Le RD2016 cominciano con Zagrebelsky

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Con la lectio magistralis di Gustavo Zagrebelsky, svoltasi all’Università Cattolica di Milano il 29 ottobre scorso ha preso avvio il Concorso nazionale “Romanae Disputationes”, dal titolo “Unicuique suum. Radici, condizioni ed espressioni della giustizia” (RD2016).
Gustavo Zagrebelsky e Marco Ferrari.

Il Presidente emerito della Corte costituzionale ha aperto il suo discorso con una considerazione apparentemente dimessa: “Noi non sappiamo che cos’è la giustizia, però è anche vero che siamo alla ricerca della giustizia. Noi non possiamo vivere senza cercare giustizia. Pensate cosa sarebbe la vita degli esseri umani, se togliessimo dalla nostra prospettiva esistenziale l’idea, l’esigenza e anche la possibilità di agire per la giustizia, sapendo bene che la giustizia non la raggiungeremo mai. Non la raggiungeremo mai qui”. La lezione di Zagrebelsky è però subito entrata in linea con lo spirito per nulla dimesso e anzi “alto” delle RD2016, perché si è esplicitamente strutturata come un “lavorare sulle idee”, cioè uno svolgere “una delle massime gioie dell’esistenza”: confrontare le idee.

Noi non sappiamo che cos’è la giustizia, però è anche vero che siamo alla ricerca della giustizia.La lezione si è articolata intorno al quesito: la giustizia va compresa sulla base della ragione o sulla base del sentimento? Esplorando il primo corno del dilemma, Zagrebelsky ha cominciando col problematizzare il titolo stesso delle RD2016. “Unicuique suum”, ha sostenuto Zagrebelsky, è una formula vuota di contenuto, tanto da essere stata usata nel campo di sterminio di Buchenwald (“Jedem das saine”), ove si dava agli ebrei ciò che si riteneva meritassero, come è usata anche da S. Martino che dona al povero metà del proprio mantello. Si vede così che la questione decisiva riguarda il quesito circa il suo di ciascuno: come determinarlo? A seconda della risposta, segue il modo di intendere la giustizia.
Si può procedere analogamente riguardo ad altri principi che cercano di esprimere l’essenza della giustizia in un approccio razionale. Zagrebelsky li ha elencati e discussi: “a ciascuno secondo i propri meriti”, oppure “a ciascuno secondo i propri bisogni”, “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”, “la giustizia è la felicità suddivisa tra il maggior numero possibile”. Nessuno di essi è in grado di rappresentare un criterio obbiettivo e generale, per un motivo o per l’altro, secondo Zagrebelsky. Essi rappresentano dei recipienti da riempire e il modo per farlo dipende da un atto di volontà del potente di turno che se ne serve per giustificare i propri atti. Secondo Zagrebelsky poi l’approccio kantiano alla giustizia, “agisci secondo una massima della tua azione che possa valere in universalibus”, cioè per tutti (altro modo vuoto di intendere la giustizia) sarebbe addirittura imperialistico. Esso infatti porterebbe a una forma di imperialismo ideologico pronta a imporre a tutti una particolare concezione della giustizia, come del resto sarebbe avvenuto storicamente in forma violenta. In questo tipo di approcci, fondati sulla ragione che si esprime in principi universali, il giusto viene di fatto determinato col criterio dell’utile del potente, come ciò che giova al potere costituito. Oppure il giusto è ciò che la legge dice che è giusto.
La giustizia non è un idea, ma un sentimento.Senonché, quando si ricerca il criterio di giustizia si vuole trovare qualcosa sulla base del quale giudicare anche della legge. Quanto alla definizione procedurale della giustizia, alla Rawls, essa, per definire il giusto, stacca l’individuo dalle sue condizioni effettive di vita e lo avvolge in un velo di ignoranza circa la propria effettiva esistenza. Tuttavia essa è insoddisfacente, secondo Zagrebelsky, perché l’esperimento di Rawls è irrealizzabile, astratto e impraticabile.
Del resto, se ci spogliassimo di tutti i nostri condizionamenti, ne verrebbe fuori forse una figura demoniaca, non è detto che si avrebbe l’essere angelico e perfettamente razionale che Rawls si immagina. I tentativi di giungere a una definizione razionale della giustizia dunque, secondo Zagrebelsky, portano a una apologia del potere, perché poi sarà questo a riempire di contenuti le formule vuote offerte dalle definizioni di giustizia. Il tema della giustizia deve essere insomma svincolato dalla ragione e restare piuttosto agganciato alla passione.

Alle strade ora esaminate e ritenute chiuse, Zagrebelsky contrappone dunque una via del tutto diversa che considera la giustizia come virtù individuale. Ci sono effettivamente uomini e donne che praticano la giustizia, cioè che seguono la propria idea di giustizia senza pretendere che valga per tutti.
Certo, questo approccio che comincia dall’individuo può ricadere ancora una volta nel vuoto formalismo. Esso infatti viene espresso attraverso massime, ancora una volta formali, come: «Neminem laedere», «Oneste vivere» che non bastano. La giustizia non è un idea, ma un sentimento, insiste Zagrebelsky tenendo un approccio minimalista. Egli ricorda che la tradizione occidentale è sempre stata svalutativa nei confronti dei sentimenti, perché “ci sviano”.
Eppure, egli ricorda che si usano appropriatamente espressioni come “sentimento di giustizia” e che recenti studi, come quelli di Martha Nussbaum, valorizzano il ruolo delle emozioni, mostrandole dotate di valore cognitivo. Le concezioni emozionali della giustizia possono anzi addirittura essere degli antidoti alle aberrazioni delle concezioni razionali. Le aberrazioni politiche hanno sempre trovato, del resto, giustificazioni razionali: così, ad esempio, nasceva il razzismo, o si è giustificata la politica bellica delle grandi potenze, oppure lo schiavismo.
Certo, ha riconosciuto Zagrebelsky, la pretesa di fondare la giustizia sull’emozione porterebbe a un relativismo. Però, abbandonando un approccio di massima e abbracciandone invece uno di minima, si può trovare un comune consenso nella reazione emozionale all’ingiustizia massima, quella patita dall’innocente. Dobbiamo dunque rinunciare alla Giustizia, con la “G” maiuscola, perché storicamente ha portato a giustificare atrocità, ma bisogna non rinunciare a cercare di respingere le ingiustizie massime, quelle ingiustificabili.
Ciò va svolto sulla base di una antropologia che ammetta che il fondamento della nostra convivenza è la nostra comune umanità, cioè la nostra condizione mortale. Questa, in estrema sintesi, le lezione di Zagrebelsky svolta per settanta minuti in modo appassionato, ricca di citazioni erudite e segnata da un argomentare acuto che rendeva chiaro, attraverso esemplificazioni concrete, quanto sia vitale la questione in campo.

Come tutte le imprese di pensiero, la lectio di Zagrebelsky ha chiarito molto e sollevato però anche parecchie domande in chi la seguiva. Per fare qualche esempio: ma davvero è opportuno tenere tanto distante la razionalità dalla giustizia? Davvero il sentimento è sempre un criterio valido per identificare il giusto o almeno l’ingiustizia grave? Gli approcci universalistici alla giustizia non hanno forse apportato anche delle valide e utili chiarificazioni circa la natura della giustizia? Come convivere in un mondo in cui il senso di giustizia di soggetti diversi non potesse incontrare fondamenti razionali di giustificazione comuni? Ciò che ha fatto difetto nelle forme storiche di razionalizzazione dell’ingiustizia è la razionalità tout court o non piuttosto la mancata educazione delle masse, incapaci di smascherare l’infondatezza dei contenuti della propaganda? Sono questi solo alcuni dei quesiti che la bella relazione del professore ha lasciato aperti e che, insieme ad altri e agli argomenti proposti, meritano ulteriore scavo così che, nei prossimi mesi, tutto ciò potrà essere oggetto del lavoro personale e condiviso di molti studenti italiani.

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Gian Paolo Terravecchia

Cultore della materia in filosofia morale all’Università di Padova, si occupa principalmente di filosofia sociale, filosofia morale, teoria della normatività, fenomenologia e filosofia analitica. È coautore di manuali di filosofia per Loescher editore. Di recente ha pubblicato: “Tesine e percorsi. Metodi e scorciatoie per la scrittura saggistica”, scritto con Enrico Furlan.

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