità.

D. Che cosa significa insegnare la filosofia, sulla base della vostra esperienza?

N.P. Insegnare la filosofia significa incoraggiare gli studenti a pensare. Non si tratta di dire loro che cosa pensare, ma piuttosto di metterli nelle condizioni per poter riflettere personalmente sulla propria esperienza. “Insegnare” forse non è, di per sé, proprio la parola che userei per descrivere tale ruolo. Esso si svolge per esempi, piuttosto che didatticamente.

A.A. Una sfida al mio approccio all’insegnamento. I miei studenti “fanno filosofia”, non imparano la filosofia. Penso che le implicazioni pedagogiche di questi due diversi approcci siano profonde e con conseguenze di vasta portata.

D. Descrivete un’esperienza, un episodio di successo nella vostra attività d’insegnamento.

N.P. Piuttosto che una particolare esperienza, mi piacerebbe descrivere il cambiamento a cui ho assistito negli anni nella maggior parte degli studenti che hanno seguito le lezioni di Philosophy and Reason. Il cambiamento avviene come un movimento dall’approccio al conoscere come qualcosa da usare (ed è perciò giusto o sbagliato nei termini del consentire il progresso verso fini prestabiliti) a un conoscere come qualcosa che costituisce il proprio io nel qui e ora. Questi studenti tendono a essere meno ansiosi, di mente più aperta e genuinamente curiosi.

A.A. Mi piace sempre svolgere l’esperimento del “velo di ignoranza” nelle mie classi. Dà molte soddisfazione vedere anche gli studenti con marcate idee di destra alle prese con le implicazioni di ciò che la posizione originale significa per loro. Aver a che fare con le discrepanze tra le loro posizioni pre-riflessive e la loro risposta intuitiva all’esperimento apre opportunità di discussione davvero potenti.

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Gian Paolo Terravecchia

Cultore della materia in filosofia morale all’Università di Padova, si occupa principalmente di filosofia sociale, filosofia morale, teoria della normatività, fenomenologia e filosofia analitica. È coautore di manuali di filosofia per Loescher editore. Di recente ha pubblicato: “Tesine e percorsi. Metodi e scorciatoie per la scrittura saggistica”, scritto con Enrico Furlan.

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