Immaginiamo la scena: Socrate è in pericolo di vita. Pendono su di lui gravi accuse secondo cui egli corromperebbe i giovani, non riconoscerebbe gli dei di Atene e, anzi, praticherebbe nuovi culti. Si trova ora in tribunale e ha la possibilità di difendersi davanti alla giuria e alla città dalle accuse mossegli da Melèto, Ànito e Licòne. La legge gli dà la facoltà di interrogare i suoi accusatori ed egli se ne serve per mostrare la pochezza di questi e, di qui, l’infondatezza di quanto a suo carico. La battaglia dialettica è dunque drammatica. Nella circostanza del processo che è in corso l’arte oratoria non è fine a se stessa: parlar bene può consentire di salvarsi la vita.

Socrate beve la cicuta - Antonio Canova; Milano, Fondazione della Cassa di Risparmio delle Province Lombarde

La scena che osserveremo si svolge tra Socrate e Melèto ed è narrata dalla splendida penna di Platone, nell’Apologia di Socrate (Apologia, 24, 25, cito dalla trad. di M. Valgimigli, Laterza, Roma-Bari 1987, pp. 43-44). In essa si nota la maestria dialettica di Socrate che usa tecniche di akido verbale (qui per chi volesse sapere qualcosa sull’aikido verbale, e qui sul Buddha e l’aikido verbale, per un’altra esemplificazione).

La prima domanda di Socrate a Melèto è un’entrata facile, irresistibile: “Non fai grandissimo conto tu che i giovani vengano su il meglio che è possibile?”. Si tratta di una domanda retorica: Melèto non può che dire di sì, dal momento che ha trascinato in tribunale Socrate, accusandolo di rovinare i giovani. Evidentemente a lui dei giovani importa.
Allora Socrate continua, sulla stessa linea: “E allora avanti, dillo qui a questi, chi li fa migliori? Certo lo sai, tu che te ne curi: tanto è vero che chi li corrompe lo hai scoperto, dici; e perciò trascini me in tribunale, e mi accusi. Via, dunque, dillo chi li fa migliori, e mostralo a costoro: chi è? Vedi, o Melèto, che stai zitto e non sai che dire? E non ti pare una brutta cosa codesta e prova evidente di quel che dico io, che a te dei giovani non importa nulla? Andiamo, brav’uomo rispondi: Chi li fa migliori?”.
Socrate incalza e mette in difficoltà Melèto. La sua ironia, solitamente bonaria e sorniona, si fa qui sarcasmo e, pungolando, contribuisce a mostrare che Melèto pretende di sapere ma non sa. L’interrogare socratico mette in risalto l’impaccio di Melèto, che finisce con l’improvvisare. Egli infatti è messo nella condizione di rispondere a una domanda ardua, perché mentre può essere facile riconoscere il caso negativo (come ritiene di fare appunto Melèto accusando Socrate), è invece difficile formulare esempi positivi.
Si noti l’Irimi: la tecnica dell’aikido verbale che si attua spostando il tema del discorso: ora non stiamo più discutendo di Socrate, che pure è sotto accusa, ma del buon educatore. Con l’Irimi Socrate sta progressivamente prendendo l’iniziativa e il controllo della situazione e da accusato si fa accusatore. Melèto, dopo non poco imbarazzo, risponde dunque che a rendere migliori i giovani sono le leggi. Socrate però è in cerca di esemplificazioni concrete, persone fisiche, e perciò preme su Melèto perché questi faccia dei nomi.
Melèto alla fine se la cava indicando, con un guizzo di astuzia e non senza coerenza, che a rendere migliori i giovani sono i giudici, cioè appunto coloro che applicano le leggi. La mossa di Melèto è tutt’altro che sprovveduta: egli così contrappone implicitamente Socrate ai suoi giudici. Per contraddirlo, Socrate si trova nella spiacevole posizione di dover dire che almeno qualcuno tra i giudici, cioè i cinquecento ateniesi che formano la giuria, non è un buon educatore. Ci sarebbero allora gli estremi per addossare a Socrate una nuova accusa, quella di calunnia: non se la può permettere e, soprattutto, sarebbe un fallimento della sua strategia difensiva. Allo stesso tempo però è facile immaginare che Melèto si sia messo in ridicolo agli occhi dei presenti, perché tra i cinquecento ci saranno ben stati alcuni noti per non essere buoni educatori: in fondo Atene non era poi così grande e tutti si conoscevano.
Socrate però non cade nella trappola tesa da Melèto: accusare gli altri per salvar se stessi è sempre odioso e, in ogni caso, non toglie le accuse a proprio carico; in più, a farlo si rischia di attirarsi l’odio della giuria che, sentitasi colpita in alcuni suoi membri, potrebbe fare quadrato e diventare ostile. Perciò Socrate prosegue dritto e spinge Melèto ancora avanti, mettendolo nella posizione di essere lui eventualmente a muovere accuse ai giudici, ribaltando così le parti. Anche Melèto però evita la trappola.
Qui Socrate non risparmia l’ironia, funzionale a proteggere sé, ma anche a far capire il proprio pensiero e attirare il ridicolo sull’avversario: “Che dici, Melèto, questi qui sono capaci di educare i giovani e li fanno migliori? – Certamente. – E dimmi, tutti quanti, oppure alcuni sì, altri no? – Tutti quanti. – Bene tu dici, per Era! C’è grande abbondanza di buoni educatori! E dimmi, anche, questi qui che ci stanno a sentire li fanno migliori o no? – Sì, anche questi. – E i consiglieri? – Anche i consiglieri. – O allora, Melèto, che forse sono quelli della ecclesia, gli ecclesiasti, che corrompono i giovani? Oppure anche costoro, tutti quanti, li fanno migliori? – Anche costoro. – Tutti gli Ateniesi dunque, a sentir te, li fanno buoni e belli; tutti all’infuori di me: ci sono io solo che li corrompo. Così dici? – Sì, sì, proprio questo dico. – Oh, il gran disgraziato che sono!”.
Categoria di ateniesi per categoria (giudici, pubblico al processo, consiglieri, etc.), Socrate spinge, passo dopo passo, Melèto a rimarcare che proprio tutti gli ateniesi rendono migliori i giovani, eccetto Socrate: si tratta di una tesi inverosimile, ma bisogna dimostrarlo e non è facile. Si noti che, per rendere la posizione di Melèto senza speranza, Socrate alla fine ha parafrasato la tesi di Melèto e ne ha chiesto conferma. Questa mossa ha una funzione strategica: rende una eventuale ritirata una disfatta. Ora infatti l’altro non potrà più tornare sui propri passi giocando sul fatto di essere stato fumoso o comunque ambiguo su qualche punto. Sembra però che la situazione di Melèto, come notavo, sia tutt’altro che pregiudicata. Magari in cuor suo il giudice che ascolta sente che quella di Melèto è una posizione nel complesso poco credibile, ma da qui a trovare degli argomenti convincenti e risolutivi per provarlo di strada ne corre.
Certo, per Socrate sarebbe facile infilarsi in spiacevoli esempi personali mostrando che questo o quell’ateniese non è un buon educatore, ma ciò attirerebbe antipatia su di lui e non sarebbe di chiara rilevanza. Proprio a questo punto, dopo aver lasciato che Melèto si spingesse abbastanza avanti da squilibrarsi, ma non ancora tanto da compromettersi, Socrate applica un’altra tecnica dell’aikido verbale che è il Tenkan: egli comincia a parlare di cavalli e lì per lì tutti si chiedono cosa accidenti c’entrino ora i cavalli!

Jacques-Louis David, La morte di Socrate, 1787, New York, Metropolitan

Ecco le parole di Socrate: “Ma rispondimi ancora: anche dei cavalli ti pare che sia così?”. La svolta improvvisa di Socrate lascia spiazzati, non si capisce più cosa stia succedendo e dove il discorso andrà a parare. Dopo una lunga preparazione in cui Melèto non poteva che assentire, la chiusura, vedremo ora, è rapidissima e devastante.
Da implacabile accusatore, Melèto diventa la preda, e la sua posizione crolla all’istante con un esempio che, per l’esperienza comune dei presenti al processo, è chiaro. La sua voce, imbarazzata prima, semplice comparsa poi, ora scompare: non solo egli non ha nulla da dire ma, come esplicita Socrate, quello che egli può avere da dire è irrilevante.
Ecco come Socrate risolve la situazione: “che cioè a farli migliori siano tutti gli uomini, e uno solo quello che li guasta? Oppure tutto il contrario, che uno solo sia capace di farli migliori, o ben pochi, quelli che s’intendono di cavalli; e invece i più, se hanno a che fare con cavalli e se ne servono, li guastano? E non è così, o Melèto, come dei cavalli, anche di tutti gli altri animali? Ma certo è così, comunque tu e Ànito diciate sì oppure no. Gran ventura sarebbe per i giovani fosse vero che un solo li guasta e tutti gli altri li educano e migliorano!”.
Quel che Melèto e compagni possono dire è a questo punto ininfluente, poiché la conclusione segue, ma non nella direzione verso cui Melèto ha spinto. A Socrate, anche per alleggerire i toni, non resta che chiudere con un’amara ironia, che ha però anche la funzione di rimarcare che le cose non sono come Melèto le pensa.

Il punto di arrivo di tutto l’argomento è che Melèto e compagni non ne sanno nulla di educazione, né importa loro dei giovani. Socrate non manca di esplicitarlo: “Ma via, Melèto, che tu dei giovani non ti sei mai dato pensiero, lo hai dimostrato abbastanza”. L’esame di Melèto riportato nell’Apologia non finisce qui, ma noi non proseguiremo oltre, perché l’intento era di esaminare alcune mosse di aikido verbale nella dialettica socratica.

Se qualcuno vorrà rimarcare che il fatto di applicare brillantemente l’aikido verbale non è bastato a Socrate per salvarsi la vita, ribatterò che è vero, ma anche che a dir così non si è colta fino in fondo la posta in gioco. Sappiamo, infatti, che Socrate al processo ha effettivamente perso la sua vita biologica, perché ingiustamente condannato a morte. Il punto è che egli avrebbe potuto perdere anche molto altro. La tecnica dialettica da lui usata non è esteriore a quello che Socrate è stato e anzi dipende in buona parte dal suo modo di essere. Essa infatti esprime una vita segnata da illuminata rettitudine e amore al vero che gli hanno fatto guadagnare l’immortalità.

Gian Paolo Terravecchia

Cultore della materia in filosofia morale all'Università di Padova, si occupa principalmente di filosofia sociale, filosofia morale, teoria della normatività, fenomenologia e filosofia analitica. È coautore di manuali di filosofia per Loescher editore. Di recente ha pubblicato: “Tesine e percorsi. Metodi e scorciatoie per la scrittura saggistica”, scritto con Enrico Furlan.

 
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